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# *loading* giri oziosi
giovedì, 24 agosto 2006
numero identificativo: 9014376

Ancora riguardo allo scandalo del Cristo morto

Anche dopo l'estate, continua (giustamente) la (giusta) polemica.
Peccato che l'articolo in questione sia pieno di [CENSURA]. Il pezzo, dal Corriere di oggi, perdona facilmente la soprintendente di Brera (tanto attenta e sensibile, e in più il giornalista la conosce...) che rifiuta un quadro per motivi generici, mentre la direttrice della Ca' d'oro, che ne rifiuta un altro perché in restauro, è "inspiegabile". E soprattutto non è amica sua. Sorvoliamo poi sulla superficialità ed il qualunquismo (tra i più tipici del Corriere della Sera ormai da tempo) di quel «ma davvero servono due mesi per stabilire come intervenire sul perizoma». Il culmine dell'idiozia è toccato dall'appello «meno mostre monografiche e più mostre di ricerca». Ha ha, perché, una nuova mostra monografica come pensi sia fatta, prendendo un libro di storia dell'arte, copiando giù la biografia e mettendo le opere in ordine cronologico alle pareti? E quelle che citi -
di Cesare Brandi, Roberto Longhi, Rodolfo Pallucchini, Umberto Baldini, Cesare Gnudi - non erano forse mostre monografiche e di ricerca? E, allo stesso tempo, una mostra tematica non può essere banale e trita come la recente (inguardabile) di LineaD'ombra sugli impressionisti e la neve?

L’arte dei veti: meglio prestare il Mantegna conteso - Arturo Carlo Quintavalle
Diciamocelo: i direttori di museo e i soprintendenti detengono un potere enorme, fra l’altro quello di negare i prestiti. A volte lo spostamento delle opere viene pensato automaticamente come danno, ma se vi sono tutte le garanzie e i pezzi sono per giunta di piccolo formato perché dire di no? Giustamente la soprintendente Carla Di Francesco sottolinea la delicatezza della tempera su tela con il «Cristo morto» di Mantegna, ma credo davvero che se si adottassero tutte le più avanzate misure di tutela l’opera, in clima box, sistemata orizzontalmente, accompagnata da restauratori e dai responsabili della Pinacoteca di Brera, potrebbe ben viaggiare, essere sistemata nel luogo più adatto e felicemente ritornare a Milano come è avvenuto qualche anno fa in occasione della mostra mantovana «La Celeste Galeria». Conosco la soprintendente, è attenta e sensibile, quindi forse il problema potrà essere risolto. Inspiegabile invece il rifiuto del «San Sebastiano» della Cà d’Oro: la direttrice comunica che l’opera è in restauro; benissimo, ma davvero servono due mesi per stabilire come intervenire sul perizoma svolazzante e trafitto dalle frecce? Per giunta le dimensioni e la conservazione del pezzo non pongono ostacolo alcuno. E allora? Inoltre la stessa direttrice, Adriana Augusti, certo appassionata e attenta, afferma che «il museo senza San Sebastiano è come ferito», ma è proprio questa idea del Museo come corpo, e corpo immobile, che va discussa, il museo è una stratificazione nel tempo di donazioni, acquisti, a volte anche sottrazioni, il Museo è un luogo dove culture diverse si incontrano. E lo sono anche di più le mostre. Questa di Mantegna, su tre sedi, Verona, Padova e Mantova, con un contributo di studiosi imponente, è una occasione da non perdere: mostrare a mezzo milione di visitatori questi dipinti del Mantegna è un momento di alta civiltà. E allora conviene ricordare che i prestiti molte volte, troppe, vengono inspiegabilmente negati. Dunque si constatano troppi dinieghi? Molte volte avviene il contrario: per una mostra d’arte medioevale abbiamo ottenuto dai soprintendenti e direttori la massima collaborazione e importanti, generosi prestiti prima di tutto in Lombardia; ma forse sul Rinascimento e sui grandi nomi si esercita una pressione diversa. Diciamolo, le mostre monografiche sono ancora oggi quelle più ovvie, quelle che attraggono di più i visitatori; quando nel 1960 Giovanni Paccagnini fece la sua mostra di Mantegna proponeva anche grandi novità: le sinopie del portico del Sant’Andrea di un aiuto del Mantegna e del Correggio, inoltre presentava un gruppo importante di sculture, e poi tanti dipinti: con circa 300 mila visitatori, cominciò allora il consenso di massa alle mostre d’arte. Dopo solo gli Impressionisti, ben più di Raffaello, Tiziano, Michelangelo, attraggono un pubblico enorme, salvo, e siamo sempre a Mantova, la mostra «La Celeste Galeria» che di visitatori ne ha fatti mezzo milione, e non era una monografica. Allora che fare? Stimolare i soprintendenti a «liberare Mantegna» ove lo stato di conservazione, come parrebbe nei due casi indicati, lo permetta, ma fare sì che gli Uffici preposti alla tutela siano sempre coinvolti nelle rassegne. Auspico dunque una forte collaborazione fra studiosi di qualità e, per il futuro, meno mostre monografiche e più mostre di ricerca, come accadeva dagli anni ’30 ai ’70, con le rassegne di Cesare Brandi, Roberto Longhi, Rodolfo Pallucchini, Umberto Baldini, Cesare Gnudi.
Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale agosto 24, 2006 09:59 |
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mercoledì, 23 agosto 2006
numero identificativo: 9007533

