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# *loading* giri oziosi
venerdì, 17 febbraio 2006
numero identificativo: 7199277

Ieri, Flavio Caroli

Straordinaria presentazione di Flavio Caroli allo spazio Krizia di Milano, ieri sera. Protagonista il suo nuovo libro Arte d'oriente, Arte d'occidente, edito da Electa. Stupendo ed emozionante il percorso tracciato dal critico: l'europa e l'iconoclasta mondo bizantino, la controversa e presunta iconoclastia del mondo arabo, l'affascinante iconofilia dell'India, la Cina, il Giappone e - da quei lontani paesi - il ritorno alla nostra cultura che ad un certo punto della propria storia ha sentito il bisogno di abbeverarsi laggiù. Oltre a questo, un'occasione per risentire una delle più belle pagine di critica mai scritte ovvero quella al Davide con la testa di Golia di Caravaggio. Un'emozione che da sola riscatta tutte le sciocchezze scritte ogni anno in fatto di arte. Comprese le mie qui. Almeno spero.

Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale febbraio 17, 2006 17:30 |
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giovedì, 09 febbraio 2006
numero identificativo: 7121817

Impara l'arte e...

Per chi volesse assistere/partecipare, tre dei miei disegni saranno esposti al ludibrio e al dileggio pubblico il 14 febbraio in Bovisa, niente di meno che alla presenza di Ph. Daverio. Farsi insultare da lui non è da tutti. Insieme a me, molti altri pittori e disegnatori... ehm... molti pittori e disegnatori ("altri" mi pare un filo pretenzioso), studenti del Politecnico come me. L'iniziativa si intitola Impara l'arte e mettila da parte. In effetti forse è un buon consiglio: se la mia fosse arte, dovrei decidermi a metterla da parte. Naturalmente siete tutti invitati: chi non mi conosce mi potrà riconoscere perché sarò la più esibizionista e la più imbarazzata di tutti. *^___^*

Impara l'arte e mettila da parte
Martedì 14 febbraio 2006
Ore 17.00
Spazio Mostre Architettura
seguirà la
Lezione Aperta di Philippe Daverio
Aula Carlo De Carli
Campus Bovisa del Politecnico di Milano
Via Durando 10
In mostra le opere di una quarantina di studenti di ingegneria, architettura e design dagli stili eterogenei: fumettisti, astrattisti, figurativi...
Sarà il noto critico d'arte Philippe Daverio ad interloquire con loro per comprendere ed approfondire il contesto socio-culturale della loro espressione artistica
e prendere spunto per dibatterne nel corso della lezione aperta.
Saranno graditi ospiti anche gli artisti Raffaele Bueno e Anna Rosa Faina Gavazzi.

Dimenticavo... ecco i tre disegni che ho portato, ma un paio già li conoscete:

Lament for Gandalf Galadriel's song of Eldamar From the mouths of the Sea

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale febbraio 09, 2006 18:47 |
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"Salons" di Stendhal

mmm... questo sarà un acquisto da fare, senz'altro. Tra parentesi ho appena terminato gli Scritti sull'arte di Baudelaire (Einaudi, delirante e lunghissima introduzione di Ezio Raimondi), decisamente istruttivi.

Stendhal: «Ingres e David pittori senz’anima»

 

