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# *loading* giri oziosi
martedì, 29 luglio 2008
numero identificativo: 17949923

Wolverine #223

...o forse dovrei dire Wisdom, dato che eviterò di commentare Origins, ormai irrecuperabile una volta di più da quando Loeb ci ha messo del suo.

«I believe in everything until it's disproved. So I believe in fairies, the myths, dragons. It all exists, even if it's in your mind. Who's to say that dreams and nightmares aren't as real as the here and now?»
John Lennon


Quando le fate uscirono allo scoperto (The Day the Faeries Came Out, da Wisdom #1 del gennaio 2007).
Paul Cornell dovrebbe leggere Kaori Yuki, perché questi due sono fatti l'uno per l'altra. Una storia così cattiva e dissacrante che avesse come protagoniste piccole graziose creature che allietano l'infanzia non la leggevo infatti dai tempi della Kaori Yuki nei suoi giorni migliori, ovvero quand'era un po' meno ossessionata da se stessa.
Ma non divaghiamo. Questa miniserie è un'assoluta delizia di citazioni, una specie di delirio non so da dove iniziare: il buon LucaS nelle note finali ne imbrocca un bel po' ma non ha di certo il tempo di sviscerarle tutte a dovere. Io non so se sarò in grado di trovarle tutte, ma problemi di spazio non ne ho. Da dove inizio? Da Summertime Blues, il nome dell'operazione contro le fate? O dai titoli, che sposano perfettamente la natura del protagonista e suonano come episodi di telefilm investigativi?
O forse dall'inserimento nella realtà politica inglese, con l'MI13 che, per motivi scaramantici, è l'unica sigla non utilizzata (l'MI5 e l'MI6 di cui parla il capo del Comitato Congiunto di Sicurezza sono rispettivamente il controspionaggio e l'intelligence e tutte le parti in gioco sono realmente esistenti). E la sigla con cui si identifica in originale, la Weird Happenings Organization (sempre meglio dello S.T.R.I.K.E. o anche dell'R.C.X. che sembra un sistema di riconoscimento ottico dei caratteri alla scansione), diventa bizzarramente un riferimento circolare dato che Paul Cornell è stato per anni lo sceneggiatore di Dr Who. Certo, meglio dimenticarsi che ha lavorato anche al recente orribile sceneggiato su Robin Hood... Ma sto divagando, com'era prevedibile.
Realmente esistenti sono anche i lughi degli attacchi: South Downs è un parco naturale britannico ricco di tumuli contemporanei a Stonehenge, ma anche una regione della Terra di Mezzo. Inutile dire che sono "reali" (realmente parte delle leggende britanniche) anche gran parte dei personaggi che vengono nominati: Oberon, in shakespeariano attrito con la sua Titania, Re Artù, la terra di Avalon, il crown pub, il bull & whistle, Merlino (chi è l'idiota che nella traduzione ha deciso di mantenere la y?), persino Clapham da cui Ridley arriva a piedi ha una connessione con il mondo fatato: è famosa per essere la zona di Londra in cui risiede la Rowling. Tra i personaggi, tutti sono più o meno collegati in ugual modo al mondo delle fate: Tink, la fata ribelle che guarda caso finisce a letto con Peter; uno skrull che impersona John Lennon nel suo periodo più fuori; Sid Ridley che già di suo è una citazione vivente; Maureen Raven su cui torno in seguito.
Su queste basi, già sufficientemente deliranti, Cornell tesse una maglia di citazioni e riferimenti incrociati: «se vio imbattete in re Artù non aggreditelo [e va bene...] non offendetelo [e d'accordo] e non sedetevi alla tavola rotondapericoloso]. Non mangiate niente [è pericoloso]. Non estraete spade nella roccia. Non sposate nessuno». Sono tutti topoi dei racconti di fate: il mortale che rimane intrappolato nel regno fatato per aver mangiato qualcosa o che sposa la regina delle fate. Un topos stravolto è anche l'utilizzo del pentacolo per entrare nel regno fatato («noci e cervelli di gatto sul pentacolo fra dieci secondi... nove...»), l'Irlanda con il riferimento a Riverdance, le citazioni: give peace a chance, certo, ma anche «This is a young contry», riguardo alla quale non posso che riportare ciò che dice questo signore:
«That second is a phrase of Tony Blair's. In 1997, when New Labour assumed power after eighteen years of Conservative rule and with the Britpop movement dominating the music charts (see Phonogram for details) there started to creep into our minds the possibility that perhaps the story of Britain wasn't over. That perhaps we weren't just a withering ex-Empire but had somewhere new to go. Eddie Izzard was being invited to Downing Street parties. Of course, as soon as the press gave this national mood the term "Cool Brittania" then it all seemed so naff that we put it to the back of our minds. But of a second it was there. The feeling that this was a young country.
It's a major theme of Paul Cornell's writing that history is rubbish and that on balance we'd be better off without it. It's most developed in Something More, a C.S. Lewis style religious SF novel in which a particular conception of Christ is the villain (giving the devoutly Christian Cornell a headache hiding it from his congregation in case they misinterpreted it - a serious matter given that he's married to the vicar). But "This is a young country" was exactly what he wanted to hear, and he became the self-confessed "only New Labour zealot".
Here in 2007, at the f** end of the New Labour project and with Blair having taken Britain to war a record five times in six years, it's amazing that he can still trot out the phrase for the 'hero shot', in which Wisdom wins the ideological battle with Faerie by asserting our nation's future as being more important than our collective national unconcious.
I'm also hoping for the rest of this mini to present us with an arguement as to how that idealism can still be felt as powerfully now as it did ten years ago. I'm hoping for a book that examines the rest of British culture in the way that Phonogram's examining our music. All kept nicely deep in the subtext though, of a book that's more of a cross between Spooks, Hellblazer and Excalibur.»

