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# *loading* giri oziosi
mercoledì, 07 ottobre 2009
numero identificativo: 21455346

Poi vi dico com'era...

Shelidon ha disegnato su celluloide, tracce di vecchie ossa, a soggetto storico, appunti di antropologia
data astrale ottobre 07, 2009 17:26 |
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mercoledì, 01 agosto 2007
numero identificativo: 13299254

折り紙 - Brevi cenni sull'origami

Oggi mi sono rimessa a scrivere. E siccome quello che sto buttando giù ha a che fare con l'origami (oltre che con il cinema e i draghi, ma questa è un'altra faccenda), ho colto l'occasione per sistemare e ampliare la voce di Wikipedia sull'origami. Un estratto...

Con il termine origàmi si intende l'arte di piegare la carta (折り紙, termine relativamente recente derivato dal giapponese, ori piegare e kami carta) e, sostantivato, l'oggetto che ne deriva. L'arte della piegatura della carta nacque in Cina (Zhe Zhi" 折纸), ma fu conosciuta anche dagli Arabi prima di giungere in occidente in epoca relativamente recente.

La tecnica moderna dell'origami usa pochi tipi di piegature combinate in una infinita varietà di modi per creare modelli anche estremamente complicati. In genere, questi modelli cominciano da un foglio quadrato, i cui lati possono essere di colore differente e continua senza fare tagli alla carta, ma l'origami tradizionale era molto meno rigido e faceva frequente uso di tagli, oltre a partire da basi non necessariamente quadrate. Alla base dei principi che regolano l'origami, vi sono senz'altro i principi shintoisti del ciclo vitale e dell'accettazione della morte come parte di un tutto: la forma di carta, nella sua complessità e fragilità, è simbolo del tempio shintoista che viene ricostruito sempre uguale ogni vent'anni, e la sua bellezza non risiede nel foglio di carta. Alla morte del supporto, la forma viene ricreata e così rinasce, in un eterno ciclo vitale che il rispetto delle tradizioni mantiene vivo.

1. Storia

11. Le origini

L'origine dell'origami giapponese è strettamente legata alla religione shintoista e la valenza sacrale della carta è anche testimoniata dal fatto che in giapponese la parola carta e dei si pronunciano entrambe kami: le prime forme di origami, dette go-hei, erano costituite da semplici strisce di carta piegate in forme geometriche e, unite ad un filo o ad una bacchetta di legno, utilizzate per delimitare gli spazi sacri.

A causa dell'estrema semplicità di queste prime forme di piegatura della carta, alcuni fanno invece risalire l'origine dell'origami all'epoca Muromachi (1392-1573), riconducendola alle cerimonie del dono augurale del noshi-awabi ai samurai: questo particolare mollusco, simbolo dell'immortalità, veniva offerto all'interno di un astuccio di carta, che con il passare del tempo divenne piegato in modo sempre più complesso fino ad acquistare dignità di dono in sé.

1.2 Il periodo Heian

Il periodo di affermazione dell'origami nella religione shintoista e nella cultura giapponese è riconducibile al periodo Heian, durante il quale la corte imperiale raggiunse l'apice della propria raffinatezza. E' in questo periodo che si afferma, durante quella che sarebbe poi diventata l'Hinamatsuri o festa delle bambine, la tradizione della bambola fluttuante (雛流し, Hina-nagashi): una bambola di carta veniva posta su una barca, anch'essa realizzata ad origami, e lasciata trasportare dalla corrente di un fiume fino al mare. Succesivamente quest'usanza venne sostituita da quella, più complessa, di ricostruire ritualmente con l'origami la corte imperiale, con i suoi personaggi negli abiti rituali: per questo tale festa, detta festa delle bambine, viene anche indicata con il termine festa delle bambole (雛祭り, Hina-matsuri appunto). Le bambole rituali di carta (雛人形, hina-ningyō), oggi sostituite da vere e proprie bambole in stoffa e porcellana, venivano sistemate su piattaforme di stoffa rossa secondo un rigido ordine gerarchico che vedeva, dall'alto verso il basso:

  • sul primo gradino: l'imperatore (お内裏さま, O-Dairi-sama) e l'imperatrice (お雛さま, O-Hina-sama), laddove il termine dairi significa palazzo imperiale e hina significa fanciulla o principessa: le bambole della corte imperiale vengono tradizionalmente posizionate di fronte ad uno scrigno dorato, originariamente uno scrigno anch'esso realizzato ad origami;
  • sul secondo gradino: tre dame di corte (三人官女, San-nin kanjo) raffigurate nell'atto di reggere una teiera da saké;
  • sul terzo gradino: cinque musicisti maschi (五人囃し, Go-nin bayashi) di cui quattro reggono ciascuno un diverso strumento musicale, mentre il quinto, il cantante, ha tra le mani un ventaglio;
  • sul quarto gradino: due bambole di funzionari (大臣 Daijin), comunemente definiti la mano destra (右大臣 Udaijin) e la mano sinistra (左大臣 Sadaijin);
  • sul quinto gradino: varie miniature di oggetti quotidiani e rituali, come stoviglie e teiere, fiori, armi e abiti.
Due esempi di Kusudama realizzati ad origami

Analogamente, al periodo Heian viene ricondotto anche il coinvolgimento dell'origami nelle cerimonie per la festa Kodomo no hi (子供の日), dedicata ai bambini. Il nome originario della cerimonia, Tango no Sekku (端午の節句), la rende identificabile con una versione giapponese della festa cinese della barca in forma di drago (端午節, Duānwǔ Jié) e fa riferimento ad un chiaro rapporto con l'acqua. Durante la festa, era uso che i bambini fabbricassero bandiere di carta in forma di carpa da appendere fuori dalla porta di casa, usanza conservata ancora oggi. Queste strutture si inseriscono nella tradizione dei kusudama, o sfere medicinali, insieme di ramoscelli ed erbe mediche che veniva appeso fuori dalla porta di casa per tenere lontani gli spiriti maligni e le malattie: anche questa abitudine, con il tempo, si è trasformata in un'usanza che coinvolge l'origami. Oggi il kusudami è realizzato assemblando vari fiori di carta o, con una tecnica relativamente recente e più complessa, da un unico grande foglio. Inoltre, le feste del Kodomo no hi e della Hinmatsuri nella sua forma originaia, sono strettamente legate alla festa del Bon, tradizionale festività primaverile durante la quale venivano affidate alle acque di un fiume tradizionali barchette di carta che, secondo l'usanza, avrebbero recato le anime dei morti tra i vivi per tre giorni di celebrazioni, prima di essere ricondotte al loro mondo.

Un'altra festa shintoista dedicata ai bambini e durante la quale vengono realizzate offerte ad origami è il Shichi-Go-San (七五三, letteralmente sette-cinque-tre, con riferimento alle età dei bambini festeggiati).

Anche la rana è una tradizionale forma origami di origine Heian, che trova significato nel doppio significato della parola kaeru, che significa sia "rana" che "ritorno a casa" e che indicava quindi l'animale come un buon augurio per coloro che stavano per intraprendere un lungo viaggio. L'epoca Heian (e il periodo Nara in particolare) vede infine l'importazione del [buddismo]] di numerose feste cinesi, tra cui il Tanabata, che vede la celebrazione attraverso decorazioni urbane originariamente realizzate ad origami e oggi ricavate dalla plastica, e lo Hanami (花見), durante il quale si realizzano lanterne e decorazioni di carta e fiori. Il loto in particolare è una forma origami legata al buddismo e a queste feste.

1.3 Il periodo Edo

La fioritura dell'origami nel periodo Edo è generalmente esemplificata con la storia della figura della gru, oggi uno degli origami tradizionali giapponesi più noti e la cui tecnica venne perfezionata proprio attorno al XVIII secolo: al 1797 appartiene infatti uno dei più noti libri sull'origami, Piegatura delle mille gru di Sembazuru Orikata. La pratica fa riferimento al particolare valore della gru come simbolo di immortalità e alla leggenda secondo la quale chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali "grappoli" di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile gli ex-voto della cultura cattolica: l'aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki, esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima e sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò allora a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ed ogni anno questo monumento è viene adornata con migliaia di corone di un mille gru.

