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mercoledì, 28 giugno 2006
numero identificativo: 8521729

Riguardo alla "letteratura di genere"

Mi viene sempre da chiedere "quale genere?", ma tant'è. Da Liberazione di ieri.

Letteratura di genere, vicina al suicidio. Anzi no, vitale - Jacopo Guerriero
In un celebre pamphlet dato alle stampe qualche tempo fa, So many Books, Gabriel Zaid scriveva che «la noia è la negazione della cultura. La cultura è conversazione, brio, ispirazione. Nel sostenere la causa dei libri che ci stanno a cuore, non possiamo limitarci ad aumentare le vendite, le tirature, il numero dei titoli, le novità, gli eventi culturali, i posti di lavoro, i costi e tutte le altre quantità misurabili. Ciò che conta è la vitalità creativa che possiamo percepire, anche se non misurare; essa ci permette di capire se stiamo andando nella direzione giusta, pur se non vi sono regole fisse per promuoverla». La credibilità di codici e repertori, il maggior dinamismo di talune forme di cultura rispetto ad altre, hanno allora poco a che fare con statistiche e rapporti. Non è difficile, a maggior ragione, consegnare alla definizione di pagina depressa, le tonnellate di romanzi a sfondo krimie che, nell’esasperata ricerca dell’eldorado (“un bestseller, uno solo! ” - urlava un tempo un editore) l’industria culturale continua imperterrita a sfornare. E’ il caso di gridare all’ennesima morte del genere? Di recente, in un saggio contenuto nella raccolta Distruggere Alphaville (Ancora del Mediterraneo), apparso in rete anche su Carmilla, Valerio Evangelisti ricordava che «per quanto paradossale possa suonare, la vitalità della narrativa di genere è direttamente proporzionale alla sua vocazione al suicidio». L’affermazione ci tranquillizza. In precedenza, sempre nello stesso intervento, lo scrittore bolognese commentava: «Basta con i percorsi obbligati e i luoghi comuni. Basta con l’astronauta coraggioso, il commissario umano, il giudice senza macchia, l’assassinio seriale (…), il mostro vampiresco che percorre la storia identico a se stesso. Tutto ciò conduce a quella che alcuni hanno chiamato, parzialmente a ragione, la voga thrilleristica. No, il genere è sostanza esplosiva a cui manca l’innesco. Autori come Ballard, Ellroy, Vonnegut, Manchette, Raymond (…) lo hanno trovato e attivato. Usciti dagli schemi e dai percorsi obbligati, si sono visti immersi nella letteratura senza classificazioni, non più emarginabili, non più viventi da emarginati». Data la premessa è poco utile cedere alla tentazione dell’invettiva. Non interessa se un capitalismo deteriore continua a soffiare su bolle ormai in via di esplosione - la bolla del noir, la bolla del giallo. Il punto esaltante della riflessione è un altro, è la presa di coscienza che, accanto al molto testo morto, il nostro mercato librario porta di nuovo alla comune attenzione libri diversi che pure sono capaci di fare propria l’eredità del genere, di alterare le sue forme, regalando al pubblico un risultato letterario puro e non mimetico, spesso premiato dal successo. “Conversazioni” - per usare di nuovo un termine caro a Zaid, che dal dibattito locale si aprono ad ogni luogo e ad ogni tempo. Si ha l’impressione che il suicidio, insomma, sia in corso d’opera - ci siamo di nuovo arrivati anche se in molti stentano ad accorgersene - e già una nuova molteplicità, infiniti e disparati modelli stanno cominciando a ibridarsi e fecondarsi - ciascun modello è un centro del mondo, la totalità che possiamo approcciare è l’insieme concluso di tutta la moltitudine. Tre