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# *loading* giri oziosi
mercoledì, 30 aprile 2008
numero identificativo: 16935445

Fashion, Visual, Architecture & Product Design

Essendo abbastanza in anticipo per il lavoro, questa mattina mi sono fermata al Mondadori Multicenter di piazza Duomo (e, naturalmente, non c'è nulla come essere in anticipo per arrivare in ritardo). A dispetto del modo anarchico e insensato in cui hanno riorganizzato le riviste (per editore anziché per argomento, ma si può?), sono riuscita a trovare delle cose interessanti. E, per la gioia del Ragno Rosso che ama il design, ve ne propino una.

Monitor #48
FashionVisualArchitecture&Product Design

Attraente per via del look molto essenziale e "tecnico" che sfoggiava la copertina. Anche se non ve la posso mostrare, perché sul sito c'è ancora la copertina dello scorso numero: quella del nuovo numero, il #48, è terribilmente arancione con un mezzo logo bianco.
La suddivisione interna è interessante e, soprattutto, è lodevole la presenza di due indici di cui uno tematico, che raggruppano gli articoli in modo chiaro ed efficace anche grazie ad un uso discreto ma incisivo del colore. La particolarità della rivista, è che tratta di progetti nel vero senso del termine: ogni sezione, dall'architettura al design industriale, presenta opere attraverso le realizzazioni grafiche dei progettisti.

La prima sezione, Monitor - Urban Scale, si occupa dei progetti di architettura, della grande scala (non questa, eh?). Il primo articolo tratta quindi della struttura commemorativa sorta a Madrid presso la stazione ferroviaria di Atocha (di Miguel Jaenicke, studio FAM, installato l'11 marzo 2007 in occasione del terzo anniversario degli attentati): particolarità dell'installazione è di essere interamente in vetro, ma proprio interamente, senza l'ausilio di altri materiali tranne un collante trasparente. Sull'interno del cilindro, sono incisi messaggi in varie lingue: «Non ci sono parole o messaggi per ricordare», «Vittime più di tutto, di questa follia. Noi anche per voi continueremo a gridare», «In ricordo delle vittime dell'intolleranza perché con la violenza non si costruisce nulla pace», tra gli altri. I nomi delle 191 vittime sono incisi sul vetro satinato della porta d'ingresso, e la struttura è dimensionata per ospitare 200 visitatori alla volta. Francamente non so se mi piace questo progetto: le strutture commemorative sono sempre difficili da realizzare e rischiano troppo facilmente di scivolare nel pacchiano. C'è anche da dire che se mi dilungo così su ogni progetto trattato nella rivista, non ce la caviamo più.
Altro progetto trattato nella sezione "Urban Scale" è la stazione ferroviaria di Shiretoko, Giappone, un luogo recentemente entrato a far parte del Patrimonio dell'Umanità e che simbolicamente costituisce punto di partenza e di arrivo per la visita allo straordinario ecosistema della penisola. Il progetto è di Hiroshi Kawahito e, con la sua membrana esterna in legno e i suoi tagli orizzontali, sono ragionevolmente certa non mi piaccia. Meglio dall'interno che dall'esterno, in ogni caso.
Non ha neppure questa scusante, invece, il ponte di Lethlean, Zulaikha e Owen vicino a Melbourne. Mi genera orrore ancestrale, ha un che di Lovecraftiano. Vedere per credere.
Già meglio è verde progetto per l'archivio regionale francese a Lille (da non confondersi con l'Ile), sviluppato da quegli X-TU architects già distintisi per la ristrutturazione dell'università di Parigi a Nanterre. Lo scatolotto spettinato, molto nello stile dello studio, quasi quasi ha il suo perché. E anche il loro sito. Una volta che riuscite a capire dove cliccare, è tutta in discesa.
Parlando poi di cose inquietanti, come non citare il gomitol... ehm... il nuovo osservatorio di Merseyside (Gran Bretagna) ad opera della Duggan Morris Architects? Più inquietante del render qui a sinistra ci sono solo il 3d a filo di piombo (non vi ricorda l'impugnatura di un minipimer?) e il montaggio con il finto turista giapponese felice. Anche la ciotola che si vede qui fa parte del progetto, noto per le sue innovative caratteristiche energetiche, e va ad integrarsi con l'installazione «Another Place» di Antony Gormley (andatela a vedere, per piacere) e con il Sefton Water Centre. Something to behold, come dicono gli anglosassoni.
Ed è roba da vedere assolutamente anche la 4' Tower nel distretto economico Zuid-Oost di Amsterdam. Avete presente quelle simpatiche casette con il tetto a punta che affacciano su canale? Ecco, in questa parte della città ve le potete tranquillamente scordare. Concepito come città del futuro sotto la cattiva stella di Le Corbusier (grande maestro, se solo non fosse stato svizzero, e pessimo urbanista: qualcuno si ricorda del suo progetto di radere al suolo Parigi?), il distretto ospita cose come questa. E presto ospiterà anche la millefoglie di Wiel Arets.
In tutto ciò, l'allestimento di Aleksi Hautamaki e Anders Nord dello store concept per i finlandesi Alko passa decisamente in sordina. Anche perché, guardiamoci in faccia, ho visto Botteghe Svedesi Ikea con più appeal. E non c'è molto da stupirsi considerato che lo spazio web più in vista di uno dei due è il suo profilo su Linkedin.

