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venerdì, 30 marzo 2007
numero identificativo: 11567213

Picasso e il circo

Articolo dal Manifesto del 28 marzo, in cui si parla di una mostra sul sottile filo che ha legato Picasso e il circo. Peccato che ancora non è sicuro se arriverà in Italia oppure no.

Fra Arlecchini, cavallerizze e saltimbanchi l'attrazione fatale di Picasso per il circo -Arianna Di Genova
Dopo la tappa di Barcellona, arriva a Martigny, presso la Fondazione Gianadda, una mostra speciale titolata Picasso e il circo (visitabile fino al 10 giugno) che, in un percorso di circa trecento opere fra dipinti, disegni, incisioni, sculture e ceramiche, indaga l'attrazione fatale dell'artista spagnolo per i numeri acrobatici da pista. Un amore cominciato in giovane età quando Picasso, adolescente, andava a sedersi sui gradoni del circo Tivoli a Barcellona, consumando una precoce storia d'amore con la cavallerizza Rosita del Oro e dipingendo cavalli alle prese con movimenti rotatori e ipnotici. Poco dopo, quando l'artista si trasferì a Parigi, elesse l'amazzone a unica regina dei suoi album. Solo in seguito arriveranno le celebri famiglie di saltimbanchi. Nonostante la frequentazione quotidiana di alcuni di loro e la stretta amicizia con acrobati come Marnitz e Manello, gli equilibristi Adonis e Liona Golunko, il domatore Chas Baron, il pagliaccio Grock, i suoi personaggi si caratterizzeranno come individui pervasi da una schiacciante malinconia. Eppure furono proprio gli acrobati ad inaugurare la nuova stagione della pittura picassiana, quel periodo rosa più rilassato e meno «espressionista» del precedente blu. Ma l'artista non immortalò mai i circensi sotto i riflettori dello spettacolo; preferì ritrarli su strade polverose, in atteggiamenti assorti, compagnie stralunate di outsider che finirono per rappresentare una sorta di doppio esistenziale. Anche Picasso, straniero e appena «emigrato» in Francia, doveva sentirsi un acrobata della vita, in preda all'erranza. Così, una volta arrivato sulla butte di Montmartre, il circo attirò Picasso molto più dei cafè chantants e del Luna Park. Lì, c'era il Medrano a calamitare gli sguardi di intellettuali come Max Jacob, Cocteau e Apollinaire. Al gruppo gaudente si unì anche l'artista di Malaga. Dopo gli spettacoli, Picasso cominciò a rimanere in compagnia di quella gente, fermandosi al bar dell'Hotel des Deux Hémisphères dove molti di loro alloggiavano. Il clown, soprattutto l'Augusto, l'anarchico sperimentatore di un territorio senza legge, divenne il protagonista dei suoi dipinti e Picasso iniziò a ritrarsi nei panni del buffone di corte o dell'Arlecchino, principe della Commedia dell'arte «traslocato» nelle più moderne piste parigine. Ne La famiglia dei saltimbanchi (1905), l'artista si impegnò definitivamente a mettere in freezer i suoi eroi, cancellando ogni accenno di azione, fra i blu di prussia e i rosa pallidi. Quadri come Madre e figlio (1905) e gli innumerevoli attori di compagnie da baraccone - acrobati, clown, cavallerizze, equilibristi - furono i nuovi «eletti». Rappresentavano un popolo dall'identità nomadica e con un dna segnato dalla nostalgia del ritorno. Gertrude Stein, la ricca americana, collezionista e mecenate che aiuterà il difficile esordio di Picasso, ricordò spesso quanto il pittore, insieme agli amici, frequentasse il circo: «Almeno una volta alla settimana si ritrovavano tutti al cirque Medrano. Si sentivano fierissimi di potersi mescolare ai clown, ai prestigiatori, ai cavalli e cavallerizzi. A poco a poco, Picasso fu sempre più francese e cominciò il periodo rosa o degli Arlecchini». E anche la compagna di allora, Fernande Olivier, confessò che solo dentro l'arena del Medrano Picasso tornava felice. Ma i soggetti che immortalati sui quadri sono solo in apparenza più gioiosi dei diseredati di un tempo: saltimbanchi e giocolieri sembrano deprivati del loro passato ma anche dell'attesa di un futuro; non sono altro che una schiera di personaggi risucchiati dall'apatia, fragili creature avvolte nel bozzolo di una indifferenziazione sessuale. L'omaggio al mondo del circo - che durò tutta la vita - comprese anche l'incursione di Picasso nel teatro, quando venne chiamato a disegnare i costumi e il sipario di Parade. Il balletto del 1917, preparato a Roma e andato in scena a Parigi tra le polemiche, fu il frutto irripetibile di un cast stellare (librettista Cocteau, musicista Satie, impresario Diaghilev, presentazione Apollinaire, coreografo Massine, costumi Picasso). Se nella grande tenda che apriva sul palcoscenico, l'artista dette l'addio al cubismo tornando a un classicismo fiabesco, nei costumi dei manager scompose i corpi, in una serie di marionette tutte metropolitane e nella figura disarticolata del cavallo fece rivivere, seguendo anche i desideri di Cocteau, lo spirito di una entrée del celebre trio dei Fratellini, clown adorati dall'avanguardia.
Shelidon ha disegnato sul retro di un dipinto
data astrale marzo 30, 2007 10:05 |
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giovedì, 29 marzo 2007
numero identificativo: 11554511

