Atom Feed

RSS Feed

contagiri

# *loading* giri oziosi
mercoledì, 25 aprile 2007
numero identificativo: 11919657

Omaggio frettoloso

Impegnatissima per il festival, che ormai è alle porte, non posso indugiare molto, ma mi piaceva l'idea di lasciarvi un altro omaggio visivo a compensare la mia assenza.

Ecco quindi uno splendido disegno di Kaori Yuki, di cui già ho parlato.

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale aprile 25, 2007 00:09 |
Collegamento permanente |
commenti (7) |

lunedì, 23 aprile 2007
numero identificativo: 11893567

Sono tornata

Come disse qualcuno.

E, naturalmente, sono di nuovo al lavoro per il festival.

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale aprile 23, 2007 11:46 |
Collegamento permanente |
commenti (12) |

sabato, 21 aprile 2007
numero identificativo: 11868518

Chiuso per ferie


Questo week-end sarò, per dirla con le parole di una dei miei deliziosi ospiti, a Fossato* (non di Vico) Cantagallo (non quello sull'autostrada dell'appennino) Prato (quello vicino a Firenze, non l'altro). Un luogo che per raggiungere bisogna già sapere dove si trovi, come l'Isola che non c'è o l'isola di Jack Sparrow.
Vedrò amici, parlerò con gente, starò in compagnia.

Ci ritroviamo al mio ritorno. Nel frattempo, lascio la porta aperta: curiosate pure.
Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale aprile 21, 2007 10:20 |
Collegamento permanente |
commenti (4) |

venerdì, 20 aprile 2007
numero identificativo: 11859881

Beowulf & Grendel

Riesco finalmente a recensire questo film in vista del giorno in cui sarà proiettato al festival Tolkieniana Net (sabato 28, h 23, auditorium Fagnana di Buccinasco), preceduto da una chiacchierata curata dal mio gruppo culturale. Qui, oltre alla mia recensione "positiva", troverete anche una deliziosa stroncatura, a cura di una mia amica. Una volta tanto mi è toccato fare la figura della "buona". *__^

Beowulf & Grendel (2005)
Regia: Sturla Gunnarsson
Con: Gerard Butler (Beowulf), Hringur Ingvarsson (giovane Grendel), Ingvar Eggert Sigurðsson (Grendel), Spencer Wilding (padre di Grendel), Stellan Skarsgård (re Hrothgar), Elva Ósk Ólafsdóttir (madre di Grendel).

Il cuore del film, come già si intuisce dal titolo, è costituito dalla prima parte del poema, sposando implicitamente una linea di interpretazione che Tolkien non avrebbe apprezzato ovvero la possibilità di suddividere il Beowulf in due parti distinte ed autonome.
Il titolo offre inoltre un primo indizio su un modo particolare di trattare il rapporto tra eroe e mostro, tra Beowulf e Grendel, un rapporto che crea una sorta di dualismo paritario: la pietà, il rispetto per l'avversario, il senso dell'onore, vengono ripresi da Sturla Gunnarsson ed elevati a tema centrale, reinterpretando il tema della lotta contro il mostro in chiave moderna ed etica, ponendo l'accento sui meccanismi che scatenano l'odio e su quelli che lo placano, sulla necessità del combattimento e su quella del rispetto per l'avversario, valori indipendenti dalla religione e, anzi, ad essa contrapposti nel momento in cui la figura del predicatore, giunto tra i danesi per promuovere la conversione al cristianesimo, viene caricata e ridicolizzata fin quasi a renderla parodica.
A questa chiave di lettura moderna, il film contrappone una grande attenzione filologica ai dettagli e agli scenari che, senza scadere in un naturalismo da documentario, fanno da cassa amplificatrice della vicenda accompagnandola con mutamenti climatici e variazioni di habitat. La reggia di Hrothgar, infine, è splendidamente "denobilitata" e resa secondo la sua realtà storica più che secondo il poema.
Un'interessante interpretazione.