La seconda sezione, che è anche il motivo per cui mi sono avvicinata a questa rivista in primis, è un Preview Special dal titolo Milan Design week: what's in stock. In ritardo, lo so, ma pur sempre un punto di vista valido. Cosa c'era in programma quindi secondo i russi di Monitor?
1. Il progetto No more Tv house di Chino Kim per i coreani di DND Casa (no, non arredano Dungeon, sono specializzati in arredi hi-tech) di cui merita particolare attenzione la Hypno Wall, una parete-televisore. E questo me lo sono perso.
2. L'omaggio di Living Divani a Shiro Kuramata, la riproposizione in un materiale rinnovato della coppia di tavolo e sedia dalla linea tubolare e a dir poco essenziale. Visto in fiera. E non esageratamente apprezzato.
3. Le sedie Stereo di Luca Nichetto per Casamania (marchio di Frezza), nelle due versioni economy e upholstered. Perse, ma non mi ci strappo i capelli: in fin dei conti non mi piacevano particolarmente neanche le precedenti.
4. Il delizioso mobiletto pieghevole Motion di Elisabeth Lux per Pastoe, una meraviglia di cerniere e controcerniere. Non ricordo di averlo visto, e di questo mi dispiaccio.
5. Il mobile modulare Vita di Massimo Mariani per MDF Italia, semplicemente geniale nella sua essenzialità e complessità (ma io sono di parte, sono una patita della modularità). Lo voglio.
6. La bizzarra libreria Radial di Nendo per l'americana Council, non di mio particolare gusto. E non di particolare gusto nemmeno del produttore, dato che sul loro sito non ve n'è traccia.
7. Le inquietanti sedie antropomorfe Her di Fabio Novembre ancora per Casamania, che ricordo assai distintamente (quella semisdraiata allo stand faceva bella mostra di sé - si fa per dire - proprio sotto ad una riproduzione della Venere dormiente di Giorgione). Paura. Anche perché questa sedia si pone come rivisitazione di questa. E bisogna essere davvero malati.
8. La nuova collezione di rubinetti Axor Citterio M di Antonio Citterio per Axor che, francamente, per quanto d'autore, non riescono ad entusiasmarmi eccessivamente proprio in quanto, pur sempre, rubinetti.
9. I mobili in legno per cucina e bagno (se pensavate che non fosse possibile, benvenuti nel XXI secolo) di Enzo Berti per Dogi (spin-off di G&D).
10. Le fantascientifiche poltrone Orbital di Christophe Pillet per Modus, di cui apprezzo la linea ma che non credo vorrei in casa.
11. Il pacchianissimo doccino a goccia dall'evocativo nome Drop, di Giulio Iacchetti per IB rubinetterie, di cui forse ho già parlato nel mio post sul Salone.
12. Il terrificante sistema poltrona-sgabello-sedia di Michael Young per Accupunto, il cui accostamento di materiali è come vedere Bambi cavalcato da una valchiria nuda (oddio, ora avrò quest'immagine in testa per giorni).
13. Le lattea sdraio Kite, Pool House e Substance, rispettivamente di Shin Azumi, lo stesso Christophe Pillet della Orbital di cui al punto 10 e Harri Koskinen, disegnate per Sedie Friuli (che ha buoni prodotti ma dovrebbe proprio cambiare nome). Pregasi non confondere la Kite con quella, omonima, di Karim Rashid.
14. L'interessantissimo tavolo origami Square2square di Blubau per BBB, che si piega e dispiega secondo le linee base della geometria piana giapponese: non ho trovato un'immagine, ma sul sito dello studio, tra i prodotti, si trovano una galleria ed un video che mostra il funzionamento.
15. L'orgasmico pianoforte elettrico Cantilever di Sam Hecht per Yamaha, un tripudio di essenzialità ed eleganza come ci si aspetta dall'autore di quegli splendidi prodotti Lacie. L'oggetto, in home page sul sito dello studio, è una delizia per la sua forma essenziale, squadrata, bianca, da cui spuntano le tre linee morbide e definite dei pedali in acciaio e che, visto di fronte, mostra la linea dei tasti attraverso un taglio rettangolare meravigliosamente proporzionato. Il sistema di apertura, poi, è semplicemente perfetto. E che dire del telecomando?
16. La collezione Global Edition per Bernhardt Design, presentata in zona Tortona, di cui ho parlato nell'articolo sul salone, con contributi di Yves Behar, Pearson Lloyd, Arik Levy, lo stesso Shin Azumi della sedia Kite al punto 13, Lievore Altherr Molina, Jeffrey Bernett, gli spagnoli dall'evocativo nome Culdesac, Christian Biecher. Un'equipe decisamente di alto livello che genera una linea davvero elegante.
17. Missing in action (sì, la rivista salta la numerazione, sa il cielo perché). E non ditemi che questo è il prodotto che vi è piaciuto di più, per cortesia.
18. Gli abbastanza anonimi prodotti lignei della linea Allumette, di Atelier Oi per Roethlisberger.
19. La poltrona Sumo disegnata dal marveliano nome Xavier Lust per Baleri, che prosegue sulla linea della precedente Credence, stesso studio, produttore De Padova ma stesso effetto "sformato".
20. Il sistema per bagno Sen, disegnato da Curiosity per Agape e che mi entusiasma già di più. Signori, questo è un rubinetto.
21. La decisamente poco entusiasmante sedia Cartoon di Gam e Fratesi per Swedese.
22. L'installazione Constructive di From us with love, di cui si può vedere un video qui.