Wolverine #207

Primo pensiero: mio dio la copertina è raccapricciante! Fa scappare la poesia, sono stata veramente tentata di non comprare l'albo, è veramente orribile. Dovrebbe rendere le emozioni di Wolverine attraverso la classica deformazione delle fattezze? Riesce nell'intento opposto, è una caricatura di se stessa. Mah...

Vendetta (Vendetta, da Wolverine #42 del luglio 2006). I disegni di Humberto Ramos, penso si sia capito, non mi piacciono affatto: non mi piace la tavola di apertura, non mi piacciono le concitate e inutili sequenze di lotta iniziali, non mi piace il combattimento con l'altrettanto inutile villain crociato, non mi piace la tavola doppia di conclusione della sequenza (in cui forse si salva solo l'esplosione dell'aereo). Se qualcosa devo salvare, oltre all'esplosione di cui sopra, non mi dispiace il suo gusto architettonico per i fondali, come nella pagina in Latveria, ma è ben poca cosa e l'inserimento del combattimento originale tra New Warriors e Nitro non è reso al meglio e fa un po' impressione, tanto è diverso il registro cromatico.
Disegni a parte, l'autore Marc Guggenheim ha alcuni punti di forza e mi ha stupito, tanto avevo sentito parlare male di questa storia. Innanzitutto l'ironia di Wolverine: sull'aereo mentre il suo avversario cita la Bibbia domandandosi cos'abbiano da dire «libri scritti migliaia di anni fa su aerei che si schiantano», sul luogo del disastro aereo raccontando indirettamente del suo risveglio di fronte ai soccorritori, nel bar dicendo di essere un medico chirurgo, ecc. ecc.
In più ho apprezzato il riproporre scene già viste su Civil War #1 da una diversa angolazione: viene completato il dialogo, in verità un po' carente, con la Cosa e il colloquio con Luke Cage, in cui Wolverine paragona le sentinelle a croci in fiamme per i mutanti, è davvero efficace sia perché porta alla luce alcuni dei problemi di base di tutta la questione della registrazione sia perché centra in maniera sorprendente i caratteri di entrambi i personaggi.
Anche l'idea di base è molto buona: Wolverine non è il tipo da schierarsi con l'una e con l'altra fazione. Ottima quindi l'idea di farlo partire in una caccia solitaria per il criminale responsabile del disastro: vedremo come si svilupperà.

Getta un'ombra enorme! (Casts a Giant Shadow!, da New Excalibur #3 del marzo 2006). Altra copertina veramente orribile, soprattutto per le chine, ma non vorrei risultare ripetitiva.
La storia di Claremont ricorda alcuni schemi già visti su X-treme X-men: un telepate straordinariamente potente tenta di appropriarsi di uno del gruppo (Nocturne) e la squadra (Rachel Grey, Kitty Pryde, Psylocke, Nightcrawler, Capitan Bretagna, Cain, Dazzler e Pete Wisdom) unisce le forze per trovare una falla nel suo attacco psichico e sconfiggerlo. Simpatiche sequenze di scontro e provvidenziale entrata in scena di quello che è forse il personaggio migliore del "nuovo" Claremont: la mentat Sage.