Indice delle scene:
  1. Titoli di testa
  2. Prologo - la nascita dell'odio
  3. Un eroe dal mare
  4. Presagi dal mare
  5. Un re debole
  6. Il consulto
  7. Beowulf in Danimarca
  8. La promessa
  9. L'avvertimento
  10. Sulle tracce di Grendel
  11. Domande per capire
  12. Confronto a distanza
  13. Il responso delle ossa
  14. Un re morente
  15. Le informazioni di Grimur
  16. La grotta del troll
  17. "Io devo sapere"
  18. La vendetta
  19. I motivi dell'odio
  20. Leggende e storie
  21. Il valore della vita
  22. Legami di sangue
  23. Il mancato insegnamento
  24. Onore a Grendel
  25. Chi sono gli assassini?
  26. Titoli di coda
Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale aprile 20, 2007 16:18 |
Collegamento permanente |
commenti (5) |

giovedì, 19 aprile 2007
numero identificativo: 11850569

Dedicato a Robert Coaloa

Un articolo dal Manifesto di oggi, che parla proprio di quel Philiph Roth su cui il laboratorio di Roberto Coaloa si è concentrato negli ultimi post.

Il ruolo dell'intervistatore nel volume «Chiacchiere di bottega»
Il rifiuto che Philip Roth oppone alle richieste di essere intervistato non si basa, evidentemente, su una mancata condivisione della curiosità alla quale può muovere uno scrittore, perché lui stesso si è adoperato per interrogare gli autori che più lo interessavano, pubblicando le sue conversazioni prima sul «New York Times», poi in un libro che la Einaudi, editrice di quasi tutti i suoi romanzi, ha tradotto con il titolo «Chiacchiere di bottega». Si trova tra queste pagine l'intervista che Roth fece a Primo Levi e dalla cui introduzione ha tratto le parole preparate per ricevere il Grinzane Masters Award. Fra le conversazioni accolte nel libro, quelle con Milan Kundera, con Edna O' Brien e con Aharon Appelfeld, lo scrittore israeliano che incontrò a Gerusalemme nel 1988 e le cui parole sono tessute nella trama di «Operazione Shylock».