La terza sezione, Visual Design, riguarda le installazioni, i progetti d'interni e simili. Forse la più scarna e meno interessante, se non fosse per una cosa di sicuro interesse ovvero la valorizzazione del gasometro a Madrid, nel quartiere di Vallecas, che diviene un Eco-Boulevard ad opera degli autoctoni Ecosistema Urbano. I progettisti di Bovisa imparino che cosa significa rivalorizzare un gasometro.
Oltre a questo, un articolo sull'installazione di Taketo Shimohigoshi per Fleg International a Daikanyama (Tokyo) - per cui rimando al sito ufficiale - e un articolo piuttosto inutile sulla underground di Oklahoma City, che non è la metropolitana ma una rete di cunicoli sotterranei che collegano alcuni grattacieli della città, dipinta dallo studio Elliott + associates in simpatiche e riposanti tinte di giallo, verde e rosso. Da noi sarebbe il paradiso dello stupratore, ad Oklahoma City francamente non so.

La sezione Architectural Design, forse la migliore della rivista, affronta invece i progetti d'architettura alla scala più piccola e i progetti d'interni.
Qualcuno conosce Torno, sul lago di Como? No? Peccato, perché proprio qui è situato il primo progetto ovvero la nuova base nautica per il club Plinio, ad opera dello studio MARC. Una piccola scatola vetrata su un lato e aperta sull'altro, adiacente alla passerella per scendere sul lago. Meglio la vista su un lato che quella sull'altro, ancora meglio la vista da sotto, ma comunque non è male. Sarebbe anche il caso di strappare le colline del comasco e del lecchese alla fin'ora indiscussa egemonia dei geometri e delle loro villette a schiera.
Ancora meglio di questo, il progetto della House «O» a Chiba (poco fuori Tokyo), disegnata da Sou Fujimoto in una collocazione che ricorda l'incantevole Casa del Tè di Alvaro Siza in Portogallo. La casa sbuca dagli scogli in modo meno aggraziato, certo, ma il patio interno e alcuni scorci sono a dir poco incantevoli.
Tra i progetti d'interni, la psichedelica Blue Frog Acoustic Lounge and Studios a Mumbai, di Chris Lee e Kapil Gupta, il Dsquared2 flagship store a Milano di Storage e il glaciale interno del Dj's Jewellery Store a Hong Kong, progettato da Panorama International. Non diresti mai quanto siano belli i loro allestimenti vedendo lo schifo di sito che si ritrovano.
Tra le cose che non incontrano il mio gusto, la (troppo) poliedrica Biblioteca a Medellin di Giancarlo Mazzanti e il (troppo) aggettante Petter Dass Museum ad Alstahaug, di Snohetta (che non è una tizia, è uno studio).
Decisamente anonimo è infine l'allestimento per KK outlet a Londra, dello studio FAT. Ho visto Autogrill con più mordente, altro che Fashion Architecture Taste.

Cosette decisamente interessanti ci sono anche nella sezione Product Design. E non parlo tanto del telefono Symbio di Eliumstudio per Thomson (interessante, per l'amor del cielo, qui c'è anche una presentazione video ma è pur sempre un telefono) e men che meno del cellulare P-per di Chocolate Agency. Ma il loro E-paper, il palmare che si piega fino a chiudersi a braccialetto... beh, anche per una non fanatica del design tecnologico come me una cosa del genere ha il suo perché.
Allo stesso modo, voglio assolutamente il dosatore di spaghetti Noooodle dei geni Ding3000 per Konstantin Slawinski. Perché? Innanzitutto perché non so mai fare le dosi. E già questo sarebbe un buon motivo. Secondariamente perché... cioé, guardatelo! E' meraviglioso! Come si fa poi a non comprarlo sapendo che gli autori sono gli stessi di Pimp my Billy, la meravigliosa presa per il cul... ehm... presa in giro dei prodotti Ikea? Se vi piace il genere, degli stessi autori e produttori c'è S-xl Cake, lo stampo per torte che crea fette per tutte le esigenze, Abrollding, il dispenser di nastro adesivo òpiù ingombrante del mondo, e la serie di mobili Animal Tales tra cui spicca il vaso Cuco, del tutto inutile e se ne vanta.
Un altro oggetto decisamente notevole, degno di quei cataloghi che arrivano a casa per posta ma con il vantaggio indiscusso di essere di alto design, gli oggetti Domestic Landscape di Benjamin Graindorge per il MUDAM del Lussemburgo, e in particolare Aquarium e Pools.
Di fronte a tutto ciò, la Moving Lamp e la Dress Chair, sempre di Benjamin Graindorge, scompaiono come neve al sole.