libri ci sembrano indicativi di un fenomeno che è solo in partenza. Gomorra (Mondadori, pp. 331, euro 15,50) è il lavoro di Roberto Saviano che racconta il nuovo Sistema criminale dei clan camorristi in Campania. Chi se la sentirebbe di definirlo un reportage? E’ possibile ragionare ancora con la vecchia formula fiction + fact = faction? Nonostante le sordide polemiche che negli ultimi giorni, in rete, fanno da contorno al libro, nessuno si azzarda a cadere in un simile errore. «In Gomorra - scrive Wu Ming 1 - troviamo la letteratura del viaggio iniziatico, l’inchiesta militante, cucchiai che affondano in madeleines avvelenate, lacerti di bildungsroman». Continuando in questa scia: a molti Piove all’insù di Luca Rastello (Bollati Boringhieri, pp. 263, euro 18,00) - potrebbe sembrare a prima vista un romanzo generazionale. Eppure, come non accorgersi della personale rivisitazione della contestazione politica come fatto estetico compiuta dall’autore? Il romanzo potrebbe essere letto come un saggio romantico sulla “cultura sottile” negli anni post ’77. Le scene di psicogeografia urbana - era dai tempi di Marcovaldo che aspettavamo qualcosa del genere - ci spingono in un contesto complesso tra realtà e sogno, ricordo e cronaca. Troppo comodo, anche in questo caso, sbrigarsela con le etichette e le riduzioni, le storie di brufoli e punk. C’è poi il caso emblematico di Gianni Biondillo, in libreria da qualche tempo con Per sempre giovane (Guanda, pp. 196, euro 14,00), un lavoro che in qualche modo doveva segnare una cesura nel suo percorso, lo stacco dalla produzione di genere. Ci dice invece l’autore a margine del Gallarate Giallo Festival, organizzato dalla neonata Fondazione Culturale “1860 Gallarate città”, dove ha tenuto un’esplicita relazione dal titolo “Oltre il genere”: «Sento una continuità molto forte con la mia produzione precedente. Cambio genere, cambio scrittura, ho fatto un libro praticamente solo di dialoghi, senza quelle descrizioni di luoghi che forse prima mi erano tipiche, un libro veloce dal taglio molto cinematografico, con un io narrante al femminile. Eppure non è affatto un libro diverso dagli altri. Il mondo che io sto cercando di rappresentare è lo stesso dei miei due lavori precedenti. In un polittico non ci sono solo i santi squartati o messi sulla graticola, ci sono anche le scene campestri, le annunciazioni. Un polittico è un insieme di storie che sembrano slegate tra loro ma che ricreano un mondo». Ogni distinzione tende dunque a scomparire? «Io mi considero un ricettore di storie - dice ancora l’autore milanese - credo nel fatto che siamo animali sociali che si trovano attorno a un fuoco per farsi incantare. Non si può essere più espliciti di così, per comprendere il valore del genere se non altro nell’affinare l’arte dell’affabulazione. Per sempre giovane è una storia minima, ma se guardi come il testo è montato puoi facilmente scoprire un’architettura precisa, con delle simmetrie, dei rimbalzi, dei pesi. Tutte cose tipiche del genere». Al di là dell’apparente omogeneità nell’offerta complessiva dell’industria culturale, nuove rivoluzioni e diverse modalità garantiscono sempre, ora di nuovo, la nascita di fenomeni di superficie inediti. Ci piace chiudere con la notizia che due grandi editori sono al lavoro per l’allestimento, nei prossimi mesi, di due diverse antologie horror, messe in piedi con testi di autori italiani. Se nei singoli periodi diverse tendenze tendono a prevalere, forse è il momento buono per un genere fecondo che la nostra industria libraria deve ancora valorizzare.