Puff...

Maxfield Parrish, "Sleepying Beauty"

...stanchezza. Avevo detto che dopo i borghi avrei dormito un mese di fila. Le ultime parole famose.

 

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale agosto 23, 2006 13:43 |
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domenica, 13 agosto 2006
numero identificativo: 8937498

Romanzi gotici e affini

Fabio Porfidia, Moon

Sono on-line il percorso di lettura e il percorso di studio realizzati per l'esposizione artistica dal titolo Dagli abissi. Echi d'orrore soprannaturale tra Tolkien e Lovecraft che ho curato ai Borghi dell'Anello. Il tutto è sul blog del gruppo culturale bolgeri di Milano.
Shelidon ha disegnato a margine di un libro
data astrale agosto 13, 2006 19:21 |
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mercoledì, 02 agosto 2006
numero identificativo: 8851208

Azuma

Dal Corriere di oggi. (scusate la segnalazione senza commento, ma gli impegni incombono).

Azuma, il kamikaze che si fece scultore
Da Tokio a Milano. É trascorso mezzo secolo da quando Kengiro Azuma è approdato all'Accademia di Brera per seguire i corsi di Marino Marini, di cui, poi, dal 1960 al 1979, sarà assistente. Una monografia di Apollonio sull'artista toscano, sfogliata nella libreria universitaria di Tokio, cambia la sua vita. I cavalli di Marini gli ricordano quelli dei palazzi imperiali e delle tombe cinesi. Così, assieme alle Pomone, essi diventano il punto di riferimento per le prime figure femminili. Kengiro decide di conoscere lo scultore italiano. L'occasione? Una borsa di studio del nostro Governo per Milano, Accademia di Brera. Laureato da circa un lustro, assistente di Atsuo Imaizumi (storico e vicedirettore del Museo nazionale d'arte moderna), sino ad allora Azuma, come buona parte dei giovani artisti del Sol levante, guarda all'Europa, al rinnovamento della tradizione (Rodin e Bourdelle, per esempio), anche perché fra i suoi insegnanti ci sono Kazuo Kikuchi (allievo di Despiau) e Toyoichi Yamamoto (discepolo di Maillol). Ha 30 anni, Kengiro, ma ha avuto una vita intensissima. A 17, lasciato il liceo, entra in Marina: corsi per piloti di aerei siluranti, che, finiti i siluri, si trasformano in kamikaze. Gli insegnano che l'imperatore è un dio per il quale è un onore immolarsi. Con altri volontari, Azuma ha un addestramento speciale; poi viene destinato a Okinawa, nelle Filippine. «Il mio amico più caro si chiama Toshio Hida - racconterà -. Siamo sovraeccitati da quello che ci inculcano: è comprensibile a 19 anni. Il calendario decide le partenze dei kamikaze. Per evitare ripensamenti viene fornito il carburante per sola andata. A Toshio tocca di partire una settimana prima di me. Quattro giorni dopo il suo sacrificio, la guerra finisce. Sono disorientato, mi sento vuoto dentro. E non ho più