Così come rischia di scomparire la penultima sezione della rivista, Find, con i suoi prodotti decisamente più normali. Una carrellata di Riva 1920, Waldmann Lichttechnik, Foscarini e molti altri. Decisamente inquietante, tra tutti, la panca Diagram per Nola. Da che parte ci si siede?

Infine, se volete farvi del male, la sezione Update dedicata ai materiali, la sezione Fetch dedicata alla moda e la sezione File con una selezione di link.

E direi che per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Shelidon ha disegnato castelli in aria, in giro per milano
data astrale aprile 30, 2008 16:14 |
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martedì, 29 aprile 2008
numero identificativo: 16923289

La sposa di Habaek

Non è male questo nuovo manwha edito da Flashbook, opera prima di Yoon Mi-Kyung, il cui titolo originale è in realtà La sposa del dio delle acque.

«Da anni una terribile siccità prosciuga pozzi e canali e rende la terra dura e riarsa – e, con essa, la vita delle persone. Per placare la collera del dio delle acque Habaek una vergine pura e innocente gli dev’essere offerta in sposa. Soa è la prescelta: viene messa in un’imbarcazione e abbandonata alla clemenza del temibile dio. Ma quale sarà la vera natura di Habaek? Un vecchio austero e impenetrabile? Un mostro terribile che divora le vittime a lui sacrificate? O non, piuttosto, qualcosa di assolutamente inimmaginabile?
Dal pennino elegante e raffinato di Yun Mi-Kyung, una storia magica e misteriosa che mescola amore, intrigo, romanzo e mitologia orientale, narrata sapientemente e impreziosita da un disegno di assoluto pregio – sinuoso, sensuale, seducente, etereo: in poche parole eccelso. Un'opera assolutamente imperdibile per gli amanti del manhwa per ragazze e per tutti gli "esteti" del fumetto asiatico in generale.»
(dal sito dell'editore)

Cosa mi piace di questo manwha? Beh, innanzitutto l'ambientazione: il regno delle acque ed i personaggi che vi abitano, complici i disegni davvero incantevoli, tengono testa alle migliori creazioni delle Clamp ivi compreso, e qui mi va di esagerare con i complimenti, l'impero di RGveda. L'idea della ragazza offerta in sposa non è particolarmente originale, e nemmeno quella del dio che di giorno è bambino e di notte diventa uomo, così come è decisamente già visto l'equivoco del personaggio che, sorpreso in forma mutata, finge di essere un proprio parente. E tuttavia il modo in cui il tutto viene orchestrato è narrato rende quest'opera una lettura davvero piacevole.
Sperando che, trattandosi di una serie in corso, non faccia la fine di The Tarot Café, fermo da lustri al penultimo numero.

Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale aprile 29, 2008 17:04 |
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Povera Patria

Sh: Hai visto, a Roma?
SFé: Sì.
Sh: Questo Paese è allo sfascio. Siamo rovinate.
SFé: L'anno in cui siamo nate è una famosa distopia. Siamo nate rovinate.

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti, logiche politiche
data astrale aprile 29, 2008 11:46 |
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domenica, 27 aprile 2008
numero identificativo: 16894804

Fallen Angel

Quando ho visto per la prima volta questo volume in fumetteria, non posso dire che la copertina (qui a destra) non mi abbia attratta. Il sottotitolo decisamente stucchevole però - «Al servizio del bene» - mi ha indotta a liquidarlo abbastanza in fretta.
Ritornando, però, mi sono soffermata sugli autori e mi sono resa conto che probabilmente ero stata un po' troppo frettolosa nel mio giudizio. Alla storia, infatti, si erge Peter David, quell'autentico genio che tra le altre cose proprio in questi mesi ci sta regalando la splendida X-Factor su X-men Deluxe. E la splendida pittura di copertina non era appunto una semplice copertina, che celava magari disegni orrendi inchiostrati come cinquant'anni fa e colorati anche peggio. No. Perché J.K. Woodward è proprio il disegnatore della serie e si alterna alle copertine al decisamente più tradizionale David Lopez. L'intero albo ha quindi, per dirla con le parole dello stesso Peter David, «this painted look». Ed è cosa decisamente di mio gradimento.

Ma cos'è Fallen Angel? Beh, oserei dire che è l'ennesima dimostrazione del modo di fare fumetti della DC comics, a livello di scelte editoriale. Un po' di storia si può leggere qui, ma riassumo per i più pigri: lanciata dalla DC nel 2003, la serie venne presentata in un formato inadeguato, cosa più volte fatta notare dal suo creatore e autore Peter David. Dopo la decisione ufficiale di cancellare la testata, al ventesimo numero, il buon PAD (sigla di Peter David, n.d.sh. per i meno informati) ha deciso nel 2005 di prendere armi e bagagli e trasferire alla IDW Publishing le vicende dell'angelo caduto Liandra. Pubblicando svariati altri volumi e aprendo una nuova testata mensile a seguito delle cospicue vendite.
Di motivi a giustificazione del disinteresse della DC comics a valorizzare questo eccellente prodotto ne vengono in mente parecchi, leggendo l'albo, e sono sicura di non dover essere io a suggerirveli.

