Atom Feed

RSS Feed

contagiri

# *loading* giri oziosi
domenica, 31 agosto 2008
numero identificativo: 18226740

Wolverine #224

Come il mese scorso, vengo a voi assolutamente deliziata da Peter Wisdom (no, non come Maureen, purtroppo) e completamente ignorante di Wolverine Origins.

Il villaggio che camminava come una donna (The Village that walked like a woman, da Wisdom #2 del febbraio 2007).
Spezzettata in questo modo è piuttosto difficile trovare un senso o apprezzare questa storia senza rileggersela tutta. D'altro canto, facendo la fatica di andarsi a recuperare il numero precedente, si riesce ad apprezzare una storia decisamente deliziosa. Un macchinario interferisce con i sogni della gigantessa Pantagruel, trasmettendoli a banda larga: si sveglia, combatte con i suoi guardiani (quegli odiosi paesi limitrofi) e se ne va in Groenlandia. You'll never walk alone.
Per questa storia, Caldwell ha pescato dalle leggende inglesi sui giganti (vedi quella di Kinloch Rannoch, villaggio su una collinetta che sarebbe un gigante addormentato), oltre che naturalmente dal romanzo satirico di Rabelais per il nome della gigantessa.

Drago travestito (Enter with Drag On, da Wisdom #3 del marzo 2007).
Mi viene in mente un solo modo per iniziare a parlare della storia, ed è attraverso l'accompagnamento musicale. La colonna sonora, decisamente gallese, è riportata dall'autore sul suo blog nel post che riguarda questa storia. Io non posso che ripeterne l'elenco linkando un paio di testi e qualche video, oltre a lasciarmi andare ad un paio di commenti sparsi:
Guns don't kill people (rappers do), del rapper gallese Goldie Lookin' Chain (testo qui), è a dir poco appropriata per la sequenza di apertura, indipendentemente dalle analogie che disegnatore e autore svilupperanno più tardi tra la storia e il video della canzone: il pezzo, oltre ad essere una satira della scena hip-hop americana, gira attorno al sottotitolo "The gun is the tool, the mind is the weapon", che naturalmente ci porta driti al monologo con cui Wisdom provoca il drago a scontrarsi con lui. Beh, non proprio con lui...
Life becoming a Landslide, dei rocchettari socialisti gallesi Manics (testo qui, qualche informazione aggiuntiva sull'album omonimo qui), con il suo inizio lento è un perfetto accompagnamento all'entrata in scena quasi western di Shang-Chi.
History Repeating, della splendida e gallese Shirley Bassey con l'accompagnamento dei meno gallesi Propellerheads -  potrei sbagliarmi io, ma LucaS ha preso una cantonata nelle note in questo senso - è forse ricordata da qualcuno per essere stata nella colonna sonora di Tutti pazzi per Mary e ha un testo quasi didascalico per le pagine che accompagna: una carrellata della storia del drago per poi ritornare nel pub al suo scontro con il maestro del kung-fu. Qualche informazione in più sulla canzone qui. Come dicevo la volta scorsa, penso proprio che questa canzone tocchi alcune corde dello scrittore Paul Cornell, con il suo approccio a tradizione e storia.
The Bartender and the Thief, dei celebri Stereophonics (indovinate? gallesi. testo qui, articolo qui) ancora una volta non solo ha perfettamente senso con il barista che spara ma si lega persino a Shang-Chi, dato che il video originale era ambientato in una base militare in vietnamita e si rifaceva ad Apocalypse Now.
Sex Bomb, del gallese (ormai che ve lo dico a fare) Tom Jones, che penso non abbia proprio bisogno di spiegazioni o precisazioni: al massimo posso consigliarvi di ascoltare anche le versioni dell'incredibile Max Raabe (per favore, se pensate che questo tizio sia completamente fuori di testa, guardatevi anche questo).
God! Show me magic, dei Super Furry Animals, altra gente completamente fuori di testa e naturalmente gallese (testo qui, voce qui) decisamente appropriato per la trasformazione del dragone.
I'll be your mirror, degli americani Velvet Underground ma che LucaS trova il modo di far quadrare nel contesto, è forse il più bello degli accompagnamenti scelti dall'autore: per uno che non ha rispetto per la storia, riesce a trovare una gran bella lettura per il topos del combattimento eroe-drago («della nostra battaglia hanno parlato tante volte: non combatto per vincere, ma per mostrarti la pienezza della tua esistenza»).
Shinobi vs. the Dragon Ninja, dei gallesi Lostprophets, canzone invischiatissima di riferimenti ai videogiochi (la serie sul ninja soprannominato Shinobi appunto e l'arcade Bad Dudes vs. Dragoninja) ai giochi di ruolo e alla televisione (vedi il riferimento alla serie tv ispirata a Dungeons & Dragons): il testo è un match perfetto con Shang-Chi che si fa lanciare e scommette sul fatto che il dragone "ricordi".