fede in nulla. L'imperatore non è un dio, ma uno come noi. Ho bisogno di credere, di riappropriarmi di qualcosa di spirituale: l'arte? Avevo vissuto in una famiglia di artigiani del bronzo. Penso che l'Accademia può far rinascere in me i valori dello spirito». Stavolta la scommessa non si gioca con la vita, ma con la reputazione. Buona volontà e testardaggine vanno di pari passo. Alla fine, Kengiro ce la fa. «Cerca la tua strada, non imitarmi - gli suggerisce Marini -. Riscopri il concetto di forma e spazio, tenendo conto degli insegnamenti buddisti». E Azuma, che intanto frequenta Lucio Fontana, ritrova se stesso, evitando che il «marinismo» possa danneggiarlo. Del maestro toscano capta l'humus; dell'italo-argentino, la geometria. Il ritmo, però, l'impronta di triangoli, cubi, spirali, coni e quant'altro, sono totalmente suoi. Così come la luce e i riflessi calati in un'atmosfera orientale. Mezzo secolo, si diceva: cinquant'anni di vita italiana cui se ne aggiungono trenta, precedenti, del Giappone. Ed ecco che per ricordare i suoi 80 anni, Luciano Caramel ha curato un'antologica alla Fondazione Calderara di Vacciago di Ameno, nel Novarese (aperta sino al 15 ottobre): dai lavori figurativi del 1953, a quelli astratti del 2006. Bronzi (spesso affiancati dai disegni preparatori) e installazioni, distribuiti fra casa, cortile e giardino. I lavori all'aperto ripropongono, sul campo, il raffronto arte-natura, degli anni 70. Piante e metallo si integrano. Racconti in giardino, dunque, o versi («La scultura è come un canto che avverto dentro») danno vita ad una sorta di recitativo con gesti e movimenti appena percettibili degli attori del teatro Nô. L'azione nello spazio interessa uomini, uccelli, alberi, foglie, canne. Ma il ricordo che ne rimane è incorporeo, immateriale. Elementi estetici e spirituali testimoniano della capacità di Azuma a far convivere le proprie radici orientali (scuola Zen) con la cultura europea. Fra le opere più suggestive, le piccole Gocce. Gocce di pioggia. «Io dico piove, Che cos'è piove? - si domanda Azuma -. Può essere molti modi di piovere. Ecco che dare forme diverse alla parola piove unisce, oltre ai diversi significati che abbiamo appreso mentalmente, diverse sensazioni visive che insieme ci forniscono una più completa percezione dell'evento». Ed ecco che la pioggia viene rappresentata con una serie di piccole e grandi sculture a forma di goccia, disposte accanto o l'una sull'altra, costituendo una colonna senza fine, tesa verso le nuvole. Alla fine, l'artista-poeta sente, davanti allo specchio, «il canto della goccia d'acqua».
Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale agosto 02, 2006 12:38 |
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Mastro Jacob van Hechtevaëre, il pittore d'occhi

Dal Manifesto di oggi.