Ecco quindi a distanza di tre anni arrivare in Italia i primi numeri del volume 2 di Fallen Angel.

Fallen Angel v.1 (in originale, Fallen Angel vol. 2 numeri #1 - #5 pubblicati mensilmente da IDW publishing dal dicembre 2005 all'aprile 2006)
scritto da Peter David e illustrato da J.K. Woodward
copertine di J.K. Woodward e David Lopez
edito in Italia da Free Books
costo dell'albo: 11.40 € (ben spesi)

Fallen Angel (lo dice il nome stesso, stupidi voi a chiedere) narra le vicende di un angelo caduto, la fu Liandra ora Lee, in un mondo che si divide tra quello che conosciamo e quello di Bete Noir, la città di Caino. «Pensa al mondo come ad un grosso stagno e a Bete Noire come all'origine dei sassi da buttarci dentro. Sassi che causano onde che influenzano quanto toccano». L'angelo caduto vaga per questa città, una citttà predatrice che ama impadronirsi della gente per intrappolarvela, frapponendosi tra Bete Noire e le sue vittime. E la città, caratterizzata in modo senziente, ama la sfida, la raccoglie e ogni notte la porta avanti con i suoi strumenti. Una città senziente che sembra uscita da un romanzo di Gaiman, dove si aggirano un governatore cinico che cerca il proprio erede per scaricargli addosso la maledizione che lo blocca in città costringendolo ad avvertire ogni nefandezza che vi si compie. Vi si aggira una donna che uccide con il proprio tocco e vi si aggira un ex angelo, ex mentore di Liandra, che ora ha cambiato datore di lavoro. Vi si aggira il figlio del governatore e dell'angelo caduto, ben presto nuovo governatore, un prete con il suo desiderio di cambiare il mondo in meglio usando la propria influenza su Bete Noire. Vi si aggirano i ricordi di Liandra, che si fondono alla storia principale incastrandovi perfettamente in un canto e controcanto, rispondendosi a vicenda come PAD sa fare e ci riportano ai motivi della caduta, ai motivi dell'astio con il suo mentore Malachi, ai motivi della scelta di vita di Lee. E ai motivi del "Capo", in ultimo, trascinandoci in una mitologia cupa e angosciante in cui Dio ha creato il mondo come ultima prova dopo un'esistenza più lunga di quanto si possa immaginare, come atto supremo prima di abbandonarsi all'oblio, e tuttavia l'uomo continuando a pregarlo, rifiutandosi di crescere e aggrappandosi a lui come alle sottane della mamma, non lo lascia andare verso il nulla, la morte che desidera di più. Così questo dio tenta di spezzare la fede dell'uomo inviando un cataclisma dopo l'altro, un'insensata crudeltà dopo l'altra, e tuttavia rifiutandosi ancora di distruggere tutto, rifiutandosi di ammettere che la sua più grande impresa sia un tale fallimento. E tuttavia innescando qualcosa che comunque porterà alla distruzione l'umanità, seppur imputabile all'umanità stessa e non al suo creatore. «Che cosa credi che sia il surriscaldamento globale? Una lettera d'amore?»
Angosciante e sublime, il fumetto narra di passioni violente e del libero arbitrio, degli errori che autodistruggono e delle scelte che consapevolmente fanno la stessa cosa. E lo fa magistralmente. Buona lettura.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale aprile 27, 2008 12:27 |
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sabato, 26 aprile 2008
numero identificativo: 16887413

Tony Stark, Philippe Starck e tutto ciò che avreste voluto sapere sul Salone del Mobile (se solo aveste saputo che cos'era)

Ora, se non siete di Milano, non siete del settore, avete le fette di salame negli occhi o vi trovate in una posizione mista tra queste, è probabile che non abbiate idea di che cosa io stia parlando... Posso venirvi incontro riportando ciò che dice la Wikipedia inglese:

«The Salone del Mobile Internazionale is the International Furniture Fair of Milan, the largest and most anticipated trade fair in the world. It is renowned as the leading exposition for new products by furniture manufacturers and designers and is covered by most leading design periodicals.
It is held every year, usually in April, in the FieraMilano complex in the Milan metropolitan area town of Rho.»


Mi rendo conto che la descrizione è un po' vaga, asettica e soprattutto inglese (lingua che, magari non conoscete, anche ricordando che state leggendo questo box perché non siete di Milano, non siete del settore e avete le fette di salame negli occhi), quindi tutto ciò che posso fare è rincarare la dose e rimandarvi a Giusec e al suo delizioso post sul salone, dove spiega in maniera mirabile di che cosa si tratta.