Ombre sull'anima! (Shadows on the Soul!, da New Exalibur #4 dell'aprile 2006). Copertina non eccezionale ma sicuramente migliore della precedente. Altri schemi classici con un combattimento a più squadre gestito a distanza da Sage, qualche cameo simpatico (quel pazzo di Claremont c'ha infilato persino Harry Potter) e molta azione. Insomma, due episodi propedeutici alla formazione ufficiale della squadra, che ancora si fa attendere. Come sempre, Claremont ha bisogno di scaldarsi e di entrare in atmosfera con storie di preambolo. Sono fiduciosa.

Il dolore è necessario, soffrire è facoltativo (Pain is Necessary, Suffering is Optional, da X-men Unlimited #12 del febbraio 2006). Una bella storia di Christopher Long con disegni adeguati di John Lucas, un Wolverine ben caratterizzato ed un Puck che ci ricorda della ridicola e indecorosa fine che Bendis ha fatto fare agli Alpha Flight sulle pagine di Thor. Decisamente un piacere leggere questo breve episodio autoconclusivo (devo confessare che le "trame che sconvolgeranno l'universo Marvel per sempre" un po' mi stanno venendo a noia: forse sto invecchiando).
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale marzo 29, 2007 12:05 |
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mercoledì, 28 marzo 2007
numero identificativo: 11547008

Acquisti in libreria

E' la seconda volta che scrivo questo post (la prima il browser ha pensato bene di chiudersi senza motivo apparente proprio alla fine): speriamo in bene...
Come dicevo, ieri sono andata con Lui in libreria Fnac e ho scoperto che hanno rinnovato i reparti di arte e architettura, critica letteraria e libri in lingua: un invito a nozze. Non ho saputo resistere alla tentazione di fare un bel po' di acquisti, tra cui...

Jacques Yonnet, Le vie incantate di Parigi. Cronaca intima di una città.
Fbe edizioni - La mongolfiera
L'editore, specializzato in libri di viaggio e il cui sito vi invito a visitare, dà alle stampe questo classico di culto corredandolo da splendide foto di Robert Doisneau (autore di alcuni tra i più affascinanti e celebri scatti parigini) che vanno ad affiancarsi ai disegni originali dell'autore.
Sul sito dell'editore si legge:
«Pubblicato dopo la guerra, questo libro, che inaugura la collana di classici di FBE, affascinò allora molti lettori come Raymond Quenau, Jacques Audiberti, Paul Fort, Jacques Prévert e Claude Seignolle. Quenau (e non fu il solo) disse che Rue des Maléfices è il più grande libro che sia mai stato scritto su Parigi. Un grande classico della letteratura francese degli anni ‘50. Un’indagine etnografica, ma condotta da uno spirito naturalmente attento a tutti gli scostamenti. Una cronaca “poetica” dei bassifondi della vecchia Parigi tenuta giorno per giorno da un uomo che vuole essere amico di tutte le anime perse.»
E ancora:
«L’edizione è impreziosita dalle bellissime fotografie di Robert Doisneau. Jacques Yonnet (1915-1974 ) è unanimemente considerato come la più brillante meteora della letteratura francese. Erudito anticonformista, fantastico conoscitore della Parigi classica, dei suoi segreti, delle sue leggende. Raymond Queneau (e non era il solo) considerava "Le vie incantate di Parigi" il più grande libro mai scritto sulla capitale francese. Un libro che gli impediva di dormire, perché non sono certo riposanti le storie "vere" che in queste pagine racconta il suo amico Jacques Yonnet, massimo conoscitore di tutti i più intimi meandri della Rive Gauche. Il grande editore francese Raphael Sorin disse: "Tra i libri da portare in Paradiso ci sono "Le vie incantate di Parigi" di Jacques Yonnet". Un libro splendido che non può mancare a un appassionato di letteratura francese e a chi ama Parigi.»
Insomma, un must e un libro di culto per tutti coloro che, come me, adorano il lato oscuro di Parigi, quella Parigi ruspante che descrisse a modo suo Simenon e che, sempre a modo suo, esiste ancora oggi.