Che cosa aggiungere a questa meravigliosa disamina? Ben poco. Il ragazzo, chiunque egli sia, centra il punto della storia: un divertissment ma talmente denso di riferimenti e di cultura britannica da diventare una specie di studio sull'Inghilterra, una scanzonata critica all'importanza della storia com'è nella tradizione dell'autore, un gioco pericoloso che su un Marvel Max potrebbe portarci davvero molto lontano.
Non ultimo, la storia è densa di riferimenti circolari alla continuity: incontriamo nuovamente Jack Tarr e fa la sua comparsa la versione 616 di Maureen Raven, cui accennavo, madre di quel Killraven che sulla terra 691 di Wellsiana memoria se la vedeva con i marziani, e che qui fa la sua comparsa alla fine dell'albo.
C'è di che ubriacarsi.

Il villaggio che camminava come una donna (The Village that walked like a woman, da Wisdom #2 del febbraio 2007). Metà episodio? META' EPISODIO??
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale luglio 29, 2008 23:11 |
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mercoledì, 23 luglio 2008
numero identificativo: 17892796

Un Ponte per Terabithia



Perché faccio queste cose, io davvero non lo so. Fatto sta che di recente, dovendo lavorare fino a tardi e trovandomi a corto di serie televisive inedite, mi sono decisa a recuperare un paio di film che avevo in dvd (due dischi in cofanetto, mica cazzi) più o meno da quando sadici amici me li hanno regalati nel lontano febbraio. Mai scelta fu più infelice. Se mai avete bisogno di tenervi svegli con qualcosa, per l'amor del cielo, piuttosto riguardate qualcosa che conoscete ma sul cui effetto siete certi di poter contare. E mai, per nessun motivo, guardate questo film. Mai.

Un ponte per Terabithia (2007)
Regia di Gabor Csupo
Con Josh Hutcherson, AnnaSophia Robb, Robert Patrick, Zooey Deschanel.
...e già dal fatto di non riuscire a ricordare come si scrive il titolo né a pronunciare correttamente nemmeno un nome del cast avrei dovuto capire qualcosa. Avrebbe dovuto darmi l'indizio definitivo il fatto che il film si fregiava di essere "dai creatori delle Cronache di Narnia". Ma io no, niente, l'ho voluto vedere lo stesso. E ho avuto ciò che mi meritavo.

