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# *loading* giri oziosi
martedì, 31 gennaio 2006
numero identificativo: 7026770

La forza del disegno dove manca la parola

Leggo oggi sul Manifesto del 27 (che tempismo, eh?) una notizia che forse interesserà alcuni dei miei illustratori.

La forza del disegno dove manca la parolaFRANCESCA LAZZARATO

 

Che si possa disegnare «l.indicibile» lo hanno ampiamente dimostrato artisti eccezionali come Art Spiegelman con il suo «graphic novel» Maus. A survivor.s tale (uscito per la prima volta nel 1986 e ormai un classico ristampato infinite volte, in Italia è ora edito da Einaudi) e come Pascal Croci con Auschwitz,  spettacolare bande dessinée creata insieme a Emmanuel Proust e pubblicata in Francia nel 2002 (l.edizione italiana del 2004 è a cura del NuovoMelangolo). Ma è possibile narrare la Shoah rivolgendosi ai bambini più piccoli, senza scadere nell.agiografia o fabbricare «santini» e sfruttando appieno le immense capacità metaforiche delle immagini? Gli illustratori che hanno raccolto questa sfida sono più numerosi di quanto si pensi . e per rendersene conto basta esaminare la vasta produzione soprattutto francese e americana di albi per l.infanzia . ma non sono poi molti quelli che l.hanno superata, riuscendo a trovare il difficilissimo equilibrio tra l.inevitabilità della rappresentazione diretta e la necessaria allusività. Tra quanti ci sono riusciti c.è senz.altro il francese Gilles Rapaport, autore dei testi brevissimi e delle folgoranti immagini di Champion, un libro appena uscito presso l.editore Circonflexe, in cui si racconta la storia del boxeur Victor «Young» Perez, ebreo franco-tunisino che divenne campione di Francia e poi del mondo, deportato ad Auschwitz nel 1943 e poi fucilato nel .45, durante la «marcia della morte». Nel suo libro, Rapaport ce ne racconta in breve la vita, passando dalle luminose immagini del quartiere juif di Tunisi ai toni scuri della vita nel lager, cui corrispondono spessi segni neri e tutta una gamma di blu e di viola che fanno da sfondo al combattimento ultimo di Young Perez. Perché ad Auschwitz il piccolo pugile (un peso piuma) fu costretto a infilare i guantoni e a battersi con una delle guardie del campo, un peso massimo, nella feroce e serissima parodia di un incontro sportivo. E vinse. Solo per un tempo, ma vinse. Una storia fuori del comune, dunque, che  ha trovato in Rapaport un interprete perfetto: la figura del pugile-prigioniero che riesce a battere il suo aguzzino si fonde con le parole del testo («Colpisci! Colpisci! Che quei colpi cancellino le loro sofferenze!») dipinte a grandi e violenti caratteri neri, l.esplosione di colori bui e i pochi tocchi vivaci mettono in scena uno spettacolo di morte, ma anche la determinazione a reagire, a non accettare la sconfitta, a rivendicare il diritto non solo alla dignità, ma anche al furore. Il messaggio è diretto e preciso come uno dei pugni di Perez e raggiunge allo stesso modo gli adulti e i ragazzi, che di fronte allo spessore pittorico e all.impatto emotivo del libro non potranno fare a meno di accorgersi quanto la vicenda del giovane pugile risulti esemplare: di fronte al dileggio espresso dalla finzione di un.assurda normalità (l.incontro, il ring, i guantoni regolamentari), Perez esprime la non accettazione della propria condizione di vittima e l.orgoglioso rifiuto della rassegnazione. Ugualmente bello è un altro album di Rapaport uscito nel 1999, Grand Père (Circonflexe), che si apre con la sagoma di un uomo  dal cranio rasato, vestito con l.abito a righe dei deportati, il cui bianco e nero contrasta con un fondo rosso vivo e con la stella gialla cucita sulla casacca. In poche pagine, l.autore racconta la storia di un uomo che ai primi del Novecento fugge a Parigi da una Polonia dove gli ebrei sono costantemente perseguitati, e che al momento della deportazione vede spezzarsi il filo dell.esistenza che si è costruito. La sua vita nel lager, la volontà che sostiene un corpo stremato e torturato, la liberazione, sono narrati con rara economia di tratti e di parole, utilizzando solo il grigio, il nero e il blu, che conferiscono una singolare efficacia a un libro per ragazzi, mai preso in considerazione dagli editori italiani. Nel nostro paese, del resto, questo modo di raccontare la Shoah è ancora relativamente trascurato, anche se c.