Il capolavoro sconosciuto di mastro Jacob - Jean Richepin
Che Jacob van Hechtevaëre il vecchio sia un grande pittore, è impossibile negarlo, anzi, non proclamarlo a gran voce quando si guarda il suo autoritratto. Sfortunatamente per la sua gloria, l'occasione è stata offerta solo a pochissime persone; e un destino crudele, ostinato e implacabile ha voluto che, in due secoli, fra questi rari privilegiati non ce ne fosse uno che potesse affermarlo con la necessaria autorevolezza e risonanza. Il ritratto, infatti, nel 1692 fu lasciato in eredità dalla figlia del maestro al convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache, a condizione che lo si conservasse coperto da un velo e che venisse esposto solo una volta all'anno, a Ognissanti, durante la messa dei Morti. Le suore, il curato del paese che diceva messa presso la cappella delle Provendiste grigie, qualche fedele che per speciale devozione si faceva tre leghe di pessima strada per arrivare al convento, situato fra i boschi: ecco il pubblico, insufficiente a dare fama, cui da due secoli, una volta all'anno, veniva mostrato l'ammirevole e magico ritratto di Jacob van Hechtevaëre il vecchio. Altri suoi quadri si possono vedere nei musei di Gand, di Valenciennes, alla biblioteca di Audenard e in numerose chiese del Belgio. Ma non hanno nulla di geniale. Sono l'opera di un onesto artigiano che conosce il proprio mestiere, come allora ce n'erano molti nella scuola fiamminga, ma nulla di più. Bisogna essere un fine intenditore, un vero esperto, per trovarvi un tocco personale che lo distingua un poco da quello o da quell'altro, per esempio da suo nipote, Jacob van Hechtevaëre il giovane, con cui spesso viene confuso anche dai più abili. Ma il suo autoritratto, che capolavoro unico, che meraviglia incomparabile! Magica, sì, veramente magica! O meglio, magica in modo sovrannaturale! Le parole non sono affatto esagerate. Sono semplicemente esatte. Impossibile non essere d'accordo, e non capire le ragioni del singolare lascito fatto dalla figlia del maestro al convento delle Provendiste grigie, e non confessare che Jacob van Hechtevaëre il vecchio non poteva non essere un grande pittore, una volta letta la storia del suo ritratto, la strana storia che segue. Già da molti anni Jacob van Hechtevaëre, o (come lo chiamavano a Waëgtmeux-en-Thiérache, la sua città natale) mastro Jacob, esercitava la professione di pittore e ne ricavava onorevolmente e felicemente da vivere. Faceva tutto ciò che rientrava nel suo ambito, ritratti, nature morte, paesaggi, soggetti religiosi e storici, allegorie e decorazioni, non rifiutava nessun incarico, non chiedeva prezzi troppo alti, inoltre era professore alla scuola municipale delle arti e dei mestieri di Waëgtmeux-en-Thiérache e sembrava che non avesse nient'altro da desiderare, poiché traeva dal suo mestiere considerazione e profitto allo stesso tempo. Le sue abitudini, i suoi comportamenti e il suo aspetto confermavano in pieno questa immagine. Calmo e ordinato, lavoratore coscienzoso, buon padre di famiglia la cui casa era benedetta dalla presenza di un'adorabile massaia e di tre bei bambini, ottima forchetta e gran bevitore dal volto giulivo, conduceva un'esistenza invidiabile. Si alzava presto, mangiava leggero per avere la mano libera, se ne stava al tavolo di lavoro fino alle tre del pomeriggio, e solo allora faceva un abbondante pranzo, con il resto della giornata a disposizione per digerire con comodo e concedersi un meritato riposo. Se ne andava alla locanda, dove fumava innumerevoli pipe accendendole con le braci che covavano sotto le ceneri e beveva sei grandi boccali di birra bianca, asprigna e schiumosa, intrattenendosi pacatamente sulla propria arte con gli amici e gli allievi. Alle nove di sera rientrava e consumava una cena leggera, così da garantirsi un sonno tranquillo. Il giorno dopo, al risveglio, ricominciava a fare esattamente tutto quello che aveva fatto il giorno prima. Mastro Jacob, tuttavia, nonostante la sua aria felice, in fondo all'anima non le era affatto. Artista onesto e