Bridge to Terabithia - Movie poster Innanzitutto, una precisazione necessaria. Io odio i bambini. Davvero. Non dico per dire. Li odio al ristorante, sui mezzi pubblici, in treno e - dio ce ne scampi e liberi - sull'aereo. Li odio al cinema, davanti e dietro lo schermo. Se qualcuno stilasse una petizione per sopprimere gente tipo Mara Wilson, Dakota Fanning o Georgie Henley io firmerei, subito, qualunque sia il metodo proposto per la soppressione. Mi domanderete perché mi metta quindi a guardare film con bambini come protagonisti. Giuro, non lo so. Masochismo? Lo stesso motivo per cui ho letto il tie in di World War Hulk con gli X-men? Forse.
Chi sono questi bambini, chiedete? Il protagonista era il Walter di Zathura e già lì non è che fosse gran che. Qui è davvero difficile da giudicare, ma al motivo arrivo più avanti. La protagonista invece faceva Violet Beauregarde nella recente versione della Fabbrica di Cioccolato, e a suo onore bisogna dire che a quanto pare non è una di quelle ragazzine cui riesce tanto bene fare la parte dell'odiosa per un talento tutto naturale. La spiritata fuori dal mondo le viene bene, tanto bene che riconoscerla per la stessa masticatrice di gomma è piuttosto difficile. Il resto del cast, a parte un'insopportabile bambina che grazie al cielo non si vede moltissimo (ma comunque troppo), è abbastanza inutile o semisconosciuto: un tizio che in Lost ha avuto il buon gusto di comparire una volta sola, un fotografo di King Kong, la mamma idiota e psicopatica delle Cronache di Narnia, un mucchio di gente che salta fuori dai Power Ranger, da Hercules e da Xena (giuro), la Elanor del Signore degli Anelli (giuro, avete presente la bambina di Sam Gamgee che si vede sì e no due secondi alla fine del Ritorno del Re?) e un orco, giusto per amor di simmetria. Non si direbbe mai quanta fuffa si ricicla in continuazione. Inutile dire che non c'era da aspettarsi meraviglie. Sul casting devono aver risparmiato parecchio: guest star, una Zooey Deschanel il cui personaggio è veramente ma veramente inutile, ma a questo arrivo dopo.
Per completare il quadro sullo staff, anche la parcella del regista non dev'essere stata astronomica. Se non vi fidate, andate un po' a vedere il curriculum del regista e poi ne riparliamo. Occhio che a trovare i film da lui diretti tra quelli da lui prodotti ci vuole del talento.
Che dire poi della crew? Non so quanto possa essere stato difficile trarre una sceneggiatura dal libro di Karen Paterson: di sicuro trarre qualcosa di sensato è stato al di là delle capacità di tale Jeff Stockwell, che del resto già ci aveva deliziato con The Dangerous Lives of Altar Boys. Lo affianca David Paterson, figlio della Paterson, e si sa che avere un autore o i suoi parenti tra le scatole quando si sta cercando di trarre un film da un libro non è mai bene. Lo è ancor meno se, come in questo caso, lo sceneggiatore ha scarsa personalità ed esperienza. Devono aver risparmiato anche sulla sua parcella.
E a questo punto, già da un po' avreste dovuto iniziare a domandarvi dove diavolo hanno speso i loro soldi. La risposta potrebbe sembrare banale, anche andando per intuizione, ma proviamo ad andare per esclusione: la colonna sonora è di Aaron Zigman (Take the lead, Step Up 2 e Sex and the City), non un novellino ma neanche Philip Glass. I costumi sono di quella di Hercules che, diciamocelo, non era esattamente rinomato per la sua estetica. Il design del set è di quello di Xena che, diciamocelo, non era esattamente rinomata per la sua estetica. Cosa rimane? Bravi: gli effetti speciali. Che sono della Weta.
Ora, io non ho niente contro i film di soli effetti speciali, giuro. Tutt'altro. Il problema è che qui i soldi sono stati chiaramente spesi tutti per gli effetti speciali, ma già in partenza non dovevano essere molti. Come si spiega altrimenti che tutto il budget se ne sia andato in un grande troll perfettamente inutile ai fini della trama?
Già. La trama. Questa sconosciuta. Bambino incontra bambina, giocano oltre ruscello, bambina muore mentre bambino è in gita con la maestra di musica, bambino si incazza, costruisce un ponte per attraversare il ruscello, ci porta la sorella e vissero tutti felici e contenti. Il tutto spalmato su 91 minuti di film. Che ne è stato della commistione tra fantasia e realtà che rimane abbozzata e non sviluppata? Che ne è stato dell'introspezione, della riflessione sull'infanzia, sull'innocenza perduta e sulla rivendicazione al sogno e alla fantasia? Che ne è stato dell'avventura, dell'umorismo, dell'amore? Insomma, che ne è stato della trama? Non si sa. Tutto è abbozzato, appena accennato, come se nessuno sapesse realmente che cosa si sta facendo o dove si stia andando. Il personaggio di Zooey Deschanel è inutile, ma del resto non è che si possa trovare un personaggio che sia realmente utile nell'economia di una trama che semplicemente non sta insieme. Sembra un film francese. E non è un complimento.