Bulimic Beats, dei Catatonia con la splendida Cerys Matthews, che chiude la storia accompagnando la risoluzione (si fa per dire) degli intrighi sentimentali di Wisdom.
E direi che dei riferimenti musicali ho chiacchierato abbastanza, dato che ce n'è almeno altrettanto per quanto riguarda i riferimenti culturali. Personalmente ho trovato a dir poco delizioso il monologo iniziale di Wisdom, con la carrellata di pregiudizi sui gallesi e la scena che si gira subito dopo, mostrando «the most Welsh pub you’ve ever seen», come dice l'autore stesso. Ma chi è il dragone che Wisdom sta provocando? Naturalmente Cornell non se l'è inventato come non si è inventato il piccolo excursus "storico": il drago rosso è il simbolo del galles al punto che il suo nome 'Y Ddraig Goch' è usato anche per identificare la bandiera. Il Mabinogion, citato nel fumetto, raccoglie dodici storie in prosa da antichi manoscritti poi tradotti in inglese da quella gran donna che era Lady Charlotte Guest. Nella storia "Lludd a Llefelys", il dragone rosso si scontra con un invasore bianco e la loro lotta causa grandi sconvolgimenti, così il re di Gran Bretagna Lludd chiede consiglio a suo fratello Llefelys di Francia e questi gli consiglia di scavare una buca nel centro dell'Inghilterra, riempirla di Idromele e coprirla con un telo. I due draghi scendono nella buca, bevono e si addormentano, così il re li imprigiona con lo stesso telo: secondo la leggenda, i due draghi si trovano sepolti a Dinas Emrys. Per semplificarsi la vita, Cornell slega i due fatti e parla solo dell'imprigionamento del dragone rosso, riprendendo poi la storia dall'Historia Britonum dove ritroviamo il drago sempre nella stessa buca e sempre addormentato fino a quando il signore dei Britanni Vortigern tenta di costruirci il castello. I draghi, irritati per il piano edilizio o forse continuando la loro lotta, ogni notte demoliscono la fortezza dalle fondamenta scuotendo la terra e il re consulta senza successo tutti i saggi della nazione finché non si imbatte in un ragazzo, il futuro Merlino, che viene minacciato di essere sacrificato e gli racconta la storia dei due draghi. Vortigern libera così le due bestiole che continuano a darsele di santa ragione fino a che il rosso non vince sul bianco. A detta dello stesso Merlino, il drago bianco rappresenta i Sassoni, mentre quello rosso è simbolo della gente di Vortigern. Nella Historia Regum Britanniae, la storia viene ripetuta e il dragone diventa anche una profezia della venuta di Re Artù (il cui padre è Uther Pendragon, ovvero signore dei draghi). A questo testo e al re Cadwaladr si è ispirato anche Enrico VII Tudor, re d'Inghilterra ma di origini gallesi, quando lo incluse nella propria bandiera poco prima di sconfiggere re Riccardo III di York a Bosworth Field (un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo, avete presente?). Questo significa naturalmente che dopo la fine dei Tudors non si è più saputo gran che del dragone rosso ma è rimasto un simbolo del Galles. Fossero rimasti re d'Inghilterra, chissà, forse ora sarebbe simbolo della Gran Bretagna.
In ogni caso, Caldwell tira un po' via le parti successive della storia: parla di Rorke's Drift durante la guerra anglo-zulu ma avrebbe potuto nominare anche la battaglia della Somme con il sacrificio della trentottesima divisione a Mametz Wood, il cui monumento commemorativo raffigura proprio il dragone rosso che spezza del filo spinato. Pazienza. Mi pare comunque significativo che Caldwell si prenda la briga di fare più o meno a pezzi la recente interpretazione data da Tieri in New Excalibur #12 dove i draghi in questione si rivelavano essere alieni della stessa razza di Fin Fang Foom.
Sempre a proposito di cose che esistono e che non esistono: il nome del bed and breakfast in cui si "appostano" Wisdom e Maureen, "The Owen Glendower", fa riferimento a Owain Glyndŵr, l'ultimo principe di Galles che fosse effettivamente di Galles e che nel 1400 preciso di ribellò contro Enrico IV d'Inghilterra (leggetevi il racconto, è carino). L'altro bed and breakfast, invece, porta il nome di Gruffydd Yonge, ovvero Gruffydd il giovane, amante della prima moglie di Riccardo II nonché chierico acceso sostenitore della rivolta di Glyndŵr. E tutto torna.
Altre cose degne di nota? Citazione da Peter Pan, questa volta esplicita («la fata deve lasciare il ragazzo che non vuole crescere»), la splendida battuta di John "dovrebbero lasciare una copia di me in ogni albergo", la scena dell'orgasmo, il doppio senso (quello tra Pryde e Pride e quello tra Wisdom e wisdom, per dirne due). Una lettura... beh, semplicemente delziosa.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale agosto 31, 2008 16:24 |
Collegamento permanente |
commenti (3) |