La scelta è tra la vita e la pagina seguente -Francesca Borrelli
In una New York piovigginosa e tagliata dal vento, la figura allampanata di Philip Roth ha fatto una delle sue rare apparizioni alla Italian Academy della Columbia University, dove aveva promesso di materializzarsi per ricevere il Grinzane-Masters Award, che oltre ai suoi meriti letterari lo ha premiato, martedì scorso, per avere contribuito a diffondere le opere di Primo Levi in America. Ed è al suo incontro con lo scrittore torinese che ha dedicato le poche parole promesse, raccogliendole da quel serbatoio di ricordi già fissati nella sua introduzione all'intervista che gli fece nel settembre dell'86, quando lo raggiunse in Italia dopo averlo conosciuto a Londra, la primavera precedente. Con Levi davanti agli «spettri». Guidandolo nella visita alla fabbrica dove aveva a lungo lavorato, Levi commentava quella «avventura» indicando a Roth le poche persone che ancora riconosceva e sembravano tornare su dal tempo come «spettri». Allora come oggi, lo scrittore americano veniva colpito dalla capacità di ascoltare che Primo Levi evidentemente esibiva «con tutto il volto»; e si compiaceva di avere percepito, in lui, quella «animazione interiore che mi fece pensare a una sorta di brioso elfo in vitale contatto con i più profondi segreti della foresta». Il testo della sua intervista sotto gli occhi, Philip Roth ha raccolto una a una le parole che meglio gli restituivano l'immagine dello scrittore scomparso vent'anni fa, e sembrava non avere in serbo nessuna sorpresa; ma quel che la sua ritrosia aveva programmato non aveva fatto i conti con le motivazioni che Soria ha elencato nel consegnargli il premio. E al sentirsi descrivere i suoi romanzi come meritevoli, tra l'altro, di avere trainato nelle loro pagine potenti metafore del sesso, ha risposto: «Qualsiasi uomo che trasformi il sesso in una metafora dovrebbe essere ucciso». Un boato di risate liberatorie ha accolto la sua unica battuta. La rivolta di Zuckerman. Del resto, già quando Philip Roth decise di confidarsi pubblicamente con se stesso, vale a dire con il suo alter ego Nathan Zucherman, parlò di sé come di un uomo schivo e tuttavia non del tutto alieno dalle pubbliche apparizioni. «Diciamo che fra i due estremi compresi tra l'aggressivo esibizionismo di Mailer e la maniacale ritrosia di Salinger, io occupo una posizione mediana: cerco cioè di non pavoneggiarmi nella pubblica arena e di rintuzzare la gratuita curiosità della gente, senza però fare della riservatezza un feticcio sacro e inviolabile.» Era la primavera del 1987 e lo scrittore americano usciva malamente da una operazione trascurabile, la cui convalescenza si era protratta oltre ogni previsione, riducendolo al fantasma depresso di se stesso: un uomo vulnerabile e vagolante nel caos mentale che lo faceva oscillare tra attacchi di panico e tentazioni suicide. Questo, almeno, è quanto scrive nei Fatti, la sua pretesa autobiografia nata, appunto, dall'esigenza di riprendere il controllo della sua vita, e il cui manoscritto aveva immaginato di indirizzare a Zuckerman perché vagliasse se gli conveniva pubblicarlo o no. Si diceva, allora, «stufo di maschere e travestimenti, contraffazioni e menzogne»: era venuto il momento di offrirsi in tutta la trasparenza che il suo inconscio gli consentiva. Ma il suo alter ego, sollecitato a essere franco, non si faceva pregare, e dopo avergli somministrato una serie di reprimende sui passaggi più disdicevoli dei suoi racconti di vita, cercava di dissuaderlo dal pubblicare quella autobiografia, e gli notificava che meglio avrebbe fatto a riprendere l'invenzione di storie che avessero lui, Nathan, come protagonista: «scommetto che hai scritto tante di quelle metamorfosi di te stesso da non sapere più chi sei e chi sei stato. Ormai non sei altro che un testo ambulante.» Per confrontarti con te stesso, proseguiva, ti conviene servirti ancora di me. Quell'anno dovette imporsi ai ricordi di Philip Roth come un anno del tutto speciale, perché vi ambientò, poi, uno dei suoi romanzi più vulcanici, facendolo precedere da una avvertenza nella quale chiariva come si fosse trovato coinvolto, suo malgrado, in una operazione di controspionaggio per il Mossad, il servizio segreto israeliano. Introdotto da pagine che tornano a ricapitolare il suo collasso emotivo - dove si descriveva come «un che di forsennatamente maniacale, repellente, angosciato, odioso, allucinante, la cui esistenza è un solo lungo tremito» - Operazione Shylock era dedicato alla sua compagna di allora, Claire Bloom, l'attrice che Chaplin rese celebre in Luci della ribalta e che figura nel libro come la sua fedele consigliera, le cui raccomandazioni vengono