N ell’estate del 1821, Stendhal è «esule» in Francia, in una Parigi che definisce «patria della piccolezza». Inseguito dalla polizia austriaca, ha dovuto lasciare la «sua» Milano. Il futuro per lui è un incubo. Del resto, ha già avuto modo di accarezzare l’idea del suicidio (più un’idea che altro, è giusto dire). Le sue finanze sono allo stremo e il suo grande condottiero è appena spirato nella remota isola di Sant’Elena. Per sbarcare il lunario, Henri Beyle (questo il suo vero nome, cambiato in Stendhal non molto tempo prima) si fa giornalista e scrive alcuni articoli di critica d’arte e letteraria anche per riviste britanniche. Lo Stendhal giornalista non è meno interessante dello scrittore di romanzi e pamphlet. Anzi, quel suo attingere al gusto sofisticato del XVIII secolo dà ai suoi articoli un sapore assai gradevole. Nelle sue «corrispondenze» risaltano il paradosso, le annotazioni fulminee, le piccole e amabili curiosità, il pettegolezzo colto e fortemente allusivo. Ma anche dell’altro, come vedremo. Della produzione giornalistica di Stendhal fanno parte tre testi recuperati e recentemente stampati insieme da Gallimard, ora proposti in italiano dall’editore Nino Aragno con il medesimo titolo scelto dalla casa editrice francese, Salons . Il titolo fa riferimento a un’esposizione al Louvre nel 1822, evento culturale che all’autore suggerì una «critica amara». Nel brano che in questa stessa pagina si è scelto di anticipare appare chiaro come l’amore per l’Italia renda Stendhal persino fazioso; e tuttavia gradevolmente settario, con quel tanto di passione e di generosità che gli venivano dal suo spirito perdutamente romantico. Lo scrittore francese è talmente invaghito dell’Italia da prendersela con il pittore che fu il ritrattista ufficiale di Napoleone, David. Proprio con lui, uno degli artisti che più contribuirono al mito del Grande Imperatore adorato da Stendhal. Egli ammira David, eppure non esita a scrivere: «Fondatore della scuola pittorica francese, non ha mai espresso, nelle sue opere, molta sensibilità, dal momento che l’enfasi sui tratti espressivi ha costituito invariabilmente la principale lacuna di questa scuola». L’«occhio esercitato» di Stendhal (l’espressione è sua) si mostra inesorabile censore dell’arte sua contemporanea espressa dai connazionali e critica duramente anche un altro mostro sacro: «Il quadro di Ingres che è stato appena collocato nel grande salone, e che rappresenta Luigi XIII che mette la Francia sotto la protezione della Santa Vergine , è secondo me un’opera assai arida, e per di più un centone di antichi pittori italiani». Ma vi sono altri aspetti in questi scritti giornalistici dell’autore del Rosso e il nero che meritano di essere segnalati. Per esempio, la pignoleria con cui egli riferisce a proposito del numero dei quadri esposti e degli artisti, e la sua non certo mimetica posizione ideologica, anche se - va detto - Beyle-Stendhal si firma spesso con sigle e nomignoli di fantasia. Nel 1824, sul Journal de Paris , annota: «Le mie opinioni, in pittura, sono quelle dell’estrema sinistra… ho sovente il piacere di trovarmi da solo nella mia idea». E, curiosamente, più avanti: «Il fatto è che, se avessi delle opinioni da esprimere, sarebbero di centrosinistra, come quelle della stragrande maggioranza». Del resto, aggiunge, «sono troppo giovane per essere stato alcunché nella Rivoluzione». Sì, in quel periodo Stendhal si sente davvero esule in patria; e diverso dagli altri intellettuali, perché libero nel pensiero. «Io non ho affatto stile ma penso tutto ciò che scrivo », annota vantandosene. «Quanti autori, a Parigi, possono dire altrettanto?». Da questi articoli si ha la conferma che Stendhal fu un osservatore straordinariamente acuto del XIX secolo e nello stesso tempo uno dei suoi figli più rappresentativi. Nella sua scrittura vi è sempre una leggerezza insondabile e nello stesso tempo riconoscibilissima. E come in controluce s’intravede di continuo quel To the happy few che pose a chiusura della Certosa di Parma .
Il libro «Salons» di Stendhal, con traduzione dal francese di Roberto Rossi Testa e postfazione di Vito Sorbello, è edito da Aragno, pagine 200, 13

 

 

Il brano di Stendhal: «Basta con l’esattezza del gusto neoclassico»

 