è chi comincia a considerarlo con una certa attenzione (nel catalogo della Emme Edizioni, per esempio, esiste una bella biografia per immagini di Anna Frank, illustrata assai bene da Angela Barret). Eppure due dei più bei libri sull.argomento, ovvero Rosabianca (uscito nel 1990 per l.editore C.era una volta e oggi pubblicato da La Margherita) e La Storia di Erika (C.era una volta 2003), sono proprio di un illustratore italiano, Roberto Innocenti, che ha dedicato le sue tavole minuziose e magistrali alle storie di due bambine: una, polacca e «ariana», che la compassione induce a soccorrere i bambini di un lager e a morire con loro; l.altra, ebrea, salvata dal coraggio di due donne, la madre che la lancia fuori dal vagone piombato e l.estranea che la raccoglie, la nasconde, la cresce. All.equilibrio, all.eleganza e alla forza di questi due capolavori dell.illustrazione e dell.impegno civile, divenuti dei «classici» (cioè libri destinati a restare e dai quali non si può prescindere) nel momento stesso in cui sono apparsi, si potrebbero affiancare altri due titoli preziosi, sempre disponibili nei cataloghi e nel circuito librario americano: Dear Mili (1988) e Brundibar (2003) di un autenticomaestro, Maurice Sendak. Costruito attorno a una fiaba scritta da Wilhelm Grimm, Dear Mili (che nel 1989 ha avuto presso la Mondadori anche una edizione italiana, uscita quasi subito dal catalogo) non è una storia sulla Shoah e tuttavia non smette di rappresentarla, inserendola in  ogni illustrazione: nello sfondo si intravede il profilo lontano delle torrette dei lager, i nani che tornano dal lavoro sono in realtà deportati, il coro che canta nel giardino dove la protagonista giunge dopo aver attraversato la foresta è composto dai bambini di Izieu, morti con i loro insegnanti in un campo di sterminio. Da una illustrazione all.altra, il lettore deve seguire tracce e raccogliere indizi, individuando immagini che sono estranee al testo e che ce lo fanno leggere in un altro modo, trasformandolo in un viaggio dentro la sofferenza e verso un luminoso sollievo finale: la memoria, il tempo che non procede in linea retta ma continuamente si ripiega su stesso per congiungere il presente e il passato, mostrandoci quanto strettamente siano intrecciati. Questo modo di raccontare trasversale e metaforico si ritrova anche in Brundibar, ispirato all.opera messa clandestinamente in scena per la prima volta in un orfanotrofio ebraico di Praga, nell.inverno 42-43 (la maggior parte degli artisti che vi avevano partecipato finirono ad Auschwitz, dove la rappresentarono per i bambini deportati ). La storia di Pepicek e Aninku, che organizzano una piccola corale per raccogliere il denaro necessario a curare la madre ammalata, sembra non avere alcun rapporto con i campi di sterminio, e invece non fa che mostrare in controluce lo spirito di resistenza dei protagonisti (ai quali si sovrappone con tutta evidenza l.immagine dei piccoli deportati), che si sforzano di cantare più forte del perfido Brundibar, il suonatore di pianola. Un giocattolo tradizionalmente «tenero»,  ovvero l.orsacchiotto, è invece il protagonista della storia scritta e illustrata da un grande artista francese, Tomi Ungerer, che in Otto (Mondadori 2003) narra la storia di un orsacchiotto di pezza travolto dalla guerra, esattamente come i due piccoli tedeschi, uno ebreo e uno no, che usavano giocare con lui, e che, ritrovandolo nella vetrina di un rigattiere, riscoprono da vecchi l.amicizia che li ha legati da bambini. Un altro libro notevole (un po. mortificato dal formato, purtroppo) che affronta l.argomento con sapienza, passando attraverso la «biografia» di un oggetto familiare e amato per arrivare a quella di una generazione intera. Peccato che di libri del genere non ce ne siano di più. Ma se i nostri editori sembrano, almeno per adesso, accogliere con una certa timidezza queste rappresentazioni della Shoah ad usum puerorum (e non solo), bisogna dire che gli illustratori sono più avanti di qualche passo: il 27 gennaio, infatti, si inaugura a Pavia, nella Sala dell.Annunciata, Matite per la memoria, una mostra di disegnatori italiani che hanno dedicato alcuni dei loro lavori al tema. Una iniziativa che continua già da qualche anno, ricca di suggestioni per chi si occupa di libri per l.infanzia.