La storia di Sadako è diventata soggetto di molti libri e film ed ha portato la gru da simbolo di immortalità a simbolo di pace. In una versione della storia, Sadako scrive un haiku che tradotto in italiano suona cosí:

Scriverò pace sulle tue ali
intorno al mondo volerai
perché i bambini non muoiano piú cosí

In un'altra versione, un suo compagno di classe piega il numero restante di modelli in modo che lei possa essere sepolta con 1000 gru: è questa la versione riportata nel romanzo Il gran sole di Hiroshima, di Karl Bruckner.

L'origami conserva inoltre un ruolo preponderante in numerose altre festività giapponesi. Durante il capodanno, ad esempio, è usanza realizzare a origami e kirigami le cartoline augurali (年賀状, nengajō), le buste di denaro per i bambini (お年玉, otoshidama) e i supporti per il Kagami mochi (鏡餅): il giorno precedente, l'Ōmisoka (大晦日), viene celebato sostituendo gli origami conservati in casa e i pannelli di carta alle pareti. Anche il primo lavoro realizzato durante il nuovo anno (仕事始め, shigoto-hajime) è spesso una figura tradizionale dell'origami. Durante la festa di San Valentino, durante la quale in Giappone sono le donne a eseguire il dono rituale di cioccolatini (義理チョコ, giri-choko), gli astucci per i dolci sono spesso realizzati ad origami in una forma che può riecheggiare il noshi: il corrispettivo maschile è il cosiddetto White Day.

L'opera del giapponese Akira Yoshizawa, un creatore prolifico di origami e scrittore di libri sull'argomento, ha ispirato un moderno rinascimento di questa pratica. L'origami moderno ha attirato un seguito mondiale, con modelli sempre più intricati e nuove tecniche come il wet-folding, la pratica di inumidire il foglio durante la piegatura in modo che il prodotto finito mantenga meglio la forma, o il soft-folding, in cui la carta viene piegata in modo più deciso o più morbido per creare effetti particolari. Una variazione dell'origami semplice è l'origami modulare, in cui molti modelli sono assemblati per formare un unico insieme decorativo.

1.4 L'origami moderno e l'occidente

Come si è detto, la diffusione dell'origami in occidente si può ricondurre al libro di Sembazuru Orikata, affiancato dalla sezione sull'origami del testo enciclopedico Kan no mado (letteralmente, Finestra sulla sagione fredda): per il primo libro occidentale sull'origami, tuttavia, bisognerà attendere il 1928 con Fun with Paperfolding di Murray e Rigney, seguito dal Paper Magic di Robert Harbin (in gran parte basato, a sua volta, sugli studi Gershon Legman). Alla base di questi volumi vi è la prima teorizzazione occidentale riguardo all'origami, ad opera di Joseph Albers, padre della teoria moderna dei colori e della corrente minimalista. All'interno del proprio progetto pedagogico, insegnò l'arte della piegatura degli origami tra il 1920 ed il 1930 adottando fogli circolari che venivano piegati in spirali e forme ricurve. Le sue opere hanno influenzato visivamente gli artisti di origami moderni come Kunihiko Kasahara, mentre le sue teorie si inseriscono nella pedagogia moderna attraverso l'opera di Friedrich Fröbel (1782 - 1852), che riconobbe il potenziale educativo degli origami e lo introdusse come strumento nel suo 'kindergarten system' nei primi anni del 1800.

The Art of Chinese Paper Folding di Maying Soong (1948) è stato invece il primo libro a individuare le differenze tra l'origami e l'arte cinese di piegare la carta, sostanzialmente riconducibile all'interesse dei giapponesi per gli animali e a quello cinese per oggetti inanimati come le barche e gli edifici. Tra le tecniche di base, la base busta viene individuata come originaria della Cina: tra le forme tradizionali che prendono forma da essa, il più noto è il cosiddetto cappello dello studente.