Questa è stata una settimana lunghissima, non lo dico per dire: è stata una settimana di dodici giorni e, per la precisione, è iniziata lunedì 14 con i preparativi per il 47mo Salone del Mobile, è continuata in allegria da mercoledì 16 a lunedì 21 con il succitato Salone (week-end compreso, sì) ed è terminata giovedì 24 con i lavori successivi al salone, la redazione della reportistica, i contatti con la stampa che "sa, non ho visto il vostro allestimento ma vorrei scriverne lo stesso: mi manda delle foto?" e la normale settimana lavorativa.
Ora, penso che chiunque di voi eserciti una professione - e per professione intendo qualcosa di diverso dall'avere uno stipendio fisso in un posto dove non hanno bisogno di voi e impegnare le giornate a darsi lo smalto sulle unghie lamentandosi della collega stronza - abbia il proprio piccolo Salone del Mobile personale, quella fiera che giunge come la nemesi annuale, prosciuga prima dopo e durante e poi, come un'amante schizzinosa, se ne va senza nemmeno un "grazie". Se siete di quelli che viaggiano molto per seguire questi eventi, magari avrete il CeBIT ad Hanover o il Motor Show di Parigi. Se siete di quelli che rimangono in Italia, dovrebe "accontentarvi" di razzolare al Motor Show di Bologna, voi e un centinaio di altri ragazzini invasati, o allo SMAU di Milano (insieme agli stessi ragazzini di cui sopra, se siete fortunati). Se siete di quelli che alle fiere non ci vanno... beh, vi rimando al box in alto a sinistra.
In ogni caso, dicevo, penso che chiunque di voi eserciti una professione abbia più o meno idea di che cosa sia una fiera per operatori e di che cosa si porti dietro. Bisogna però fare una sostanziale distinzione tra i normali impegni di una professione normale e "questa cosa" che faccio io. Che mestiere faccio? Il mestiere più antico del mondo. Ben prima che l'uomo di Neanderthal si rendesse conto che poteva portare pagare i favori sessuali della donna di Neanderthal con simpatici ninnoli, qualcuno girava per la caverna berciando che "questa è la zona notte, per dio, che cosa ho messo a fare la stuoia da pranzo di là se poi voi mangiare di qui". Lo confesso, faccio la stron... ehm... l'architetto. Una professione strana, bistrattata e guardata con sospetto dall'uomo della strada, nella migliore delle ipotesi. Una professione che ha qualcosa in comune con quella del programmatore, se vogliamo («c'è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti, e c'è qualcosa dentro di te che è sbagliato e ci rende simili...»): è una professione vissuta in modo bulimico, con dead-line ai confini della realtà e ritmi di lavoro verso l'infinito e oltre, una professione di cui non ti riesci in ogni caso a liberare. Mai. Perché se ti ritrovi il sabato sera, la prima uscita dopo settimane di lavoro, a litigare con il direttore del ristorante perché i bagni non sono a norma di sicurezza, «c'è qualcosa dentro di te che è sbagliato perché non ha limiti».
Date in mano a gente così una fiera e non gli basterà. Come se non fossero a sufficienza 345,000 m² di mobili, c'era bisogno del FuoriSalone, una serie di eventi satellite in giro per la città (quest'anno quelli  uffciali erano 627, se non vado errata, cui vanno aggiunti quelli sul design sostenibile organizzati da Interni, quelli apocrifi ecc. ecc.)
Date in mano a gente così una fiera e tutti i suoi eventi satellite e sarà indispensabile seguirli. Tutti. O sei finito. Morto. Carne da macello per colleghi più informati di te.
Così, da brava architetto monomaniaca del design, anche quest'anno ho fatto la mia parte: mattine in fiera, pomeriggi e sere ai fuorisalone (tornando a casa non proprio all'ora di Cenerentola). Vediamo un po' che considerazioni si possono raccogliere a freddo.

Innanzitutto, un Salone più orientato al prodotto che allo spettacolo, quest'anno: allestimenti molto funzionali e con poco coraggio, salvo rarissime eccezioni. Persino Ferruccio Laviani, con Kartell, quest'anno fa un allestimento giallo terribilmente dispersivo che sembra il nipote brutto di quello del 2006. Meno fronzoli e più attenzione al prodotto, insomma, e quest'anno è decisamente l'anno dell'onnipresente Philippe Starck ma anche l'esplosione di Patricia Urquiola, presente con decine e decine di prodotti. Li affianca, con la finezza e la nonchalance che lo contraddistingue, una presenza massiccia anche di Piero Lissoni (la cui nuova vasca per Boffi è qualcosa di sublime, ma vedo di parlarne dopo).
Tra padiglioni come quelli dell'anno scorso, padiglioni tutti bianchi (e quest'anno il fuorisalone era tutto bianco, ma proprio tutto), padiglioni con acqua e faretti a creare un delizioso effetto bagno turco, il girone infernale dell'euroluce e i nuovi omini di Alessi, per finezza ed eleganza spiccavano in positivo il padiglione di Glas e in negativo il padiglione di Fendi, anche quest'anno tutto chiuso, anche quest'anno con accesso riservato agli accreditati, e anche quest'anno la sensazione era quella di fare la fila per entrare al Savoy e ritrovarsi da Mel's Diner.
Per quanto riguarda i prodotti, vi parlerei volentieri del nuovo vaso di Starck, Misses Flower (sic) per Kartell, se non fosse che... beh, è il moderno sarchiapone. Sì, perché è alto alto alto, però il vaso poi è basso, ma non nel senso che è basso, perché è in alto, ma basso nel senso che è piccolo. Però il vaso, tutto, è enorme, eh? A parte questo, è trasparente, ma non trasparente trasparente, perché è anche un po' sabbiato, ma non sabbiato sabbiato, perché sembra che il granulo sia nell'impasto e... sì, faccio prima a mostrarvelo.