puntualmente disattese. Ciò che Philip Roth non avrebbe dovuto fare è cedere alla curiosità, alla tentazione, e in definitiva alle sue istanze paranoiche, per mettersi sulle tracce di quello che aveva scoperto essere un suo sosia. Ma lui lo fece. Il libro racconta, appunto, il reciproco pedinamento dei due Philip Roth, entrambi confluiti a Gerusalemme, dove l'impostore si serve della celebrità acquisita dallo scrittore per diffondere la sua causa, ossia una diaspora che da Israele riporti in Europa tutti gli ebrei askhenaziti, che verrebbero così ricongiunti ai loro luoghi di origine e salvati dal secondo Olocausto: inevitabile conseguenza - a suo dire - del fallimento politico e ideologico del sionismo. Al suo sosia Philip Roth regala una coscienza politica, per quanto scellerata, la cui latitanza evidentemente si rimprovera; e gli mette in bocca parole che gli rinfacciano l'individualismo di ogni scrittore: «Philip, nessuno potrebbe apprezzare i tuoi libri più di me. Ma siamo a un punto della storia ebraica in cui forse c'è qualcosa di più dei tuoi libri di cui dovremmo parlare». Tra quelle pagine, inoltre, Roth aveva seminato una sintesi di tutto ciò che più gli piace degli ebrei, che notoriamente gli piacciono poco. «Scetticismo verso le cose terrene. Affascinante verbosità. Passione intellettuale. L'odio. Le menzogne. La diffidenza. La mondanità. La sincerità. L'intelligenza. La malizia. La comicità. La resistenza. L'istrionismo. La ferita. La menomazione». Questi e altri attributi, insieme a tutte le virtù che non ha coltivato, tutti i vizi che ha nutrito, tutte le idiosincrasie nelle quali si è crogiolato, lo scrittore americano li ha proiettati sui suoi personaggi, spesso enfatizzandoli oltre ogni misura; così che, a volte, sembra insidiato dalla minaccia che quegli stessi suoi alter-ego - tutti gli Zuckerman, i Kepesh, i Tarnopol, i Portnoy - si sollevino dalla carta dei libri, trasformino l'inchiostro in sangue, prendano corpo e schizzino fuori dalle architetture dei suoi romanzi per vendicarsi di tanto impertinenti fantasie. A proposito delle quali, Philip Roth è davvero, superlativamente incontenibile. Scherzi dell'immaginazione. In un lungo racconto che fin dal titolo lascia prevedere in quali eccessi vada comicamente a parare, si esibisce nella sua personale variazione della metamorfosi kafkiana e immagina di trasformarsi in una enorme, femminile mammella. Tutto comincia con un innocuo formicolio all'inguine dell'invidiato personaggio di nome David Kepesh, e finisce con la dilatazione del suo metro e ottanta di statura in una ovoidale massa di tessuto adiposo, sormontata da un roseo capezzolo. Nessuna occasione è migliore per osservare come la parola si sia fatta carne. Dev'essere stato, questo del racconto titolato Il seno, una sorta di vertice fantastico in una parabola narrativa i cui deliri erotici non erano stati ancora del tutto gratificati. Fin dagli esordi, infatti, Philip Roth aveva legato la sua fama alle peripezie mentali di un ragazzo erotomane e ipocondriaco, che nel Lamento di Portnoy sfoga - in un incontenibile monologo indirizzato al suo analista - le frustrazioni di una vita passata a inseguire, lui ebreo e vergognoso delle sue origini, ragazze «gentili» sulle quali ha sistematicamente riversato smodate esigenze sessuali. «Dottore, forse gli altri pazienti sognano le cose...a me succedono. Ho una vita senza contenuti latenti... Dottore: non riuscivo a farmelo rizzare nello Stato di Israele! Che ne dice di questo simbolismo, bubi?» Nemmeno l'ipocondria, laddove esplode fino a rendersi protagonista della trama, come avviene nella Lezione di anatomia, riesce a domare le bramosie del prediletto Zuckerman. Estenuato da un dolore la cui origine resterà un mistero, Nathan decide di diventare lui stesso medico, non prima di essersi spacciato per l'editore di una rivista pornografica, e avere adeguatamente scandalizzato i suoi interlocutori occasionali, ai quali non manca di presentarsi con il nome del critico letterario che ha stroncato il suo ultimo libro: onde loro associno tutte le sconcezze che ha seminato nel suo eloquio al nome di quell'odiato recensore. Non contento di avere rintronato anche la sua povera autista, mentre quella tenta disperatamente di concentrarsi sulla guida, lui esplode a sua maggior gloria nella seguente dichiarazione: «Io sono stato crocifisso sulla croce del sesso: sono un martire sulla croce del sesso». Di tutt'altra estrazione sociale, ma di non dissimili fantasie sarà dotato, oltre dieci anni dopo, il protagonista del Teatro di Sabbath, un ex burattinaio ebreo piccolo e tarchiato, che già da giovane aveva «qualcosa di magicamente fuori dalla norma». Tra pagine in cui i