Jurgis Baltrušaitis, Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismo nell'arte gotica.
Adelphi.
Di Jurgis Baltrušaitis, grande storico dell'arte e autore di capolavori fondamentali come Risvegli e prodigi. La metamorfosi del gotico e La ricerca di Iside. Saggio sulla leggenda di un mito, il libro è un volume illustrato di storia delle immagini e delle civiltà attraverso il "bizzarro", il "fantastico", il "demoniaco" non solo nell'arte gotica e romanica ma anche nelle arti orientali che tanto profondamente l'hanno influenzata.
Indice dell'opera:
- Indice delle illustrazioni
- Introduzione, di Massimo Oldoni
- Prefazione
I. Grilli gotici
II. Bizzarrie dei sigilli e delle monete antichi
III. Ornamenti e cornici islamici
IV. Arabeschi fantastici
V. Ali di pipistrello e demoni cinesi
VI. Prodigi estremo-orientali
VII. Grandi temi buddhisti
VIII. L'arco carenato orientale
- Conclusione
- Note
- Indice dei nomi
Ecco uno stralcio dall'introduzione di Massimo Oldoni:
«Jurgis Baltrusaitis si distingue nella storia della cultura europea per i metodi, i recuperi e le ipotesi che la sua personalissima indagine critica propone. Baltrusaitis è un sottile ricercatore: la perfetta conoscenza dell'arte medioevale russa e asiatica gli ha consentito, in lunghi decenni di studi, di comporre un quadro assai complesso e organizzato degli intrecci che saldano, nella tradizione artistica e nella mentalità medioevali, la cultura occidentale, la simbologia orientale e un duttilissimo arco d'elementi esotici. Su tali basi ogni suo contributo porta nuovi spunti, fino a penetrare con precisione sempre maggiore nel cuore di questi meccanismi di scambio. Definita indagine iconologica, analisi stilistica o filologia dell'arte, la dimensione dell'opera di Baltrusaitis assume un ruolo non più eliminabile perché consente d'impostare finalmente su basi concrete la questione della continuità fra le civiltà artistiche d'Europa e d'Asia.
Da tutto questo nasce, nel 1955, Le Moyen Age fantastique, forse il più celebre fra i libri dello storico lituano. Si tratta, in realtà, di una genesi lentamente prodottasi nel tempo. Già nel 1929 Baltrusaitis, in Etudes sur l'art medieval en Armenie et en Georgie, si poneva il problema dei contatti, presunti o accertabili, fra l'architettura europea e certe manifestazioni stilistiche presenti anche in Russia. L'età romanica diventava occasione utilissima d'un confronto diretto, tutto rifluito nell'importante Art sumérien, art roman, di qualche anno più tardo.
Eppure gli stili, le tendenze, le scuole non esauriscono le esigenti curiosità di Baltrusaitis. Così la sua verifica si sposta sull'ornamento, sul simbolo, sul dato decorativo. E' l'anno d'un altro saggio fondamentale intorno alle raffigurazioni del Sole, della croce e della ruota spiraliforme: la provenienza iranica di questi elementi si sfuma progressivamente nelle fasi della loro utilizzazione in area romanica attraverso inaudite metamorfosi. S'infittiscono i segni zoomorfi, le mutazioni vegetali o animali, sovrapposte a ornati già ricchi, e le geometrie si proiettano oltre il fantastico, nelle direzioni dell'assurdo, del grottesco, del satirico, del demoniaco. Baltrusaitis dimostra di sapersi muovere in tali categorie dell'espressione con un rigore e una capacità fuori del comune.»
Un saggio splendido ed appassionante su uno dei temi che più mi affascinano nella storia della rappresentazione.

Kakuzo Okakura, Lo spirito dell'arte giapponese.
Luni editrice.
L'autore di questo agile libricino parte da un presupposto piuttosto semplice ed atrocemente vero, cioé che della cultura giapponese in occidente non si sappia nulla al di fuori di quella serie di stereotipi che prodotti d'esportazione assai simili tra loro - o addirittura una lettura distorta di tali prodotti - ha ingenerato nel mercato europeo e americano. Questo libro quindi, composto originariamente in inglese, è da intendersi in coppia con il celebre Libro del té e analizza l'arte giapponese ponendola in stretta relazione con l'arte dell'estremo oriente e del subcontinente indiano, generalmente considerata - a torto - di scarsa influenza su quella nipponica.
Indice dell'opera:
Introduzione
I. La sfera degli ideali
II. L'arte primitiva giapponese
III. Il Confucianesimo - Cina del Nord
IV. Il Laoismo e il Taoismo - Cina del Sud
V. Il Buddhismo e l'arte indiana
VI. Il periodo Asuka (550 - 700)
VII. Il periodo Nara (700 - 800)
VIII. Il periodo Heian (800 - 900)
IX. Il periodo Fujiwara (900 - 1200)
X. Il periodo Ashikaga (1400 - 1600)
XI. Il periodo Toyotomi e l'inizio del periodo Tokugawa (1600 - 1700)
XII. Il tardo Tokugawa (1700 - 1850)
XIII. Il periodo Meiji (dal 1850 a oggi)
XIV. La prospettiva