Ah, quasi dimenticavo. La colonna sonora comprende anche simpatiche canzoncine. Una è Try, cantata da Hayden Panettiere. Salvate la cheerleader e tiratela via da lì.


Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale luglio 23, 2008 23:15 |
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martedì, 22 luglio 2008
numero identificativo: 17881749

La Torre Nera - La lunga via del ritorno #1

Non che la prima serie mi fosse piaciuta, intendiamoci. L'avevo trovata abbastanza inconcludente, dal punto di vista narrativo, e questo al di là dell'innegabile bellezza dei disegni di Lee e Isanove. E avevo giurato che non mi sarei fatta più fregare. Come potete verificare, le mie promesse quando c'è in ballo un buon disegnatore valgono meno di niente. Figuriamoci poi se c'è in ballo Peter David.
Here we go again, quindi.

La Torre Nera - La lunga via del ritorno #1 e #2 (The Long Road Home, da Stephen King - The Dark Tower: The Long Road Home #1 e #2 del maggio e del giugno 2008).
Alla fine della scorsa serie, Susan bruciava e tutti noi - chi più chi meno - si sacramentava per l'inconsistenza del progetto narrativo. Ora, ricordo che della scorsa serie mi erano comunque piaciuti il tono invasivo e sopra le righe della narrazione, da perfetto western, e quella commistione di questo genere con il fantasy che poi è - almeno per me - uno dei punti più interessanti della saga letteraria. Questi elementi si ritrovano nell'inizio di questa seconda parte della Torre Nera: «Tornando indietro, finiremo dritti fra le braccia della banda di Havrey. Mentre attraversando questa passerella traballante finiremo dritti fra le braccia di Dio, che per prima cosa direbbe: "Dove diavolo avevate la testa, cretini?"». Il tono è fantastico, è vero. Intendiamoci: il soggetto continua a fare acqua da ogni parte, come un'angologia delle elementari di un libro di Stephen King o una fanfiction scritta da qualcuno che avesse padronanza perfetta della storia madre ma nessuna idea. Il problema è proprio questo: nonostante Peter David sia innegabilmente un genio e palesemente si diverta un mondo a scrivere in questo modo, nonostante cerchi disperatamente di cogliere qualunque spunto per fare della buona narrazione e a tratti ci riesca anche, è il soggetto a fare acqua, e non la sceneggiatura. La sceneggiatura, anzi, è decisamente ottima. Se vi piace il tono, naturalmente.

Ci sono riflessioni interessanti, e questo già è buono. Quella sulla guerra e sui bambini, tanto per cominciare, né melensa né didascalica, fatta esattamente con il tono del resto della narrazione, quel tipo di tono di chi - per lasciarsi andare ad una citazione - ha ancora la forza di incazzarsi con la coscienza offesa.
C'è qualche battuta, e anche questo è buono.
Quello che manca è la storia. E il materiale necessario per fare un albo degno di essere chiamato tale perché, dite quello che volete, due mini parti della stessa storia e un raccontino di Robin Furth degno delle peggiori fanfiction sul Signore degli Anelli - benché corredate dalle belle illustrazioni di Isanove - non fanno un albo degno di questo nome. E, per una volta, non me la sento di dare la colpa alla Panini: è proprio il prodotto originale ad essere un carente specchietto per le allodole. Questa serie come la precedente, a quanto pare. Non mi aspetto miglioramenti nonostante i due spunti narrativi ovvero la coscienza di Roland prigioniera del Pompelmo (mi vien da ridere solo a ripeterlo) e Sheemie diventato una specie di Cable lobotomizzato. Non mi aspetto proprio nessun miglioramento. Spero di sbagliarmi.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale luglio 22, 2008 22:37 |
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domenica, 20 luglio 2008
numero identificativo: 17855552