giovedì, 28 agosto 2008
numero identificativo: 18192582

To sleep

Shelidon ha disegnato bozzetti intimisti
data astrale agosto 28, 2008 00:17 |
Collegamento permanente |
commenti |

martedì, 26 agosto 2008
numero identificativo: 18180639

Il trovatore di strada

Ebbene sì, non pensavo che fosse difficile dal titolo del precedente post ma non mi pare comunque il caso di togliere merito a chi ha indovinato. Il secondo film che mi sono sparata sabato, soprannominato la giornata del polpettone preistorico, era Pathfinder. Un film che fa largamente rivalutare 10.000 a.C. Anzi. Un film in confronto al quale 10.000 a.C. è un capolavoro della storia del cinema, una pietra miliare imprescindibile per sceneggiatura, regia e interpretazioni.
Pathfinder è un film completamente inutile, e non nutrivo particolari aspettative a riguardo. Come avrei potuto? Karl Urban, che già ci aveva deliziato nel Signore degli Anelli ma che aveva sicuramente dato il meglio di sé in The Chronicles of Riddick, è ormai una garanzia, da questo punto di vista, e gli si affianca un cast veramente d'eccezione: non un volto noto a pagarlo oro, laddove il più famoso è noto per essere stato la voce del papà di Pocahontas. Rendiamoci conto. A questo si aggiunga che il regista, il signor Marcus Nispel, ci ha in passato regalato perle come "Walking in Memphis" e "One By One" (dance remix, mi raccomando) in The Very Best of Cher: Video Hits Collection. In più, ed è importante, la sceneggiatura è dello stesso di Alexander. Ho reso il quadro? Perfetto. Perché il peggio deve ancora venire.
Di che cosa parla questo film? Difficile a dirsi. I vichinghi scoprono l'America e una loro nave fa naufragio, solo un bambino sopravvive e viene allevato dagli indiani: quando i Vichinghi tornano per conquistare il Nuovo Mondo, inspiegabilmente vent'anni dopo, trovano il piccolo adottato adulto e incazzoso e sarà proprio lui a fermare la conquista, consentendo poi a Colombo di fare alla Storia il più grave dei danni.
Che cosa c'è in questo film? Quasi impossibile a dirsi. Non succede mai niente, e per niente intendo che non parlano mai, non si picchiano mai, non si spostano mai significativamente né fanno altre azioni che sarebbero degne di nota: se dal trailer non mi aspettavo di certo un'intellettuale dicostruzione storica o un'appassionante leggenda, mi sentivo comunque in diritto di attendermi un po' di mazzate. Nulla di nulla. Le sequenze d'azione sono qualcosa che fa sembrare la discesa in skateshield di Legolas al Fosso di Helm una fine sciocchezzuola: il protagonista scivola sulla neve come Popoff, sulla pancia, inseguito non già dai cosacchi dello Zar ma dai vichinghi sullo slittino, vichinghi che tra parentesi sono davvero tanto somiglianti agli Uruk-hai di Peter Jackson e nessuno ha ben capito il perché. Non pago di ciò, trascina i vichinghi in cordata su per una montagna, vichinghi che inspiegabilmente si fidano della sua guida e che, come tutti ben sanno, in quanto veri uomini seguono i consigli di Ignazio La Russa e del suo giocajouer: indossano mutande con lana di vetro all'interno, gli anfibi senza calze e si mettono in cordata con giri e giri di catene. Ed è proprio la cordata a decretare la loro fine, dato che il protagonista li annienta colpendo l'ultimo e facendo così cadere tutti quanti, come iene del Re Leone, giù per il dirupo. Come possa tutto ciò prolungarsi per due ore di film io davvero non so spiegarlo. Una noia mortale, dal finale improbabile e dal messaggio oscuro, la cui morale è meglio rimanga un segreto. Davvero. Se proprio dovete, guardatevi 10.000 a.C. E questo è davvero tuttodire.
Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale agosto 26, 2008 21:44 |
Collegamento permanente |
commenti (12) |

sabato, 23 agosto 2008
numero identificativo: 18150465

Vichinghi che costruiscono piramidi e Atlantidei che scoprono l'America

...o forse era il contrario?
Fatto sta che oggi, piagata da dolori fisici di natura prettamente femminile e avendo esaurito tutti i fumetti nuovi, non avendo voglia di continuare a leggere e non trovando da nessuna parte la forza di recensire Annihilation Conquest #3, ho fatto ciò che nessuno dovrebbe mai fare e ho visto ben due film. Di fila. Uno dopo l'altro. E ora vi parlo del primo, perché non mi pare giusto che debba soffrire solo io.