Neil Gaiman, American Gods
Neil Gaiman, Anansi Boys
Headline Review
Li ho già letti entrambi, ma la traduzione dell'edizione mondadori era abbastanza pessima, così ho deciso di riprenderli in mano in edizione originale. Per chi non lo sapesse, American Gods è la storia di un uomo, Shadow, che incontra su un aereo il misterioso Mr Wednesday, che sostiene di essere un dio caduto, rifugiatosi sulla terra per sfuggire ad una guerra, nonché il legittimo re d'America.
Anansi Boys, sorta di seguito, narra le avventure dei figli di Mr. Nancy (Anansi, appunto), già incontrato nel libro precedente.
Entrambi i volumi, come Nessun Dove di cui già ho parlato qui, ruotano attorno ad un tema caro a Gaiman, ovvero la costruzione di una sorta di apparato mitologico moderno, in cui elementi d'antichità si fondono con prodigi tecnologici ormai in disuso, dando origine ad una miscela affascinante e dal sapore esotico ma assai più vicina a noi di quanto si potrebbe pensare.

Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi.
Tascabili Bompiani.
Un libro che già avevo letto ma che ancora non possedevo, con sei letture di Eco alla Harvard University in cui, con grazia e spensieratezza, il grande semiologo si muove attraverso alcune delle più importanti e significative trame della nostra cultura, da Manzoni a Omero, da Dantes a Joyce, da Omero a Spillane, passando per fiabe alle radici del nostro immaginario come Cappuccetto Rosso.
Il libricino è strutturato come una passeggiata nel bosco e si compone di:
  1. Entrare nel bosco
  2. I boschi di Loisy
  3. Indugiare nel bosco
  4. I boschi possibili
  5. Lo strano caso di via Servandoni
  6. Protocolli fittizi
Semplice e profondo come solo Eco sa essere. Va via in una sera.

Willem P. Gerritsen e Anthony G. van Melle, Miti e personaggi del Medioevo. Dizionario di storia, letteratura, arte, musica e cinema.
Bruno Mondadori editore.
Retro di copertina:
«Le antiche storie non muoiono mai. Il Medioevo ci ha lasciato un ampio corpus di racconti, epici e romanzeschi, un tempo narrati e amati in tutta Europa. Molti di essi, tramandatisi in epoche successive, continuano ancora oggi a esercitare la propria magia. Nel corso dei secoli, i racconti medievali hanno ispirato scrittori, compositori e artisti, che li hanno rinarrati, rielaborati e rappresentati.
Questo volume costituisce una guida preziosa per orientarsi nel retaggio narrativo dell’Europa medievale e nelle forme che esso ha di volta in volta assunto nelle differenti manifestazioni artistiche di ogni epoca. Le gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini, di re Artù e dei suoi cavalieri, di Tristano e Isotta si accompagnano ad altre storie forse meno conosciute ma altrettanto affascinanti, dalle versioni medievali delle avventure di Alessandro il Grande ed Enea alla parodia dell’eroismo in Robin Hood, dalle imprese di Attila e di Teodorico ai racconti del Cid.
Strutturato come un agile dizionario in singole voci che analizzano le principali figure dell’epoca, reali e immaginarie, il libro ricostruisce la diffusione, le versioni più recenti e le varie declinazioni artistiche della storia narrata, corredandosi di un vasto apparato bibliografico.»
Ben lontano dall'essere uno dei soliti compendi e/o finte enciclopedie inutili, questo libro fa il paio con un altro volume della stessa collana, Miti e personaggi del mondo classico. Oltre al breve profilo per ogni voce, la cosa veramente impressionante di questi volumi è l'apparato bibliografico e lo studio iconografico che, per ogni personaggio trattato, analizza la sua persistenza nella pittura, nella scultura, nella musica, nella letteratura e, in questo caso, anche nel cinema. Completo, accurato, serio, è uno strumento a dir poco fondamentale per togliersi ogni dubbio e soddisfare ogni curiosità.