Jan Dix #2 - La stanza del giaguaro

Del primo numero ho parlato, e per  nulla bene, qui. Ma non è da me non concedere una chance anche  secondo numero: si sa, alcune delle cose più irritanti del primo numero avrebbero potuto essere espedien per vendere... Beh, dopo questa non credo che ci sarà una terza occasione.

Jan Dix #2, bimestrale
La stanza del giaguaro

Soggetto e sceneggiatura:
Carlo Ambrosini
Disegni: Giulio Camagni
Copertina: Carlo Ambrosini

«A sconvolgere le già burrascose acque della relazione tra Jan e Annika, entra in scena la bella Karin. La donna coinvolge Dix in un complesso enigma che affonda le radici in un fatto, accaduto decenni prima, che sconfina nella magia. In piena regione amazzonica, infatti, lo zio di Karin era stato resuscitato dall’oscura forza del dio giaguaro. Dopo tanti anni, l’inquietante divinità è però tornata a riprendersi la vita dell’uomo, seminando la morte nelle strade di Amsterdam.»

Due filoni artistici, o presunti tali, si intrecciano in questo numero ed entrambi hanno a che fare, o vorrebbero avere a che fare, con il tema del simbolo legato alle tradizioni ancestrali. Tema complesso con cui misurarsi in un secondo numero che segue un primo decisamente sottotono. Nel primo, Annika sta organizzando un'esposizione sull'arte delle cosiddette Prime Nazioni (termine che nel fumetto non si usa mai e cui si preferisce un decisamente più loquace "Indiani canadesi della costa nord occidentale"). La seconda riguarda la bionda Karin Van Esten, che si reca da Dix alla ricerca dei suoi servigi professionali.
Il primo filone non serve assolutamente a niente. Ma sapete, proprio, a niente? Solo ad allontanare Annika per consentire a Dix di portarsi a letto Karin, cosa che comuque fa anche in sua presenza. Inutile. Del tutto.
ll secondo filone a sua volta si compone di una vena giallistica ed una metafisica. Quella metafisica non serve a niente. Ma sapete, proprio, assolutamente a niente? Il pretesto dell'arte, setting debole anche di questo numero, non serve ad altro che a creare l'ennesimo emule di Dylan Dog, ma un Dylan Dog in cui la vena metafisica non si lega alla soluzione del caso né viene negata, non viene trattata né come se fosse parte della vita del protagonista né come se ne fosse una cosa del tutto estranea. Dix parla con leggerezza a perfetti sconosciuti delle sue visioni, come se fossero tasselli dell'indagine o parti della vita reale, ma del resto parla con leggerezza di qualunque cosa, lasciandosi andare ad un'information dumping abbastanza vergognosa. Comprendo benissimo che l'intenzione è quella di trattare il soprannaturale come se fosse reale, lasciando ben pochi dubbi che si tratti di allucinazioni, ma senza occuparsi delle conseguenze sul mondo reale: Dix non è né un uomo razionale che si trova alle prese con le visioni né, o almeno non sembra, un uomo avvezzo a ricevere segnali soprannaturali. Non si comprende davvero come mai ci si sia voluti impegolare in questo filone che chiaramente non si rlesce a gestire, tantopiù che alla fine risulta completamente inutile ai fini dell'intreccio giallistico. Intreccio giallistico che in questo numero regge un po' meglio che nel primo (e non è che ci volesse molto), ma che alla fine risulta abbastanza scontata: rivela quasi a metà l'indizio decisivo e non fa più nulla, senza riuscire né a creare tensione drammatica né tantomeno a mantenere la suspance. Insomma, per essere un giallo che parla di arte, parla di arte a caso e il giallo non è nemmeno gran che.