Lo so, lo so, non dite niente. Dopo aver visto un film con questa locandina non avrei il diritto di lamentarmi.
Ora, dal regista di Indipendence Day e, soprattutto, The Day After Tomorrow mi aspettavo immonde zozzerie. Come, del resto, aspettarsi qualcosa di diverso da un film con questo trailer, in cui l'amore la morte e la dannazione la fanno da padroni? Come non aspettarsi qualcosa che facesse impallidire qualunque stronzata avesse mai calcato il grande schermo, da un film con i mammut, i dinosauri e le piramidi? Ebbene, da questo punto di vista 10.000 a.C. è un film che non delude affatto. Come potrebbe? Un cast del genere non s'è mai visto, nel senso che la maggior parte degli "attori" viene da film improbabili o da degni padri di questa puttanata: Camilla Belle, la "ragazza con gli occhi azzurri", è reduce da Jurassic Park e Walker Texas Ranger; Steven Strait, il prode protagonista, era in The Covenant; Cliff Curtis, l'uomo dalla lunga lancia bianca e dio ce ne scampi e liberi, era in The Fountain; Joel Virgel, Grande Uomo Nero Che Combatte Con Lunga Lancia, a recitato in questo film e in uno dei Flintstones e basta (giuro); il cattivo di turno, ovviamente dai tratti più arabi degli altri, basta guadarlo in faccia, mentre il suo compare ha una lunghissima carriera di "uomo numero tre", "terrorista con pistola" e "guardia turca". Inoltre, dopo aver visto Le Cronache di Narnia in italiano, chi mai sarebbe attratto da un film che ha Omar Shariff come narratore (anche se da noi è stato fortunatamente ridoppiato)?Ma bando alle ciance, che leggo nei vostri occhietti la vorace curiosità di sapere di che cosa parla questo film.
Quando ero piccina, nell'antologia delle elementari c'era un brano che... oh, aspettate un momento, prima devo fare una premessa. Avete presente le antologie delle elementari, no? Quelle raccolte di brani pescati più o meno a caso da libri scelti da luminari della pedagogia, quella selezione di letture che ti fanno nascere curiosità riguardo ad un libro ma un libro che poi nessuno ti comprerà mai perché non è per bambini? Ecco, nella mia antologia io avevo cose come il finale del Profumo di Suskind, cosa che ho capito solo anni dopo quando, per motivi del tutto slegati dalla curiosità infantile (o forse no?) ho letto lo stesso libro. E avevo anche un pezzo di un libro di cui ho faticato a rintracciare le coordinate quando questo film me l'ha fatto tornare in mente. Si trattava di un pezzo da Ayla figlia della terra, di Jean Auel, che non ho naturalmente mai più letto. Ecco come l'Internet Bookshop riassume il libro: «Un devastante terremoto ha lasciato la giovane Ayla sola, ferita e sperduta in una terra selvaggia e popolata da animali ostili. Raccolta e cresciuta dal Clan dell'Orso delle Caverne, ben presto Ayla si distingue per la sua diversità: è alta, bionda, con gli occhi azzurri e, soprattutto, è intelligente. Lo scontro con i paurosi e retrogradi Testapiatta del Clan è inevitabile. Ma in Ayla gli altri riconoscono la donna prescelta dal destino, l'eroina che li guiderà nella lotta per la sopravvivenza, perché nel suo sangue scorre il futuro dell'umanità». Ora, io di ambientato nella preistoria ho letto solo Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, sempre se si esclude l'intervista impossibile all'Uomo di Neanderthal (ehi, non credereste mai chi l'aveva scritta, quindi vedete di non ridere). Non posso quindi considerarmi un'esperta di narrativa dell'età della pietra. Però so una cosa: spesso, quando si fa del fantasy o della fantascienza (cosa che si fa per forza quando si ambienta una storia in un periodo di cui non si sa nulla o su cui si decide di ricamare molto con la fantasia) è per dire qualcosa, attraverso il filtro del mondo secondario, sul mondo primario. Peccato che, a quanto pare, ciò che si ha da dire sembra essere un pacchetto delle solite banalità. E che cosa c'è di banale in questo film? Beh, innanzitutto c'è la profezia. La sceneggiatura, chiaramente ispirata a Giovanni Storti, ci mostra il grande Pdor, figlio di C'mer, per cui il destino ha in serbo un grande futuro oltre, naturalmente, alla fanciulla dai capelli azzurr... ops, no, erano gli occhi. Vabbé, è uguale. C'è il rapimento della bella, lo spirito della terra e la grande madre, la deportazione degli schiavi, la tigre dai denti a sciabola che ricambia i favori, le tribù che si uniscono e tutto quanto il resto. E, soprattutto, ci sono gli atlantidei che costruiscono le piramidi. Era dai tempi di Seven Swords che non ero così perplessa. Trovare quacosa da dire su questo film è come mettersi a guardare due bambini che giocano all'uomo delle caverne e poi avere qualcosa da obiettare alla loro trama. Questo fa Emmerich: gioca all'uomo delle caverne. Se riuscite a vederla in questo modo, potete riuscire a gustarvi qualcosa di questo mammut ad alto budget. Altrimenti sarete perplessi. Come me.
E ora, questo stesso uomo, sta girando un film sul 2012. Caspita, non sto più nella pelle.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale agosto 23, 2008 16:56 |
Collegamento permanente |
commenti (9) |