G ettate in prigione l’uomo più ordinario, quello con la minore dimestichezza con ogni idea d’arte e di letteratura, in una parola uno di quegli sfaccendati ignoranti che s’incontrano così numerosi in una vasta capitale, e, quando si sarà ripreso dall’iniziale paura, ditegli che riavrà la libertà, se sarà in grado d’esporre al Salon una figura nuda, perfettamente disegnata secondo la maniera di David. Sarete stupitissimi di vedere il prigioniero messo alla prova ritornare in circolazione in capo a due o tre anni. Il fatto è che il disegno corretto, sapiente, a imitazione degli antichi, come lo intende la Scuola di David, è una scienza esatta, della stessa natura dell’aritmetica, della geometria, della trigonometria, eccetera, vale a dire che con una pazienza infinita, ed il brillante genio di Barême, si arriva in due o tre anni a conoscere e a saper riprodurre la conformazione e la posizione esatta delle centinaia di muscoli che ricoprono il corpo umano. Durante la trentina d’anni che è durato il tirannico governo di David, il pubblico è stato costretto a credere, sotto pena d’essere tacciato di avere cattivo gusto, che possedere la pazienza necessaria per acquisire la scienza esatta del disegno equivalesse a possedere del genio. (...) La Scuola di David non può dipingere che i corpi; è assolutamente incapace di dipingere le anime.

 

(dal Corriere della Sera di oggi)

Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale febbraio 09, 2006 18:30 |
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giovedì, 02 febbraio 2006
numero identificativo: 7045871

Welles, la voce del vampiro (Udine)

Leggo sul Manifesto di oggi notizie riguardo ad un interessante convegno. Se qualcuno c'è andato o ha materiale da inviarmi, faccia un fischio. Confido soprattutto nei locali *__^

Welles, la voce del vampiro - GIORGIO PLACEREANI

 

Intervento del curatore ufficiale del convegno internazionale di studi dal titolo «My name is Orson Welles - Media forme e linguaggi», che si terrà a Udine a partire da oggi (e fino al 4 febbraio), a conclusione della grande retrospettiva «Citizen Welles» tenutasi fra Udine e Pordenone. Il simposio verterà sul rapporto complesso del regista con i vari strumenti mediatici sperimentati nella sua carriera

 