In ultimo, una piccola risposta alle note di apertura che in parte rispondono a critiche come le mie. Scrive Carlo Ambrosini: «Piuttosto pertinenti, invece, ci sono parse le osservazioni di chi, nel primo numero "Morte di un pittore", trovandosi di fronte ad una storia riguardante Vermeer si è rammaricato di non veder meglio illustrato il valore e il contenuto della sua opera e della sua personalità artistica. [...] le storie di Dix si occupano d'arte ma non sono uno strumento didattico e chi fosse interessato alla grandezza del pittore, che noi davamo per sottintesa, leggendoci, può approfondirne per conto suo la conoscenza».
Ora, per quanto mi riguarda non era quello il punto. Dio ce ne scampi dall'avere più didascalicità nel fumetto, il punto non era dare per scontate le specificità artistiche di Vermeer o il suo percorso artistico, ma dare l'impressione di non conoscerle affatto e di non essersene curati. Come dice lo stesso Ambrosini, il primo numero aveva a che fare con il tema della creazione. Disgraziatamente, preso dal macro tema, la scelta del tema specifico appariva gratuita almeno quanto appare quella di nativi canadesi e aborigeni sudamericani in questo numero. Avrebbero potuto essere tranquillamente i ragionieri di Busto Arsizio e la tribù dei Vakaputanga (nota tribù del centro Katanga) e nessuno si sarebbe accorto della differenza. E la gratuità della scelta, purtroppo, è qualcosa che pesa su questo fumetto come un macigno.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale luglio 20, 2008 14:27 |
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sabato, 19 luglio 2008
numero identificativo: 17850842

Cornelio #2 - La reliquia del vampiro

Del primo numero ho parlato qui. Salto quindi tutti i preamboli e vado dritta al sodo.

Cornelio - Delitti d'Autore #2
La reliquia del vampiro
di Lucarelli, Di Bernardo, Smocovich.
Disegni di Francesco Bonanno

Gli autori tentano il bis, dopo un primo numero decisamente scoppiettante e denso di ironia e autoironia, ben disegnato e con una trama coerente (che, di questi tempi, è molto più di quanto possano dire tanti fumetti della concorrenza). Niente da dire, ci riescono. «Quella che stiamo per raccontare è una storia di puro e semplice orrore. Un mistero, naturalmente. Un mistero misterioso. Un giallo sì, anche. Ma tremendo e spaventoso, con tanto tanto sangue e una violenza cieca che non sembra avere nulla di umano. Se questo fosse un film, sarebbe Intervista col vampiro di Neil Jordan. E se fosse un libro sarebbe Il discepolo di Elizabeth Kostova». Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sulla volontà o meno di continuare con l'autoironia, ci pensa l'incipit del fumetto a togliere ogni dubbio. Proseguendo con l'idea di analizzare, in ogni numero, un archetipo della narrativa del terrore, in questo secondo volume di Cornelio sono i vampiri a farla da padroni. Paura, eh?
Una storia di incubi e di plagi, di ossessioni e maniaci, di gente bizzarra (in molti sensi) e di uno scrittore che forse ha superato il suo blocco ma che non riesce in ogni caso a veder pubblicato un libro. Sarebbe divertente se questa fosse una costante della serie: vorrei vedere gli autori alle prese con un nuovo espediente ad ogni numero, magari coronato da un successo nell'ultimo perché noi siamo animi semplici e i lieti fine ci piacciono. Così come ci piacciono i fantasmi di Cornelio con la signora Fletcher, le battute e i cambi di prospettiva («Era acqua benedetta!» «Quella in cui hai bollito gli spaghetti?»), i tormentoni e le strizzate d'occhio alla realtà (la signorina Clarissa C autrice del libro "Cento colpi di spatola" che parla delle sue esperienze sessuali nel campo dell'edilizia), la volontà di spiegare ogni mistero con gli occhi della scienza ma lasciando sempre aperta ogni possibilità con un'allusione o un indizio. Anche in questo numero la struttura del mistero regge abbastanza bene, i disegni sono buoni e il ritmo narrativo si mantiene su buoni livelli. In sintesi, un altro numero promosso. Bravi.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale luglio 19, 2008 18:47 |
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