 

 

Shelidon ha disegnato
data astrale gennaio 31, 2006 19:34 |
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Attenzione: rischio contagio

Attenzione: questo post potrebbe essere portatore di germi. Già, perché domenica si è conclusa la mia fortunata serie di giorni sani (che è durata più o meno trentasei ore, un vero e proprio record) e sono tornata da Roma con una serie innominabile di infezioni e infiammazioni. Quindi, leggete a vostro rischio e pericolo. ;-)

Non sono riuscita a fare le scansioni dei due disegni appena finiti, così ho fatto delle foto. O meglio, le ho fatte fare al mio ragazzo perché a me tremava troppo la mano. La macchina non è il massimo ma più o meno le foto rendono l'idea di quanto io non sia capace di disegnare. La prima in alto è il Vento del Sud di cui ho parlato qualche post fa. La seconda è una scena dal Silmarillion di Tolkien (perché delle sue opere mi sto occupando in questo periodo). Il testo accanto è un estratto dal brano riguardante proprio l'incontro della dama con l'elfo fotofobico:

Eöl, though stooped by his smithwork, was no Dwarf, but a tall Elf of a high kin of the Teleri, noble though grim of face; and his eyes could see deep into shadows and dark places. And it came to pass that he saw Aredhel Ar-Feiniel as she strayed among the tall trees near the borders of Nan Elmoth, a gleam of white in the dim land. Very fair she seemed to him, and he desired her; and he set his enchantments about her so that she could not find the ways out, but drew ever nearer to his dwelling in the depths of the wood. There were his smithy, and his dim halls, and such servants as he had, silent and secret as their master. And when Aredhel, weary with wandering, came at last to his doors, he revealed himself; and he welcomed her, and led her into his house. And there she remained; for Eöl took her to wife, and it was long ere any of her kin heard of her again.

Vento del Sud

Aredhel alle porte di Eol

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale gennaio 31, 2006 18:42 |
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venerdì, 27 gennaio 2006
numero identificativo: 6978786

Elogio della follia

Mamma mia nevica a pacchi... (qui a Milano... mi immagino quanta ne stia venendo giù da Brian)... e io mi chiedo e mi domando... ma chi ce lo fa fare di andare giù a Roma? Ci metteremo otto ore, come minimo, il treno si fermerà in mezzo al nulla stile Poirot e, dimenticati da tutti, moriremo assiderati. A Roma quelli dell'associazione ci aspetteranno invano per ore ed infine si rassegneranno a fare lo spettacolo senza di noi, maledicendoci. Gli archeologi ritroveranno il nostro treno tra qualche millennio ed esporranno le nostre mummie in una camera termica come Oetzi. E diventeremo famosi. Il che non è poi così male, ma non è neanche il massimo delle mie aspirazioni.
Insomma, se non ci rivedremo più colgo l'occasione per avvolgervi tutti in un ultimo caldo (?) abbraccio.
--

Shelidon in partenza verso l'ignoto
http://www.shelidon.it

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale gennaio 27, 2006 09:29 |
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martedì, 24 gennaio 2006
numero identificativo: 6954496

Ode to the West Wind (cit.)

Ok, ho finito il vento del Sud... non è eccezionale, è abbastanza semplice. Domani farò la scansione, così potrò caricarlo sul sito. Per ora, niente.
Ho invece iniziato il vento dell'Ovest (il vagabondo). Tanto per cambiare non mi convince... ma giudicherete voi quando l'avrò finito. Intanto ho deciso che comporrò i tre A3 con i venti uno di seguito all'altro lasciando uno spazio di qualche centimetro, magari per una cornice o un fregio. Vorrei che ogni vento fosse incorniciato con un motivo stilizzato che si accordi a lui. Sotto, invece, voglio ridurre ad un fregio continuo le tre parti di Minas Tirith cui arrivano i venti: le mura, il cancello e la torre. Vorrei anche che da qualche parte ci fosse la scena dei tre - Aragorn, Gimli e Legolas - attorno alla barca in cui giace Boromir. Insomma, troppa roba per una mano sola. Soprattutto per una mano dilettante e poco dotata come la mia.
Intanto, il vento del nord ha una grande falce di luna dietro di sé e capelli scarmigliati, molto fluenti. Una veste cascante e stracciata (tutti e tre i venti hanno fattezze femminili ed il torso nudo, per la gioia dei maschietti). Ali che non so molto bene come renderò. So già che sarà un casino scrivere la strofa dove ho intenzione di metterla, e cioé in bianco sul cielo notturno.