Questo intervento si incentrerà sulla versione radiofonica di Dracula, trasmessa l.11 luglio 1938, con cui Orson Welles inaugurò la sua serie radio in «prima persona singolare» col Mercury Theatre on the Air. Il Dracula di Bram Stoker (1897) è un romanzo a dossier, dove il narratore onnisciente cede il posto a una moltiplicazione dei punti di vista; in questo è rappresentativo della struttura «prismatica» e «polifonica» (le espressioni sono di Franco Marucci) della tarda narrativa vittoriana, per esempio in Wilkie Collins, un autore che, insieme ovviamente a Sheridan LeFanu, influenz ò Stoker. Per questo motivo Dracula ha sempre rappresentato un problema per le varie versioni teatrali o cinematografiche, che hanno dovuto realizzare la reductio ad unum di una narrazione frazionata. Un modello in questo senso, che Welles si trovò davanti agli occhi per scartarlo immediatamente, è la versione teatrale circolata negli Stati Uniti. Si può ricordare qui che anche Bram Stoker si era baloccato con l.idea di una versione teatrale del romanzo; del resto, la consuetudine di Stoker con l.ambiente teatrale, quale segretario di Henry Irving, si nota nel romanzo, che abbonda di battute a effetto che suonerebbero singolarmente bene sul palcoscenico. La versione teatrale di Dracula si deve, com.è noto, all.attore Hamilton Deane; circolando negli Stati uniti la pièce fu modificata da James Balderston. La versione Deane-Balderston è riconoscibile, sotto pesanti modifiche, alla base della sceneggiatura del sottovalutato Dracula di Tod Browning (1931) con Bela Lugosi. Ma, a parte il fatto che sarà una costante di Welles ignorare i precedenti adattamenti delle opere che sceglie (cfr. The Magnificent Ambersons), la stessa struttura del lavoro radiofonico di Welles - lucidamente postulata fin dall.inizio - in «prima persona singolare» avrebbe reso impensabile rifarsi a quella linea narrativa. Welles riprende direttamente il romanzo, in una trascrizione esemplare per la capacità di sintetizzare il testo base in una trasmissione di un.ora; Welles lo riprende a volte parola per parola, non solo nei dialoghi ma in passaggi come la descrizione dei lupi, la scoperta di Lucy morente dopo l.attacco del vampiro, la veglia nel cimitero. Così Welles mantiene del romanzo una lettura assai fedele (la grande pagina dell.inseguimento finale restituisce perfettamente le caratteristiche di Dracula come «romanzo ferroviario»), portando ulteriormente in primo piano quelli che già nel Dracula stokeriano sono i due narratori principali, Harker e Seward. Come interprete Welles si riserva una doppia parte: è Seward, cui è delegato il ruolo dell.interpellazione che stabilisce il necessario legame con gli ascoltatori (Seward li chiama a giudicare della veridicità dei fatti) e il conte Dracula, il mostro, la cui voce dall.accento straniero ha un innaturale rimbombo. In un passaggio, la scena in cui Harker rischia di essere gettato in pasto ai lupi, Welles regala al personaggio di Dracula un elemento di dry humour che sviluppa ulteriormente quello di Stoker. Un secondo grande problema tutte le versioni hanno dovuto affrontare: quello dell.eliminazione del Conte. Nel collage di voci che è il romanzo di Stoker, il ruolo di Dracula è sempre di essere riferito: il vampiro non ha voce propria, è oggetto e mai soggetto della narrazione. Di più, tranne che nella sezione iniziale, il diario di Harker (quasi un romanzo nel romanzo), il vampiro compare sempre più come forza esterna, soffrendo di una sorta di calo di status narrativo (c.è perfino un passaggio ironico, quasi parodistico): in particolare nell.inseguimento finale, concluso con la scena assai veloce della sua distruzione, che relativamente a Dracula avviene praticamente senza lotta, e senza dialogo (Stoker tagliò in bozze una pagina col crollo del castello, una catastrofe di gusto eccessivamente  gotico). In altri termini, nel corso del romanzo il centro di gravità si sposta progressivamente sul gruppo dei cacciatori, preoccupati per la trasformazione vampirica in atto di uno dei membri, Mina. Si potrebbe dire: dal vampirismo come persona al vampirismo come fenomeno, infezione, di cui occorre distruggere la causa. Questa diminuzione del ruolo attivo del vampiro creerebbe un effetto di anticlimax sul palcoscenico o sullo schermo.  Qualsiasi versione si pone quindi ilproblema di drammatizzare la  distruzione di Dracula. Welles inventa una parte di dialogo per «teatralizzare» la morte del Conte, che – impossibilitato a muoversi perché non è ancora scesa la notte - chiama a sé in una sorta di magia le forze oscure della natura (ha scritto assai bene François Thomas: entro una trasmissione radio basata sull.