L'opera di Akira Yoshizawa ha imposto definitivamente il termine "origami" come sinonimo della piegatura della carta e in tutto il mondo solo alcuni ambienti conservatori cinesi utilizzano un alto termine, ovvero l'originario Zhe Zhi. Oggi, l'origami si è sviluppato come arte a sé ma ha contaminato anche altri ambiti, sia artistici che scientifici.

(da Wikipedia)
Shelidon ha disegnato a soggetto storico
data astrale agosto 01, 2007 12:46 |
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martedì, 26 giugno 2007
numero identificativo: 12827900

Il periodo Asuka e la sua arte

Un brandello di storia del Giappone, che oggi mi è venuto lo sghiribizzo di inserire in Wikipedia. La parte in grigio non è mia, ma era già presente. dovrò tornarci perché il paragrafo dell'utente giunto prima di me ed i miei paragrafi non sono ben armonizzati tra di loro e trovo che il suo sia eccessivamente storico e troppo poco concentrato sull'arte...



Con il termine periodo Asuka si indica il primo periodo buddista della storia del Giappone, convenzionalmente racchiuso tra il 550 e il 700, e deve il suo nome alla provincia in cui venne spostata la capitale, determinando così una profonda influenza dell'idealismo astratto su tutta la cultura del Giappone.
La data convenzionale di inizio del periodo con il 552, quando ebbe luogo l'introduzione ufficiale del buddismo dalla vicina Corea, mentre il periodo si considera concluso con lo spostamento della capitale a Nara, nel 710. Altrio fanno risalire la conclusione del periodo all'assunzione del trono da parte dell'imperatore Tenji, nel 667.

L'introduzione del buddismo
Al momento dell'arrivo del buddismo in Giappone, la posizione più alta dello stato era occupata dalla famiglia Soga, sin da quando il loro capostipite Takanouchi Sukune fu primo ministro dell'imperatrice Zhingo: i Soga, che si succedettero al ministero degli esteri, ebbero sin dall'inizio un grande rispetto per le culture straniere e furono di importanza capitale nella diffusione della nuova religione. Loro avversari in questo furono i membri della famiglia Mononobe, comandanti in capo dell'esercito, soprattutto alla luce dei disordini sociali che sorsero nell'impero dopo l'introduzione della nuova religione. Spalleggiati dai Nakatomi, la famiglia dei sacerdoti custodi dei riti ancestrali, i Mononobe diedero inizio ad un sanguinoso periodo di lotte interne che videro i Soba vincitori, anche grazie alla neutralità della famiglia Otomo (gli ammiragli della flotta). Nonostante la sostanziale vittoria dei Soba e l'inserimento effettivo del buddismo nella nazione, le tensioni interne si accentuarono quando il re Meirei di Corea, nel 522, inviò all'imperatore Kimmei un ricco dono di testi buddisti ed una statua del Buddha Shakyamuni: l'esitazione dell'imperatore nell'accettare il dono e le lunghe discussioni all'interno del consiglio imperiale raggiunsero l'opinione pubblica. Il dono fu infine accettato ma quando una carestia colpì l'impero, i nemici dei Soba sparsero l'opinione che si trattasse di una punizione degli antenati per aver accolto in patria un idolo pagano. La statua venne quindi gettata in un lago ed i libri furono bruciati. A tutt'oggi la scultura dorata è considerata tra le più grandi perdite dell'antichità insieme alla biblioteca di Alessandria.
Nonostante la temporanea vittoria degli osteggiatori del buddismo, il culto si era già parzialmente diffuso in Giappone ed i suoi principi erano già noti in molte regioni quando, nel 554, giunsero dalla Corea i due sacerdoti Donyei e Doshin, recando con sé immagini e sculture. Dieci anni dopo, dalla Cina giunse anche il viaggiatore Chiso, con un altro carico di immagini e sculture, e nonostante questi tre personaggi possano essere considerati gli unici grandi importatori di cultura buddista del periodo Asuka, la nuova religione si diffuse in modo efficace. Al primo ministro Wumako Mononobe si deve la realizzazione di numerosi templi buddisti, eretti per ospitare i ricchi doni frequentemente inviati dai re di Corea Kudara e Shiragi: nel 573 nacque il principe Wumayado, considerato il primo sovrano buddista, e nel periodo della sua infanzia le lotte tra famiglie rivali vennero interrotte dalla nomina della reggente Suiki sua zia, nel 588. Suiki, che diede il nome ad il primo periodo buddista della storia del Giappone, fu una sovrana illuminata e scrisse i diciassette articoli della costituzione giapponese.