personaggi vanno e vengono dall'al di là, Mickey Sabbath invoca nel suo vernacolo scatologico «che attinge direttamente dalla fogna» la memoria della sua amante slava. E sdilinquendosi nelle fantasie di quei perduti amplessi si allunga, corto com'è, sulla terra che copre la bara di lei: «Oh Drenka, lurida e meravigliosa figa, sposami!» Vuoi a causa di una manifesta ipocondria, vuoi perché in preda alle smanie del desiderio, vuoi perché dominati da tendenze paranoidi, i personaggi di Philip Roth si spingono volentieri ai bordi della follia, paventano la frammentazione del proprio Io, tentano di tenerlo a bada e tutto sommato ci riescono. Le sue pagine migliori sono forse quelle dove comanda il sarcasmo, dunque quelle dove tornano a ripresentarsi le sue personali ossessioni - lo stereotipo dell'ebreo piccolo borghese, la cupidigia sessuale, il terrore della malattia e della morte; eppure, con Pastorale americana si inaugurava - ormai dieci anni fa - una stagione narrativa tra le sue più felici, che pur non chiudendo del tutto quelle vene vi attingeva con molta maggiore parsimonia. A dimostrazione, laddove qualcuno ne avesse dubitato, che il talento di Philip Roth non risalta solo in virtù dei suoi eccessi. Quello che molti considerano il suo capolavoro, dunque, Pastorale americana è affidato ancora una volta alla voce narrante di Nathan Zuckerman, che ricostruisce la vita di un ex compagno di scuola a mala pena avvicinato, a suo tempo, tanta era la soggezione provocata dalla prepotenza delle sue qualità. Quando i due si rincontrano, Nathan è tediato dalla sicurezza dell'altro che tutti chiamano lo Svedese, immagina la sua famiglia felicemente qualunquista, osserva come quell'uomo sembri non essere nemmeno «incrinato dal pensiero». Niente di più sbagliato, quello stesso uomo, in realtà, è tormentato dalla responsabilità di una figlia che nel 1969, in piena guerra del Vietnam, ha interpretato la sua protesta politica facendo scoppiare una bomba e uccidendo, così, un passante. «La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia in realtà, ti si para davanti all'improvviso», commenta Zuckerman. La molla è nel risentimento. Appena un anno dopo, un altro romanzo magistrale, Ho sposato un comunista, descrive l'America del maccartismo: il titolo del libro è ricalcato su quello che la protagonista femminile, l'ex diva Eva Frame, ha dato alle sue memorie del matrimonio con Ira Ringold, attore radiofonico di umili trascorsi ma soprattutto simpatizzante comunista di cui, ancora una volta, è Zuckerman a ritessere le vicende. Con la chiusura della trilogia, affidata al romanzo titolato La macchia umana, piombiamo nel cuore del feuilleton che ha visto protagonisti Clinton e Monica Lewinsky; ma non è che lo sfondo. La scena principale è occupata da un ex docente universitario costretto a lasciare la sua cattedra in ragione di una pretestuosa accusa di razzismo. Nel raccogliere la rabbia di Coleman, nel ripercorrere la sua vita che è già di per sé intricata quanto un romanzo, Nathan Zuckerman scopre che gli è diventata «più cara della sua»: è la vita di un uomo che nasconde antenati di colore ai quali deve una origine cui non si vuole rassegnare: «Tu ragioni come un prigioniero», gli dice la madre, «sei bianco come la neve e ragioni come uno schiavo». Sta nel risentimento, infatti, la molla della sua esistenza. L'epopea di uno qualunque. Tutti gli ultimi romanzi di Roth cominciano dalla fine, quando ormai i suoi protagonisti sono morti, e ripercorrono a ritroso, sebbene la freccia del tempo conosca numerose deviazioni, le vicende che costruiranno la trama; una trama alla quale l'ultimo, Everyman, rinuncia, spogliandosi delle digressioni, delle storie parallele, dell'inventiva stessa che ha animato i suoi libri più noti. Solo l'ambientazione, ostinatamente ancorata al New Jersey, rimane inalterata, per il resto tutto si risolve in un lungo, ponderato avvicinamento alla vecchiaia e alle sue malinconie, scandito dalla sequenza delle molte operazioni che hanno aggredito il corpo di questo ex pubblicitario. Uno di noi, e insieme l'eco di un personaggio letterario che certamente Roth conservava nella sua memoria, visto che in Pastorale gli aveva dedicato una dilazione, quasi rabbiosa: è l'Ivan Il'ic di Tolstoj, «così sminuito dall'autore nel malevolo racconto in cui spiega crudelmente, in termini clinici, cosa significa essere persone qualunque.»

Shelidon ha disegnato a margine di un libro
data astrale aprile 19, 2007 22:07 |
Collegamento permanente |
commenti (4) |


Shelidon.it Bolgeri blog Associazione romana studi Tolkieniani Album: Pupazzi di pezza Rassegna stampa giornaliera Ho iniziato con... Lavoro... Leggo... Partecipo... Frequento...