Shelidon ha disegnato a margine di un libro
data astrale giugno 28, 2006 11:29 |
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domenica, 25 giugno 2006
numero identificativo: 8494790

"Su Mantegna I"

Mantegna, Cristo Morto

Recensione del libro, dal Corriere di oggi.

Indagare su Andrea «pictore» e scoprire che ogni epoca ha creato il suo Mantegna - ALESSANDRO BERETTA
In settembre saranno cinquecento anni dalla morte di «Andrea pictore», com’è detto Mantegna nel primo documento che lo ricorda allievo nella bottega padovana di Squarcione. Ad indagare questo tempo - attraverso la dinamica materiale di un mito fatta di fonti letterarie, incontri, passaggi di proprietà, attribuzioni, derivazioni iconografiche, fortuna e incomprensioni - è l’imponente Su Mantegna I di Giovanni Agosti, primo tomo della storia di mezzo millennio di fama. A fare da scenario al libro è una visita alla mostra del 1992 dedicata all’artista di Isola Carturo (vi nacque nel 1430) presso la Royal Academy di Londra: ultima grande esposizione finanziata dalla Olivetti per cui Agosti era responsabile di alcune opere. È nel crepuscolo di quel mecenatismo che inizia il racconto della gloria di Andrea, illustrata di secolo in secolo seguendo l’idea che «ogni epoca ha semplicemente cercato un Mantegna diverso e spesso l’artista si è trovato a fare da propulsore ad altre avventure della storia delle immagini». A partire dagli intellettuali padovani che lo decretarono appena ventenne «artista ideale» per gli affreschi della Cappella Ovetari di Padova, passando per i rapporti con le corti di Mantova e Milano, al dramma che Agosti intitola Albrecht und Andrea , quando il giovane Dürer, innamorato delle stampe che Mantegna usò per diffondere i suoi disegni, cercò a Mantova il maestro ormai scomparso. Un saggio dal ritmo vertiginoso tra colore letterario e digressioni che debordano nell’officina delle note dove «cortometraggi di intrattenimento, bordate polemiche» danno corpo al sentimento che «dell’erudizione non si può fare a meno, oggi più che mai». Ne risulta un’opera bella e impura, retta da un rigore programmatico legato a palinsesti letterari e cinematografici: in apertura, calco dell’incipit di Petrolio di Pasolini, un appunto indica una costellazione di modelli - da Roberto Longhi di Officina ferrarese , a Fratelli d’Italia di Arbasino - e la compagine ha la struttura del film Berlin Alexanderplatz di Fassbinder, ovvero un prologo e quattordici episodi. Questo primo volume, aperto da una scorrevole «Vita di Mantegna», ne svolge sette chiudendo sui «Saldi» della collezione dei Gonzaga, con la partenza per l’Inghilterra nel 1630 dei Trionfi di Cesare : ultimo ciclo di tele del pittore di «severità e discrezione», custodito dalla corona inglese ad Hampton Court, e pietra miliare dei primi secoli di memoria del Mantegna.

Il libro: Giovanni Agosti, «Su Mantegna I», Feltrinelli, pagine 552 e 144 di immagini, € 45

Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale giugno 25, 2006 13:26 |
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venerdì, 23 giugno 2006
numero identificativo: 8475882

La questione del copyleft

Berardo Strozzi, Allegoria delle arti

[CENSURA, ovvero sequenza di pensieri selvaggi che non è il caso di trascrivere] Ma il principale problema in merito di "copyright e copyleft" sono davvero entità come Microsoft?
Non lo so. Sicuramente sono un problema, ed un problema serio.
Però conosco persone che sentono il dovere di porre una (c) su un misero banner fatto al volo con paint, gente che gira il mondo alla ricerca di una casa editrice e su internet non pubblica neanche una virgola o una nota, associazioni culturali senza scopo di lucro che si comportano come aziende con un responsabile di marketing psicotico. Personalmente li appenderei per i piedi ma, si sa, io sono una persona violenta e facinorosa.
Tuttavia, il problema copyright forse non è solo un problema di leggi: è anche (soprattutto?) un problema culturale. Assomiglia in maniera preoccupante a quei fenomeni di costume di cui ogni tanto dico "non si possono combattere". Spero di sbagliarmi e che una lotta contro questa degenerazione del concetto di cultura sia ancora possibile. Se qualcuno ha delle idee in merito, ogni suggerimento è ben accetto perché allo stato attuale delle cose ho esaurito gli argomenti per tentare di convincere una persona a pubblicare i propri studi su internet.
Elenco degli argomenti finora usati: (1), (2), (3).

Ah, dimenticavo lo spunto della riflessione. Articolo dal Manifesto di oggi:

Un patto di convivenza tra copyright e copyleft - Benedetto Vecchi
Il primo a sottoscrivere l'accordo tra Creative Commons e Microsoft è stato il ministro della cultura brasiliano Gilberto Gil nella giornata inaugurale del summit internazionale iCommons iSummit. Già l'annuncio dell'intesa aveva suscitato le dichiarazioni entusiaste del giurista Lawrence Lessig (il manifesto del 22 giugno), secondo il quale l'accordo è una svolta nel mondo della proprietà intellettuale. Stessa soddisfazione tra i dirigenti della Microsoft, che da Redmond mandano a dire che è iniziata, dopo il periodo della contrapposizione, l'era della collaborazione tra due approcci finora antitetici sul copyright e sui brevetti. Dichiarazioni e entusiasmi davvero esagerati per un accordo che prevede solamente che un testo scritto o una tabella elettronica costruita con uno dei software del «pacchetto» Office può essere «marchiato» con una delle licenze Creative Commons. E' sicuramente inutile ricordare che Microsoft è da sempre un paladino del copyright in quanto diritto proprietario dell'impresa su un manufatto digitale, ma non è noto a tutti che i Creative Commons sono stati inventati da Lawrence Lessig affinché un testo, un file musicale, un video potesse essere essere manipolato, modificato o, come sostiene il giurista statunitense, «remixato» garantendo però il riconoscimento simbolico del diritto dell'autore che gli aveva dato quella forma, quello stile, quel contenuto iniziale. In una intervista Lessing aveva inoltre sostenuto che i Creative Commons sono l'equivalente della licenza Gpl (General public licence) per ogni «manufatto culturale». Da questo punto di vista, l'accordo siglato nei giorni scorsi può essere considerato l'incontro tra il diavolo (la Microsoft) e l'acqua santa (i paladini della condivisione della conoscenza). Un incontro, però, in cui nessuno è tenuto a rinunciare alle proprie convinzioni: entrambi, stabilendo un patto di convivenza, riconoscono legittimità all'altro di sviluppare i propri prodotti come meglio crede. Ovviamente, ognuno dei due partecipanti all'accordo sostiene le sue ragioni. Lawrence Lessig e Gilberto Gil affermano infatti che, visto che esistono centinaia di milioni di utenti di «Office», i Creative Commons potranno essere conosciuti da un pubblico esteso e che molti di loro potranno usufruire liberamente di un'alternativa delle norme dominanti sul copyright. Dal canto suo, Microsoft vede nell'accordo un'investitura di legittimità da parte di un mondo fino a ieri ostile, se non nemico. Ma al di là della portata dell'accordo, la sua ratifica è un ulteriore segnale che le acque già agitate della proprietà intellettuale conoscono un ulteriore sommovimento. E' da circa un anno che, sia a livello internazionale che locale, sono in atto movimenti di non poco conto. Ad aprire i «giochi» ci hanno pensato il Brasile, la Cina, l'Argentina e l'India, che hanno chiesto, finora con poco successo, all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di aprire un tavolo di lavoro sulle forme alternative di tutela della proprietà intellettuale. In nome della difesa della biodiversità, del diritto all'«autonomia» dal potere delle multinazionali o delle «vie nazionali» allo sviluppo economico, i tre paesi emergenti del capitalismo globale hanno individuato nelle modalità di sviluppo open un'alternativa ai trattati internazionali sul commercio della proprietà internazionale del Wto, considerati dei dispositivi legislativi che favoriscono i soliti noti, cioè le imprese multinazionali statunitensi. Ma se il Wto è rimasto tiepido, l'organizzazione internazionale sulla proprietà intellettuale (Wipo) ha invece dedicato non pochi meeting di studio sulle licenze Gpl o sui Creative Commons, arrivando anche a ospitare Richard Stallman nella sua sede ginevrina. A livello nazionale, invece, sono stati molti i paesi - in Europa, America latina e in Asia - che hanno scelto software open source per la pubblica amministrazione da affiancare a quello proprietario. Poi sono arrivate le sorprendenti dichiarazioni di Linus Torvald sulla compatibilità di Linux e i Digital Rights Management in nome della «neutralità» della computer science e dell'efficienza del suo sistema operativo. Segnali che indicano una direzione di marcia verso un «sistema misto» della proprietà intellettuale che, se ancora non ha avuto ratifiche istituzionali, si sta imponendo nella realtà. D'altronde nel mainstream del pensiero economico sta prendendo piede un punto di vista che potrebbe essere così riassunto: producete i vostri software o libri o dischi o video come volete, ma poi sta alle imprese che si muovono secondo una stringente logica di costi e ricavi gestirli e distribuirli per fare profitti. E se si moltiplicano le prese di posizioni di artisti musicali, di scrittori a favore dei Creative Commons, mentre il software open source si diffonde fino a insidiare seriamente il monopolio di Microsoft, le imprese capitalistiche stanno modificando la loro organizzazione per «accogliere» quel variegato mondo produttivo e sociale che risponde alla cosiddetta «economia del dono». Alcuni anni fa lo studioso finlandese Pekka Himanen si domandava se l'etica hacker potesse, nel futuro, diventare lo spirito del capitalismo. Con azzardo si può già rispondere a quel quesito. L'etica hacker è già lo spirito del capitalismo.

lunedì, 19 giugno 2006
numero identificativo: 8436331

Bushismo

No, non si tratta di una qualche pratica orientale di meditazione, ma di un simpatico fenomeno che a noi italiani sicuramente non è nuovo. Pregasi osservare qui. E' da rotflare per non rotfcare.

Shelidon ha disegnato logiche politiche
data astrale giugno 19, 2006 18:44 |
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The peacock girl

A. Beardsley, Salomé

Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale giugno 19, 2006 09:48 |
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