Visto che ho parlato di lui e la Urquiola potrebbe offendersi, facciamo il paio e vi mostro anche la nuova sedia della designer spagnola, la plissettata Frilly sempre per Kartell (a sinistra).
Come dite? Non vi piace? Ah, neanche a me. Ma quest'anno, purtroppo, è anche l'anno delle sedie traforate e plissettate, della plastica tessuta e lavorata in modo bizzarro. Solo Kartell, quest'anno, ne presentava almeno quattro: la succiata Frilly, la pieghevole Honeycomb di Alberto Meda con seduta e spalliera traforata ad alveare (vedere il dettaglio per credere), la zigrinata Papyrus di Ronan and Erwan Bouroullec (credo sia zigrinata a mano da piccoli bambini pakistani) e, dulcis in fundo, il pezzo che meno ho gradito dell'intero salone, la sedia intrecciata Ami Ami di Tokujin Yoshioka (che magari non sapete chi diavolo sia ma vi assicuro che è stato un'altra forte presenza al salone di quest'anno). In tutto ciò, devo ammettere che - per quanto fan della plastica trasparente - ho provato conforto al vedere le linee morbide del nuovo sistema tavolo-sedia Spoon di Antonio Citterio, trovandomi ad abbracciare il montante del tavolo come se fosse Winnie the Pooh.

Essendomi soffermata così tanto su Kartell, dovrei ora come minimo parlarvi di Driade o di qualche concorente, ma mi limiterò a segnalarvi un video del party da loro organizzato, e via andare. Perché bene o male del Salone frega molto a molti, ma è del fuorisalone che frega tanto ai più. Anche perché i più un pass per entrare al Salone è probabile che non lo vedranno mai nella loro vita. E così, che cosa c'era di interessante al FuoriSalone quest'anno?
Dipende.

E dato che vedo scintillare gli occhietti di Damiani, inizierò dagli eventi glamour e da chi è sparkling per definizione ovvero Swarovski. Il suo crystal palace in zona Tortona, quest'anno, vedeva l'allestimento a più mani di svariati prodotti di design, decisamente eterogenei. Il mio preferito era il lampadario di Piero Lissoni (qui a destra), decisamente, seguito a considerevole distanza dal Veil di Paul Cocksedge, che sarebbe stato molto meglio senza il subliminale viso, e dai blocchi di Tokujin Yoshioka. Inguardabili, oltre che manifestazione della deprecabile recente tendenza di Swarovski a fare cristalli colorati, il gigantesco mappamondo di Studio Job e il mosaico di Marcel Wanders e Bisazza, di fronte ai quali persino il paraboloide di Zaha Hadid e i vasi frantumati del gruppo Front sembravano avere un senso.
Al secondo posto per classe e luccicore, di nuovo Kartell con ben tre eventi: il blindatissimo party con Dolce & Gabbana, la Mademoiselle à la mode creata con un ivestimento Valentino alla sedia Mademoiselle di Starck (già "vestita" da Missoni) e soprattutto il piccolo allestimento in collaborazione con Vhernier, con vetrine di una delicatezza assoluta dove i gioielli della casa tedesca si arrampicavano sugli Stone, gli Optic Cube e gli altri sgabelli Kartell. Delizioso.

Non ne potete più di sentir parlare di Kartell? Beh, peccato, perché si guadagna il posto del leone anche tra gli eventi eccessivi, chiassosi, fuori scala e decisamente kitsch con il suo allestimento ai Giardini della Triennale: chiunque abbia il coraggio e l'incoscienza di allestire gigantesche sedie ricavate dalla potatura delle siepi, merita che gli si perdoni lo stand non all'altezza.
E se vi piace il genere, non posso non parlarvi anche dell'allestimento E-motion X-perience al Cinema Mexico (per i più informati, quello del Rocky Horror Show), parto della mente di un geniaccio toscano che si aggirava nel suo spazio vestito come Willy Wonka (ma decisamente più fetish): Luca Bolognese - questo il nome del simpaticissimo e talentuoso personaggio - insieme a Silvia Scuffi Abati ha messo in piedi un allestimento in cui il prodotto era uscito dalla fantomatica locandina di un altrettanto fantomatico film con tanto di titolo e trama. Ci si trovava così di fronte ad una lampada uscita dal fantascientifico Il Ritorno del Mosaico, novella Morte Nera, o ad una sedia di palline da tennis "ispirata" al giallo sportivo The Last Smash. Corredava il tutto, come se non fosse abbastanza, un cd con la colonna sonora. Rigorosamente originale e creata per l'occasione. Rigorosamente interpretata da Bolognese. Raccomandata dall'autore come estremamente erotica, perché magari «sentendo cantar di rubinetti, sul divano, scatta l'eros». Chapeau.
E, parlando di eros, come non citare il concept store Angelique Devil in via Cerva (fuori dal circuito della zona Tortona, ma in pieno centro e a due passi da una deliziosa bottiglieria, ma questa è un'altra storia), con i raffinati gioielli di Matteo Cibic, «che all’occasione si trasformano in strumenti di piacere». Si sa, l'occasione fa l'uomo ladro.