I principi della costituzione
Il documento redatto dall'imperatrice Suiki ebbe enorme importanza nella storia giapponese e meravigliò i contemporanei per il suo livello di cultura e illuminazione. Redatta su basi fortemente confuciane, la costituzione partiva dalla necessità della devozione all'imperatore per arrivare a commentare diffusamente i sûtra, che l'imperatrice aveva studiato in cinese. I principi di Nagarjuna venivano non solo spiegati dal testo originale, ma anche applicati alla cultura giapponese in modo efficace e non forzato, decretandone definitivamente l'adozione. Quando, nel 621, il principe Wumayado morì, l'evento nefasto venne riconosciuto da molti come la fine di un'epoca illuminata durata quarant'anni, la prima senza lotte da molto tempo.

L'arte
L'arte del periodo Asuka è fortemente influenzata dall'introduzione del buddhismo in Giappone; i contatti con Cina e Corea divennero molto forti, e il Paese, prendendo coscienza della sua posizione geografica rispetto ai suoi vicini, cambiò il suo nome da Yamato in Nippon ("dove sorge il sole"). L'adozione della nuova fede non fu una cosa indolore; la guerra civile tra coloro che sostenevano il buddhismo, guidati dal clan Soga, e coloro che sostenevano lo shintoismo, guidati dal clan Mononobe, si concluse solo nel 587 con la vittoria di Soga no Umako su Mononobe no Moriya e la conquista del potere da parte del clan Soga. Il buddhismo non soppiantò completamente lo shintoismo, che continuò ad essere seguito a livello popolare, ma fu adottato nelle classi aristocratiche e nella corte imperiale, influenzando così pesantemente l'espressione artistica.
A questo periodo risalgono molti templi e monasteri Mahāyāna e molte statue di buddha e bodhisattva, fortemente influenzate dall'arte cinese e coreana; il tempio Hōryū-ji è oggi la più antica costruzione in legno dell'Estremo Oriente pervenutaci intatta, sebbene sembra che sia stato ricostruito almeno una volta, forse dopo un incendio nel 670, come attestato nel Nihonshoki.
Della capitale, nella regione di Asuka, rimangono solo le rovine marmoree di alcuni templi, con l'eccezione del bronzo di Ankoin ruisalente al periodo Suiko e che, secondo le cronache, era la più grande scultura dell'epoca. Opera dell'artista Tori, che venne ricompensato con un posto a corte, la statua è stata danneggiata più volte da incendi e calamità naturali, nonché da un maldestro restauro nel periodo Tokugawa: lo stile originario dell'opera è oggi deducibile solo dalle braccia, dalla fronte e dalle orecchie, mentre tutto il resto si può considerare aggiunta successiva. Altre opere del periodo Asuka vennero trasportate nella residenza del principe Wumayado dal tempio Horinji, con lo spostamento della capitale a Nara: nella sala d'oro, o Kondo, sono conservate ancora oggi altre statue di Tori, tra cui la trinità Sakya del 625, e la famosa statua in legno e lacca di Kwannon, dono di un re di Corea. Confrontando le importazioni con la produzione locale del periodo, si può notare la tensione degli artisti giapponesi a migliorare le proporzioni proposte dai modeli cinesi e coreani, caratteristici per le grandi mani e i profili rigidi: il risultato è un movimento scultoreo nuovo, attento alla morbidezza dei tratti e allo studio delle proporzioni corporee. Un esempio di questo nuovo stile è la statua di Kwannon a Chiuguji, considerabile un capolavoro di dolcezza e proporzioni.
Altri scultori del tempo, oltre al bronzista Tori, furono Yamaguchi, Kusushi, Toriko e Oguchi. Oltre ai Buddha e ai Bodhisattva, vennero diffusi il tipo scultoreo dei Devaraja, i quattro re guardiani. Gli unici resti di pittura, invece, sono le decorazioni in lacca di uno dei santuari dell'imperatrice Suiko, esempi dello stile Hâng, ed anche le decorazioni del bronzo sono simili a quelle dei modelli Hâng rinvenuti nei dolmen. Tra gli altri esempi dell'arte del periodo, un ricamo conservato a Chiuguji, realizzato in memoria del principe Wumayado probabilmente su disegno di un artista coreano.