Paolo Ferrucci, Mistero Etrusco.
Edizioni Sylvestre Bonnard.
Dulcis in fundo, sono finalmente riuscita a procurarmi l'ultimo giallo del simpaticissimo Paolo Ferrucci, e dire che mi incuriosisce è dire poco.
Ora che ce l'ho tra le mani, però, posso lasciarmi andare a dire ciò che non ho osato fare prima, quando della cosa si è parlato sul blog dell'autore. L'illustrazione di copertina della di solito bravissima Patrizia La Porta (il cielo mi aiuti per ciò che sto per dire) è veramente... veramente... è veramente orribile! (oddio, l'ho detto, che mi succederà adesso?)
Insomma, il buon Ferrucci mi perdoni, ma l'ingenuo utilizzo del tratto nero su sfondo nero non fa che accentuare una serie di tremende pecche, a cominciare dal finto carattere etrusco sulla tavola (forse sarebbe stato opportuno fare delle ricerche iconografiche, no?), per giungere al tremendo profilo di un uomo che di etrusco non ha nulla, né il naso aquilino né i capelli a boccolo e né il fine e cesellato pizzetto. E che dire poi di quella pistola, che tanto ha sconcertato il nostro buon autore? Davvero tremenda! L'accostamento nero-verde, poi, è una mia personale idiosincrasia che non posso addossare alla Gregoretti che ha curato il progetto grafico di copertina, eppure concorre ad accentuare il dissenso.
Ma sono veramente inqualificabile, non bisognerebbe parlare male del libro di un amico (per quanto amico-di-blog). E allora parliamone un po' bene, giacché se lo merita.
Che Paolo Ferrucci fosse un autore capace di intrecciare una trama con i fiocchi già si era capito leggendo la sua Morte di un alchimista, che sta sfornando a puntate - magnificamente illustrato questa volta - e che purtroppo riesco sempre a leggere solo per metà (lo schema è questo: lui posta un capitolo, io ne leggo metà e mi dico "leggerò in seguito l'altra metà"; poi non ho più tempo, e me ne ricordo quando lui posta il secondo capitolo... così vado a leggere la seconda metà del primo capitolo, posticipando la lettura del secondo ad una prossima volta che puntualmente coincide con la pubblicazione del terzo... così, se la matematica non è un'opinione, mi ritrovo sempre ad aver letto la metà del materiale pubblicato). Già il sommario del capitolo, costituito dagli inicpit e scaricabile qui per gentile concessione dell'autore, è veramente intrigante. Il primo capitolo poi catapulta immediatamente in un'atmosfera che è il punto di forza dell'autore, ovvero quell'affascinante commistione tra antico e moderno, tra mistero attuale (l'omicidio) ed un mistero che affonda le radici in qualche antica cultura, in una pratica caduta in disuso, in un costume dimenticato. In bilico tra due mondi che si fondono perfettamente fino a diventare indistinguibili, Mistero Etrusco è un libro che ho dovuto posare a viva forza per resistere alla tentazione di leggere subito anche il secondo capitolo. Perché tra mezz'ora esco a cena con amici e se faccio tardi poi che gli racconto?
Shelidon ha disegnato a margine di un libro
data astrale marzo 28, 2007 19:50 |
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martedì, 27 marzo 2007
numero identificativo: 11532343

X-men deluxe #144

E' quasi ora di recensirne un altro, ma finalmente trovo il tempo di parlare dell'ultimo albo della settimana scorsa, buono per i due episodi dell'investigativo X-factor ma un po' deludente per quanto riguarda la serie "principale" Astonishing X-men ed Exiles. Ma andiamo con ordine.