appassionato alla propria arte, si giudicava mediocre e ne soffriva. Ma intorno a lui nessuno se ne accorgeva. Gli ammiratori, gli amici e gli allievi attribuivano alla bonaria modestia le confessioni che si lasciava scappare, di solito dopo il sesto boccale, quando affermava cose del genere: - E buonasera! Ecco un'altra giornata persa! - Ah! se smettendo di vedervi fossi sicuro di creare un capolavoro, con che gioia vi lascerei per sempre! - Proverò a sognare di essere un grande pittore, per consolarmi del fatto che non lo sono. I pochi nemici che si era fatto a causa della sua prosperità, trovavano il pretesto per insinuare che la sua era una falsa modestia e che tanta bonarietà nascondeva una vanità ripugnante, capace di qualunque cosa pur di venire soddisfatta.
A conferma di questa spiacevole opinione, il più maligno dei suoi nemici citava una frase che tornava spesso nelle recriminazioni di mastro Jacob, una frase alquanto inoffensiva che i suoi amici, giustamente, consideravano una semplice battuta. - Per creare un capolavoro, ripeteva mastro Jacob, si può anche vendere l' anima al diavolo. Era evidente che lo diceva senza malizia, senza pensare che lo si poteva prendere alla lettera. Come dubitarne, quando si osservavano i suoi begli occhi da uomo onesto, il gran volto allegro, la bocca sorridente e le labbra tumide, su cui la birra bianca schiumava come il latte sulle labbra di un innocente che prende la poppata? Senza contare, oltretutto, che mastro Jacob adempiva con gran devozione ai propri doveri religiosi, non mancava mai alla messa e faceva la comunione in occasione di tutte le feste solenni. Bisognava dunque possedere uno spirito diabolico, anche solo per immaginare che mastro Jacob stesse parlando seriamente di concludere un patto con il diavolo. E, a riprova del fatto che non ne parlava seriamente, un giorno suo nipote, Jacob van Hechtevaëre il giovane, che amava scherzare, gli disse: - Ma, zio, se il Diavolo venisse proprio a proporvi l'affare, che cosa gli rispondereste? - Beh - replicò allegramente Jacob van Hechtevaëre il vecchio, che anche lui amava ridere - gli risponderei quello che rispondo a te quando mi chiedi se sai dipingere. La risposta consisteva in una modesta parolaccia con cui gli abitanti di Waëgtmeux-en-Thiérache, contro l'opinione di certi storici che li considerano fiamminghi, provano di essere francesi in tutto e per tutto. La sera del martedì grasso dell'anno 1681, un po' prima delle nove, mentre mastro Jacob stava vuotando il quinto boccale e accendeva con le braci l' undicesima pipa, dopo avere appena ripetuto la sua frase favorita, uno straniero entrò nella locanda. Nessuno lo conosceva. Tutti, quando in seguito se ne parlò, si trovarono d'accordo nel dire che aveva l'aria di uno spagnolo. Portava una mascherina di velluto cremisi, un cappello a larghe tese sopra una papalina rossa, un'ampia e lunga cappa scarlatta che gli copriva tutto il corpo, e stivali di pelle, uno dei quali, con la tomaia assai più arrotondata, tesa e piena dell'altra, denotava visibilmente un piede deforme. Come se si trovasse in mezzo a persone amiche, lo sconosciuto si sedette con familiarità al tavolo del gruppo di mastro Jacob, si versò un boccale dalla loro brocca e disse al pittore, a bruciapelo: - Mastro Jacob, ciò che vi manca per creare un capolavoro è la capacità di dipingere gli occhi. Nonostante tutti avessero abbondantemente festeggiato il martedì grasso e considerassero quindi con indulgenza l'uomo mascherato che sembrava festeggiarlo a sua volta, a nessuno venne voglia di ridere. A mastro Jacob meno che agli altri. Anzi, un pallore mortale gli scolorò improvvisamente il volto, paonazzo perché quel giorno aveva mangiato e bevuto più del solito. E gli sembrò che il cuore gli mancasse, a tal punto le parole dello straniero lo avevano colpito dritto sulla piaga aperta della sua sofferenza segreta. - Avete ragione, rispose con umiltà piena di vergogna, avete proprio ragione, messere, io non so dipingere gli occhi. - Vi piacerebbe, riprese lo straniero, che vi insegnassi