(da Wikipedia)

Bibliografia: Kakuzo Okakura, Lo spirito dell'arte giapponese
Shelidon ha disegnato a soggetto storico, sul retro di un dipinto
data astrale giugno 26, 2007 14:50 |
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lunedì, 26 marzo 2007
numero identificativo: 11511518

Febbre dell'oro

Questo articolo del Manifesto di due giorni fa (sì, continuo a essere indietro con la lettura della rassegna stampa) mi ha ricordato quel periodo in cui ho letto tutto il leggibile sui viaggi per mare per il libro che mi ero messa a scrivere. E che, come al solito, è diventato tutt'altro, mi sono messa ad illustrare ecc. ecc.
L'articolo parla di un libro di Anna Unali sulla ricerca dell'oro. Molto affascinante.

In viaggio sugli oceani a caccia di tesori -Marina Montesano
Quando si pensa all'età delle esplorazioni, delle missioni e delle scoperte geografiche, generalmente l'immaginazione corre al Nuovo Mondo, o magari all'Asia remota di Marco Polo e dei molti viaggiatori che percorrevano la via della seta. Accanto a questi orizzonti mitici, però, l'Europa ha a lungo sognato le ricchezze di un continente che a noi oggi sembra portare solo visioni di miseria: l'Africa. Nel corso del Medioevo era noto che, oltre la fascia costiera nordafricana, un tempo parte dell'impero romano, e sempre ben conosciuta e praticata dai viaggiatori europei, vi erano terre immense e ricchissime. Nel primo millennio della nostra era, infatti, fiorirono le civiltà della regione nota come Sudan: originariamente, infatti, questo nome, che in arabo significa «paese dei neri» e che oggi è solo uno stato che si estende a sud dell'Egitto, indicava l'intera fascia di territori posti sotto il Sahara e che dunque si estendevano dalla Guinea al Mar Rosso. Il Sudan era suddiviso in regni che traevano la loro importanza dalla presenza di grandi vie carovaniere lungo le quali viaggiavano merci e schiavi. Il bene più prezioso, però, era l'oro, metallo che in una Europa ancora povera (almeno fino ai secoli XI-XII) di commerci veniva tesaurizzato nei forzieri di cattedrali, abbazie e corti aristocratiche. Il risveglio economico degli europei coincise dunque anche con l'inizio della caccia all'oro. A partire dal Duecento in città come Firenze e Genova, e man mano un po' dappertutto, si riprendeva infatti a coniare monete auree e il metallo prezioso diveniva così preda ambita. A ricostruire questa storia di avidità, ma anche di sogni, viaggi ed esplorazioni, arriva un libro di una specialista del settore, Anna Unali (Alla ricerca dell'oro. Mercanti, viaggiatori, missionari in Africa e nelle Americhe, Bulzoni, pp. 514, euro 27). La ricerca prende le mosse proprio dall'Africa, la cui storia è letta attraverso i racconti dei viaggiatori arabi ed europei, agli occhi dei quali le terre subsahariane rappresentavano una promessa di ricchezza, alla quale avrebbe puntato in particolare uno stato nuovo per la scena politica europea, ma dotato di grande intraprendenza: il Portogallo. Proprio le navigazioni lungo le rotte della costa atlantica africana costituirono una spinta importante per le impresa di Colombo e di quanti lo seguirono. Ma con la scoperta del Nuovo Mondo anche il mito dell'oro prese una nuova strada e si trasferì oltreoceano. La ricerca della Unali si ferma al Cinquecento, ma sarebbe stato interessante seguire le vicende della caccia all'oro sino al continente nordamericano del XIX secolo. Nell'America Latina lo sfruttamento delle miniere d'oro non rappresenta solo un episodio di storia economica e coloniale, aspetti che naturalmente sono prevalenti, e ai quali il volume dedica ampio spazio: a tal punto l'oro era ricercato da costituire un capitolo importante nella storia dell'immaginario degli europei e, in particolare, dei conquistadores. Emblematica in questo senso è la ricerca dell'El Dorado, la mitica città d'oro cercata in lungo e in largo per il continente, e in particolare nell'impero degli incas. A questa vicenda la Unali riserva gli ultimi due capitoli del suo libro, la cui dimensione si colloca nello spazio che corre tra la storia concreta, dura, dettata dal bisogno economico, e quella del mito degli immensi tesori nascosti, cui generazioni di avventurieri hanno dedicato l'intera esistenza. Una dimensione che coincide, in fondo, con la storia dell'oro.
Shelidon ha disegnato a soggetto storico
data astrale marzo 26, 2007 12:25 |
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domenica, 25 marzo 2007
numero identificativo: 11496958