Lacerati #2 (Torn #2 da Astonishing X-men #14 del giugno 2006). L'intero episodio è centrato sulla psicologia di Scott, un viaggio interiore in compagnia di Emma, che parte dalla già assodata verità che Scott, quando sta con lei, pensa ancora alla defunta moglie Jean, la Fenice. La telepate bianca però va oltre, dissezionando ogni insicurezza del capo degli X-men:
  1. l'inadeguatezza del suo rapporto amoroso (anche se la cosa sembrava essere stata definitivamente superata con House of M quando il più grande desiderio di Scott si rivela essere proprio il matrimonio ed una vita normale con Emma... cosa della quale l'autore Joss Whedon ha fatto un po' tabula rasa);
  2. il senso di inferiorità nei confronti di se stesso, di fronte ad una defunta ex-moglie semidivina che per di più - secondo Emma - ha sempre desiderato Wolverine, proiettando in Scott stesso il desiderio di essere come l'artigliato canadese, sempre all'altezza e sempre ammirato;
  3. il senso di inferiorità nei confronti del proprio ruolo di capo degli X-men, di fronte ai ben più adeguati capi di altri team come Fantastici Quattro e Vendicatori;
  4. il senso di inferiorità nei confronti del proprio potere.
Il dialogo funziona abbastanza, ma Whedon dà troppo per scontato: dà per scontato che il lettore conosca tutti i suoi trascorsi con Jean Grey ed Emma Frost, ma soprattutto dà per scontato che si ricordi ciò che Scatasta ricorda nelle note di fine albo, ovvero l'origine del potere di Scott e la sua natura incontrollabile. A fronte di questo risulta piuttosto difficile capire di che cosa stiano parlando durante più della metà del dialogo a chi non sia più che ferrato nella storia di Summers. In più, un dialogo così profondo che va a sviscerare l'intera psicologia di uno dei personaggi più importanti dell'universo Marvel forse avrebbe meritato un po' più di spazio e di non essere inframezzata dalle gag della prima notte d'amore tra Colosso e Kitty. Peccato.

L'effetto sfarfalla (The Butterfly Defect da X-Factor #6 del giugno 2006).
Lemma:
defect; Traduzione: s.
1 difetto; imperfezione; mancanza; inconveniente: bodily defects, imperfezioni fisiche; congenital -, anomalia congenita; everyone has his defects, ognuno ha i suoi difetti
2 insufficienza; fallo
3 (dir.) vizio
4 (fis.) difetto: mass -, difetto di massa; point -, difetto puntuale (nel reticolo di un cristallo); - conduction, conduzione per difetti.
Ora, appurato questo grazie alla Garzanti, vorrei tanto sapere da dove è uscito quello "sfarfalla". Ora, siamo d'accordo che il titolo giochi sul celebre modo di dire "The Butterfly Effect", ma trasferire la distorsione all'altra parola del titolo creando un termine che non solo non esiste ma evoca ben altro rispetto al senso del titolo originario mi pare follia allo stato brado.
Contorsioni della traduzione a parte, una bella storia. Sono persino riuscita ad abituarmi ai disegni. Bella e angosciante la figura della direttrice dell'orfanotrofio (con quel sorriso a quarantadue denti da film horror), bella e angosciante la figura dell'orfana Layla Miller che "sa molte cose" e lo sviluppo del suo ruolo nella squadra investigativa.

Due incontri, uno di persona, uno no (Two meetings, one in person, one not da X-factor #7 del luglio 2007). Come dicevo, ero appena riuscita ad abituarmi al disegno quando entra in scena Ariel Olivetti, che purtroppo non solo non mi piace ma non ha nemmeno quel carattere e quella coerenza che almeno Dennis Calero aveva, emulando il tratto e le ombre del disegno da noir e da trasposizione di telefilm. Peccato.
Buona la svolta nel rapporto tra X-Factor e la concorrente investigativa, la Indagini Singolari, e molto bella anche la parte di Siryn, che rifiuta di accettare la morte del padre. Nel "mondo reale" si parlerebbe di negazione del dolore, ma in un mondo come quello Marvel in cui gli eroi muoiono e risorgono a velocità stupefacente... forse ha ragione lei.
Resta da sviscerare il significato del titolo: l'incontro "in persona" non può essere quello di Madrox l'uomo multiplo con la Indagini Singolari, perché decide infine di mandare uno dei suoi doppi. Potrebbe essere quello di Siryn con Scott che le porta la notizia della morte del padre... o potrebbe essere invece riferito alla figura che, dal soffitto della sua stanza, spia Theresa che guarda il videotestamento di Banshee. Staremo a vedere. Resta una serie intrigante come un romanzo noir, proprio come si proponeva di essere.