a dipingerli? - Sì, sì, certo, esclamò mastro Jacob, un po' spaventato, ma allo stesso tempo entusiasta di una proposta del genere. - E allora, fece l'uomo, venite con me. Tentarono di impedire a mastro Jacob di seguirlo. Ma lui, di solito così pacifico, bestemmiò il nome del Signore, minacciando di rompere la testa a chiunque si azzardasse a trattenerlo. E uscì nella notte insieme allo straniero. Il giorno dopo, siccome gli amici curiosi lo interrrogavano sull'accaduto: - Beh - disse - eravamo tutti su di giri per via del martedì grasso. Anch'io. E anche quell'uomo. L'ho perso nella folla. Era uno scherzo di cattivo gusto. Non parliamone più. Ben presto, però, fu evidente che non aveva smesso di pensarci, e che tra lui e quell'uomo doveva essere accaduto qualcosa capace di sconvolgergli profondamente la vita. Aveva perso la sua bella cera. Non andava più tutte le sere alla locanda. E quando ci andava, fumava e beveva appena. Dopo un certo tempo smise del tutto di andarci. Ora non usciva più di casa. Se ne stava chiuso nel suo atelier. Non riceveva neppure la moglie o i figli. E una domenica finì per spingere questa sua folle reclusione sino al punto di rifiutarsi di andare a sentir messa. Da quel giorno non frequentò più la chiesa. Quell'anno non celebrò la Pasqua. Il curato, che era un suo vecchio amico, andò a trovarlo e fu quasi costretto a forzare la porta perché lo lasciasse entrare nell'atelier, e gli domandò gentilmente i motivi di quell' irragionevole condotta. - Lo saprete, rispose mastro Jacob, quando avrò terminato il mio capolavoro. - E qual è questo capolavoro, chiese il prete, il capolavoro a cui sacrificate la vostra salvezza? - Non intendo sacrificargli la mia salvezza, replicò mastro Jacob. Ho preso le mie precauzioni al riguardo. - Fate attenzione, riprese il prete. Sembra che vogliate giocare d'astuzia con il Maligno. Ma è lui, il Maligno, che vi ingannerà. Non farete un buon affare. Tristemente e orgogliosamente, mastro Jacob rispose: - Tanto peggio, allora. Almeno, per una volta nella vita, sarò stato un buon pittore. Un mese più tardi, mastro Jacob venne trovato morto di morte improvvisa davanti al capolavoro portato a termine. Era il suo autoritratto, quel meraviglioso, magico e sovrannaturale autoritratto che nel 1692 la badessa Claire van Hechtevaëre, figlia del maestro, lasciò in eredità al convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache. All'angolo del quadro era fissato un pezzetto di pergamena su cui mastro Jacob aveva scritto queste righe: «Il Diavolo mi ha insegnato il segreto per dipingere gli occhi, Un segreto che consiste nel sottrarre la vita ai modelli che si vogliono rappresentare, per fissarla sulla tela. In questo modo si uccidono lentamente le persone a cui si sta facendo il ritratto. Io non ho voluto uccidere altri che me stesso. Avendo la possibilità di conquistare il genio per mezzo di un omicidio, ho preferito il suicidio. Confido nella misericordia divina perché questa scelta mi venga scontata in remissione del mio delitto. E supplico che il mio orgoglio sacrilego venga castigato con il rifiuto della gloria postuma alla quale il mio capolavoro ha diritto. A me basta sapere che l'ho portato a termine. Raccomando la mia anima alle preghiere, nel caso in cui il Maligno non mi lasciasse il tempo...» La morte aveva colpito il pover'uomo mentre ancora stava scrivendo. Ed ecco perché ogni anno, presso il convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache, nel giorno di Ognissanti, si fa assistere alla messa dei Morti, libero dal velo per un'ora, il meraviglioso, magico e sovrannaturale ritratto del grande e sconosciuto artista, al quale viene qui restituito, per la prima volta, il nome completo con cui firmò il suo unico capolavoro: Mastro Jacob van Hechtevaëre, il pittore d'occhi.

(traduzione di Michele Zaffarano, uscito il 5 dicembre 1895 su «Le Gaulois» con il titolo «Le peintre d'yeux»)
Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale agosto 02, 2006 12:37 |
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