E' a questo punto che dovrei dire "bando alle ciance" e mettermi a parlare seriamente di tutti gli altri eventi fuorisalone, specie quelli in zona Tortona. Dovrei magari parlare dello spazio Boffi ai Magazzini di Porta Genova o del M.A.S.T. (Modulo Abitativo Sensoriale Transitivo) con tanto di scivolo, della seduta modulare Livina allestita da Jan Contreras nello spazio collettivo Sparkling, o dell'interessante collettiva Tuttobene di via Mortara, degli arredi scomposti di Artecnica, dei danesi di MindCraft o del graditissimo allestimento enogastronomico Wine & Design di AtelierItaliano (dove, ahimé, il Vin Santo e i cantuccini erano già finiti lasciando solo mediocre vino rosso e fave), dell'installazione di copertine di Wallpaper* nello splendido spazio di Zegna, che sarebbe piaciuta a Damiani. Dovrei parlarvi forse dello spazio siderale Bernhardt (a sinistra la loro sedia Celon, di Molina) o delle meravigliose cucine con fornello a induzione di Foster (e io, sul fornello a induzione, non sono ancora riuscita a formarmi un'opinione). Magari accennare qualcosa sulle streghe moderne dello Studio Tord Boontje con i loro lampadari vegetali e il vasellame nero, i grembiuli in pelle ed i cappelli a punta. Dovrei probabilmente menzionare, almeno di striscio, la mostra collettiva Japan Design Innovation, che francamente sembrava più un negozio della Sony che un evento fuorisalone. Spendere due parole per il ruolo del tessile in tutto ciò, con le sedie elastiche di PetraVonk e ThisIsJane, simili alla poltrona Margherita di Angelo Grassi in mostra da un'altra parte, gli affascinanti abiti di Glix, le pitture di DragaObradovic (benché scarsamente ammirabili perché l'entourage della "cuggina" di Giusec vi si era accomodato), magari potrei esprimere un po' di perplessità per gli sgabelli capelloni di Dejana Kabiljo e le maniglie retroilluminate di Free: Go, o ancora ricordarmi perché non ho preso neanche un biglietto da visita della tizia con gli omini floreali. Potrei lasciarmi andare ad una qualche esclamazione come "voglio i rubinetti ST anch'io". Ma non ce ne sarebbe il tempo.
Faccio quindi una carrellata di quello che più o meno meritava in zona Tortona. Innanzitutto la Hot Lamp da tavolo di Nero e Acciaio in mostra da Sparkling: montatura squadrata in acciaio, forma cubica, facce di vetro in varie tonalità di rosso disposte a forme concentriche. Erotica e psichedelica.
Al secondo posto, papaveri e papere di vetro ad opera di Candida Menci per Collevilca all'Extraordinary Domestic Home Show dello spazio Allegri, che vedeva anche installazioni di Paola Navone, Manola del Testa e Gio Ponti, rispettivamente per Egizia, RCR e Richard Ginori (tutto rigorosamente all'insegna del fuoriscala).
Terzo, anche se non lo vorrei in casa mai e per nessun motivo, lo sgabello di plastica My deer dell'olandese Jeoen Wesselink, che all'occorrenza (occorrenza di cosa non è chiaro) si ribalta e si appende alla parete diventando un appendiabiti a forma di trofeo di caccia. Vedere per credere.
Seguono a ruota lo spazio di DogThing, con le sue blatte di metallo verde, i gioielli essenziali di Niessing, l'officina metalmeccanica La Fabbrica dei Sogni con il suo leonardesco automa di latta Caterina, il museo dei brand ospitato in via Tortona 4, i mobili in plexiglass con imbottitura quadrata modulare di Ch@ir Design, il cui agente si guadagna anche la palma del più cortese e disponibile sul campo.
Premio sorpresa per lo spazio bianco ed essenziale di Cyrus, il cui catalogo non rende onore alla pulizia e all'essenzialità dei prodotti.
La palma dell'oggetto più brutto, vecchio e senza spirito se la guadagna invece la sedia del tubo di Sander Bokkinga, fatta arrotolando una canna gialla dell'acqua.
La palma dell'oggetto più incomprensibile va invece ad un altro olandese, Alon Alex Gross, per il suo fiore di raccolta dell'acqua. Se qualcuno me lo spiega, mi fa un favore.

Ma i più attenti non si saranno fatti distrarre dalle mie chiacchiere e si staranno domandando cosa c'entri in tutto ciò Tony Stark. Facile. Girando tra questi eventi traboccanti champagne gratis e gente ansiosa di offrirvi da bere, si diventa alcoolizzati. Per forza.
Shelidon ha disegnato castelli in aria, in giro per milano
data astrale aprile 26, 2008 15:43 |
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