Brendon #62 - Il lato oscuro

Io proprio non capisco il punto dei tanti detrattori di questo bimestrale Bonelli. Personalmente trovo peggiori, e di molto, cose come Dylan Dog, che ormai si ripete all'infinito, Jan Dix, di cui ho già ampiamente parlato, o Julia che ormai da mesi non riesce a mettere insieme un intreccio giallistico a pagarlo in contanti.

Brendon #62 - Il lato oscuro
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Chiaverotti
Disegni: Esteban Maroto
Copertina: Massimo Rotundo
«Denzel raggiunge Adelphia, la città delle scienze, in compagnia del giovane figlio Tim. Ha raccolto tutte le “regine” che poteva per portarlo sin qui e farlo operare al cuore dal professor Reynhald, luminare della medicina: se l’intervento riuscirà, il piccolo avrà salva la vita, altrimenti... Ma le mani del chirurgo hanno un prezzo che va molto al di là di quello che il padre disperato può permettersi. Saputo della forte taglia che è stata posta sulla testa dell’omicida che imperversa in città, Denzel decide di auto-accusarsi dei crimini, chiedendo a Brendon di consegnarlo alla Milizia, riscuotendo il denaro e utilizzandolo per far operare Tim. Il Cavaliere di Ventura cerca di rintracciare vero colpevole, deciso a scagionare Denzel. Ma sulla strada della verità incontra Jennifer, uno strano manichino di legno che sembra assetato di sangue!»


Non è male l'intreccio di questo numero, con il cavaliere di ventura alle prese con l'ennesima taglia e l'ennesima mescolanza di incubi e pazzia. Parte di ciò che mi piace di più di Brendon è l'ambientazione, che mescola in modo delizioso fantasy, western e steampunk (cosa che non può non solleticare il mio spirito tamarro). Chiaverotti mette insieme una bella storia a tinte gialle tra pazzi squilibrati, padri di famiglia, mariti incazzati e bambole di legno che - ci scommetto - sono sicuramente più scomode del loro corrispettivo gonfiabile. C'è persino spazio per qualche colpo di scena e un paio di cazzotti. E per una volta Brendon non si fa l'infermiera. Si può chiedere qualcosa di più da una sceneggiatura?
Quanto a Esteban Maroto... beh, è la dimostrazione che la Bonelli, non si riesce a capire come né perché, castra i suoi artisti. Certo, non so se avrei trovato appropriato vedere qualcosa del genere, ma non riesco proprio a capire come abbia fatto un illustratore che sul bianco e nero ricordo abbastanza decente a ridursi in questo modo. Peggiora la situazione, ammesso che sia possibile, la copertina di Massimo Rotundo, non so decidere se disegnata male o colorata peggio. Avrebbe fatto meglio a continuare con le fanciulle svestite.
Shelidon ha disegnato palloni di china
data astrale agosto 23, 2008 15:37 |
Collegamento permanente |
commenti (3) |


Shelidon.it Bolgeri blog Associazione romana studi Tolkieniani Album: Pupazzi di pezza Rassegna stampa giornaliera Ho iniziato con... Lavoro... Leggo... Partecipo... Frequento...