World Tour - 2099 #1 (World Tour - 2099 #1 da Exiles #75 del marzo 2006). Ho sempre apprezzato questa serie, ma purtroppo inizia un po' a stancare e non bastano le battute di Morph a risollevare questo episodio che sembra uguale a tutti quelli precedenti, alla rincorsa del super-villain Proteus. E' ora di pigliarlo.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale marzo 27, 2007 19:21 |
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lunedì, 26 marzo 2007
numero identificativo: 11511518

Febbre dell'oro

Questo articolo del Manifesto di due giorni fa (sì, continuo a essere indietro con la lettura della rassegna stampa) mi ha ricordato quel periodo in cui ho letto tutto il leggibile sui viaggi per mare per il libro che mi ero messa a scrivere. E che, come al solito, è diventato tutt'altro, mi sono messa ad illustrare ecc. ecc.
L'articolo parla di un libro di Anna Unali sulla ricerca dell'oro. Molto affascinante.

In viaggio sugli oceani a caccia di tesori -Marina Montesano
Quando si pensa all'età delle esplorazioni, delle missioni e delle scoperte geografiche, generalmente l'immaginazione corre al Nuovo Mondo, o magari all'Asia remota di Marco Polo e dei molti viaggiatori che percorrevano la via della seta. Accanto a questi orizzonti mitici, però, l'Europa ha a lungo sognato le ricchezze di un continente che a noi oggi sembra portare solo visioni di miseria: l'Africa. Nel corso del Medioevo era noto che, oltre la fascia costiera nordafricana, un tempo parte dell'impero romano, e sempre ben conosciuta e praticata dai viaggiatori europei, vi erano terre immense e ricchissime. Nel primo millennio della nostra era, infatti, fiorirono le civiltà della regione nota come Sudan: originariamente, infatti, questo nome, che in arabo significa «paese dei neri» e che oggi è solo uno stato che si estende a sud dell'Egitto, indicava l'intera fascia di territori posti sotto il Sahara e che dunque si estendevano dalla Guinea al Mar Rosso. Il Sudan era suddiviso in regni che traevano la loro importanza dalla presenza di grandi vie carovaniere lungo le quali viaggiavano merci e schiavi. Il bene più prezioso, però, era l'oro, metallo che in una Europa ancora povera (almeno fino ai secoli XI-XII) di commerci veniva tesaurizzato nei forzieri di cattedrali, abbazie e corti aristocratiche. Il risveglio economico degli europei coincise dunque anche con l'inizio della caccia all'oro. A partire dal Duecento in città come Firenze e Genova, e man mano un po' dappertutto, si riprendeva infatti a coniare monete auree e il metallo prezioso diveniva così preda ambita. A ricostruire questa storia di avidità, ma anche di sogni, viaggi ed esplorazioni, arriva un libro di una specialista del settore, Anna Unali (Alla ricerca dell'oro. Mercanti, viaggiatori, missionari in Africa e nelle Americhe, Bulzoni, pp. 514, euro 27). La ricerca prende le mosse proprio dall'Africa, la cui storia è letta attraverso i racconti dei viaggiatori arabi ed europei, agli occhi dei quali le terre subsahariane rappresentavano una promessa di ricchezza, alla quale avrebbe puntato in particolare uno stato nuovo per la scena politica europea, ma dotato di grande intraprendenza: il Portogallo. Proprio le navigazioni lungo le rotte della costa atlantica africana costituirono una spinta importante per le impresa di Colombo e di quanti lo seguirono. Ma con la scoperta del Nuovo Mondo anche il mito dell'oro prese una nuova strada e si trasferì oltreoceano. La ricerca della Unali si ferma al Cinquecento, ma sarebbe stato interessante seguire le vicende della caccia all'oro sino al continente nordamericano del XIX secolo. Nell'America Latina lo sfruttamento delle miniere d'oro non rappresenta solo un episodio di storia economica e coloniale, aspetti che naturalmente sono prevalenti, e ai quali il volume dedica ampio spazio: a tal punto l'oro era ricercato da costituire un capitolo importante nella storia dell'immaginario degli europei e, in particolare, dei conquistadores. Emblematica in questo senso è la ricerca dell'El Dorado, la mitica città d'oro cercata in lungo e in largo per il continente, e in particolare nell'impero degli incas. A questa vicenda la Unali riserva gli ultimi due capitoli del suo libro, la cui dimensione si colloca nello spazio che corre tra la storia concreta, dura, dettata dal bisogno economico, e quella del mito degli immensi tesori nascosti, cui generazioni di avventurieri hanno dedicato l'intera esistenza. Una dimensione che coincide, in fondo, con la storia dell'oro.
Shelidon ha disegnato a soggetto storico
data astrale marzo 26, 2007 12:25 |
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