Through Rohan over fen and field where the long grass grows
The West Wind comes walking, and about the walls it goes.
'What news from the West, O wandering wind, do you bring to me tonight?
Have you seen Boromir the Tall by moon or by starlight?'
'I saw him ride over seven streams, over waters wide and grey;
I saw him walk in empty lands, until he passed away
Into the shadows of the North. I saw him then no more.
The North Wind may have heard the horn of the son of Denethor.'
'O Boromir! From the high walls westward I looked afar,
But you came not from the empty lands where no men are.'

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale gennaio 24, 2006 21:55 |
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mercoledì, 18 gennaio 2006
numero identificativo: 6888483

Ode to the South Wind

Era da un bel po' che volevo farlo... avevo buttato giù una bozza tempo fa, ma non mi piaceva... oggi sono a casa e l'ho fatto. Ho disegnato (e colorato a metà, per ora) la prima delle tre tavole che illustrano la Canzone per Boromir nel Signore degli Anelli (libro III, capitolo 1).

«For a while the three companions remained silent, gazing after him.
Then Aragorn spoke. 'They will look for him from the White Tower,' he said, 'but he will not return from mountain or from sea.'
Then slowly he began to sing:

     Through Rohan over fen and field where the long grass grows
           The West Wind comes walking, and about the walls it goes.
           'What news from the West, O wandering wind, do you bring to me tonight?
           Have you seen Boromir the Tall by moon or by starlight?'
           'I saw him ride over seven streams, over waters wide and grey;
           I saw him walk in empty lands, until he passed away
           Into the shadows of the North. I saw him then no more.
           The North Wind may have heard the horn of the son of Denethor.'
           'O Boromir! From the high walls westward I looked afar,
           But you came not from the empty lands where no men are.'

Then Legolas sang:

          From the mouths of the Sea the South Wind flies, from the sandhills and the stones;
           The wailing of the gulls it bears, and at the gate it moans.
           'What news from the South, O sighing wind, do you bring to me at eve?
           Where now is Boromir the Fair? He tarries and I grieve.'
           'Ask not of me where he doth dwell-so many bones there lie
           On the white shores and the dark shores under the stormy sky;
           So many have passed down Anduin to find the flowing Sea.
           Ask of the North Wind news of them the North Wind sends to me!'
           'O Boromir! Beyond the gate the seaward road runs south,
           But you came not with the wailing gulls from the grey sea's mouth.'

Then Aragorn sang again:

          From the Gate of Kings the North Wind rides, and past the roaring falls;
           And clear and cold about the tower its loud horn calls.
           'What news from the North, O mighty wind, do you bring to me today?
           What news of Boromir the Bold? For he is long away.'
           'Beneath Amon Hen I heard his cry. There many foes he fought.
           His cloven shield, his broken sword, they to the water brought.
           His head so proud, his face so fair, his limbs they laid to rest;
           And Rauros, golden Rauros-falls, bore him upon its breast.'
           'O Boromir! The Tower of Guard shall ever northward gaze
           To Rauros, golden Rauros-falls, until the end of days.'

     So they ended.»

Per ora mi sto occupando del Vento del Sud... dato che proviene dal mare l'ho disegnato come una specie di Sirena, con la coda di pesce e le ali (per accontentare un po' tutti, credo). Le ali si attaccano i capelli e verso l'alto formano il ramo di un albero spoglio, che a sua volta continua nel profilo delle montagne. Dalla montagna in alto a sinistra scende un fiume, che penso di far allargare fino a ricavare uno spazio in cui scrivere la strofa. E, sempre a sinistra, ci sono tre gabbiani che volteggiano attorno al vento. Non è molto sobbing per ora (anche se non è esattamente il ritratto della felicità). Vedrò cosa riesco a fare... Dovrei anche far sorgere il sole a destra, dietro le ali, dato che là poi si innesterà la tavola del North Wind. Insomma, mi sono decisamente impelagata.
Intanto dovrei fare la scansione di Aredhel ed Eol, l'ultimo che ho fatto, ma è un A3 e non ho ancora avuto tempo. Portate pazienza. Non ho ancora nemmeno linkato questo blog al sito.

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale gennaio 18, 2006 12:30 |
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