«ossessione quasi morbosa per il rumore», Dracula in questa scena si pone come «grande ordinatore dei rumori »). Va aggiunto che, contrariamente ad alcune opinioni, questo ampliamento non si allontana in sé dalla logica del romanzo. Amplifica solo un tratto secondario del personaggio, quello demoniaco, autorizzato da un isolato riferimento precedente di Stoker alla Scholomance, la scuola del diavolo. Il Dracula di Stoker - ecco un altro aspetto che lo iscrive nell.ambito della letteratura popolare - è per così dire un «magazzino» di linee di sviluppo possibili, accennate e poi non utilizzate. Il Dracula interpretato da Welles è un.altra delle sue figure di potenti che bisogna distruggere per ristabilire regolari condizioni di vita - e che tuttavia torreggiano sopra i loro nemici. Ora, se il tema del padre sostitutivo attraversa l.opera di Welles (popolata di rapporti giovane/vecchio), quanti padri-mariti, pater familias, distruttivi vi troviamo! Da Kane al Rankin di The Stranger a Macbeth a Otello (allo stesso tempo potente e vittima) ad Arkadin a Mr. Clay (quest.ultimo in forma astratta, ma riconoscibile). Queste figure ci fanno riflettere sulla presenza nell.opera wellesiana dell.archetipo di Crono, il padre che divora i suoi figli: implicito nel rapporto con la moglie-bambina di Kane, realizzato in Arkadin, e inOthello (sto pensando non al rapporto Otello-Iago bensì Otello-Cassio, il quale non a caso, sfuggito ai disegni di Otello, erediterà Cipro); rovesciato in Falstaff, dove avviene l.evirazione di un padre non divoratore; e possiamo aggiungervi The Other Side of the Wind. Se poi vediamo, com.è giusto, George Amberson Minafer non solo come figlio ma come erede e rappresentante di una stirpe, in cui arriva al punto massimo l.orgoglio degli Amberson (cioè, in uno spirito gotico, quale culmine dei peccati di una stirpe), ecco che anch.egli non appare estraneo allo schema. Evidentemente Dracula appartiene alla serie di queste oscure figure parentali. Il capo-stirpe dei vampiri è un padre-marito per Mina, che chiama «mia  sposa», ma che appella anche, come fa con Lucy (e per tutto il mondo infero nella scena finale), «flesh of my flesh... blood of my blood» - che è per  definizione espressione paterna. È interessante ricordare a questo proposito come il Dracula di Bram Stoker sia un romanzo senza padri, un romanzo di orfani, nel corso del quale muoiono anche le figure già secondarie e umbratili di padri e madri sopravvissuti (il padre di Arthur, lamadre di Lucy, quel padre putativo di Harker che è Mr. Hawkins; Van Helsing invece ha perso un figlio, e sembra rivederlo in Arthur: la linea della paternità è sempre spezzata). Il romanzo stokeriano è attraversato dal riferimento alla sterilità (come pure sterile è il vampirismo, legato a concetti di lussuria meccanica, impoverimento, morte ed esclusione da Dio). Solo dopo la distruzione del Conte Dracula si conclude con una paternità operante, la nascita del figlio di Harker e Mina: solo alla fine una famiglia integra è composta, una sterilità è superata. Bisogna però isolare, all.interno dell.ampliamento operato da Welles sul testo del romanzo, un elemento che è specificamente suo. Nel romanzo di Stoker Mina rappresenta la donna emancipata (ex istitutrice, attiva, confidente, coraggiosa; le sarebbe piaciuto fare la giornalista). Nondimeno, però dopo la sua vampirizzazione da parte di Dracula Mina diventa anche - cosamolto vittoriana - la vittima auto-colpevolizzantesi di uno stupro («Contaminata!», grida). Dracula viene distrutto materialmente da uno dei suoi «cavalieri», Quincey Morris. Invece alla fine del Dracula di Welles - qui sì con deciso allontanamento dal romanzo - Mina sotto l.influsso ipnotico del Conte sembra voglia impedire la sua distruzione, fra la disperazione dei compagni - ma improvvisamente si libera dell.ipnosi e uccide Dracula di propria mano. Ciò serve evidentemente a potenziare la suspence della scena, è un bel coup de thêatre,ma non solo. Ci permette di riconoscere la presenza di un altro archetipo wellesiano, la donna distruttrice. Questa figura attraversa tutto il cinema di Welles. In primo luogo troviamo quelle figure femminili che potremmo definire «sirene», che provocano il male e portano alla perdizione il personaggio maschile: Lady from Shanghai, naturalmente Macbeth, però anche zia Fanny negli Ambersons, pur nella sua umile figura di zitella che trama nell.ombra (mentre nello stesso film il destino di Isabel ci dice quale sia quello delle figure femminili non distruttrici: essere divorate - come Desdemona).Anche in The Trial l.ossessione si riflette in tutta una serie di figure femminili divoratrici. «Far torto o subirlo», direbbe Manzoni; troviamo altresì nell.opera di Welles la figura della donna distruttrice-vendicatrice, in quanto portatrice di un «tradimento moralmente giustificato»: dalla Susan di Kane alla Mary di The Stranger alla Raina di Mr. Arkadin - né dimentichiamo l.elemento della vendetta presente nella Virginie di Histoire immortelle. Anche la Mina di Dracula  appartiene con tutta evidenza a questa categoria. Tuttavia sarebbe fare grave torto alla complessa realtà artistica wellesiana non notare l.unicità di questa figura: giustificata o meno, la donna si pone sotto il segno della distruzione e del pericolo, rappresenta una sorta di contraltare egualmente oscuro agli eroi oscuri di Welles. Pertanto è interessante che il dénouement del Dracula radiofonico, unico reale allontanamento di Welles dal romanzo, sia inteso a introdurre proprio questa figura.

Shelidon ha disegnato a margine di un libro
data astrale febbraio 02, 2006 14:35 |
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