Mostri e ibridi a Siena

Un interessantissimo articolo dal Manifesto di due giorni fa (sì, ieri ho avuto da fare, scusate), che parla di un'altrettanto interessantissima iniziativa. Si tratta di una mostra a Siena, curata dall'ottima Cristiana Franco, che parla dell'ingerenza animale nella letteratura e nell'arte umana. Naturalmente come specchio dell'essere.

Immagine a destra:
Mermaid
,
di John William Waterhouse

La condizione umana allo specchio delle altre specieR. Marchesini
Un radicato luogo comune vuole che l'animale rappresenti per l'uomo una sponda di regressione, da leggersi di volta in volta come «specchio oscuro», ricettacolo di tutte le lordure da cui l'umano si è faticosamente ripulito, o come «età dell'oro», concreta immagine di quel passato edenico in cui la nostra specie viveva in piena assonanza con la natura. Non è importante la valenza attribuita - sia essa negativa o positiva - quanto piuttosto il preconcetto secondo cui l'uomo raggiunge il suo compimento distanziandosi dagli animali, epurando da sé qualunque contiguità o contaminazione con loro. Secondo questa lettura, progredire vuol dire prima di tutto spogliarsi da ogni teromorfia (da teros, «animale») che di conseguenza rappresenterebbe il polo oppositivo, sfondo per far emergere l'essenza uomo nel suo carattere di unicità e superiorità. Antinomie pretestuose. La condizione umana viene pertanto raffigurata come un processo di elevazione (antropopoiesi) che ha una direzione divergente dall'animalità: di conseguenza nella tradizione occidentale andare verso l'animale significa per l'umano regredire, contaminarsi, degradarsi. Dalle altre specie l'uomo, in questa visione antropocentrica, non ha nulla da acquisire: anzi, se ne dovrebbe separare evitando qualunque forma di condivisione. Tale idea si basa su due pregiudizi di fondo: innanzitutto su una arbitraria correlazione tra i caratteri animali e il passato - quel passato da cui ci si sarebbe emancipati - e quindi su una altrettanto pretestuosa affermazione di antinomia tra la condizione umana e quella animale. Nell'immaginario collettivo l'uomo si eleva dal tellurico lasciandosi alle spalle l'animale o, per dirla con le parole di Giovanni Pico della Mirandola, ponendosi in una posizione intermedia tra la bestia e l'angelo. Questa lettura, già in nuce negli umanisti del quindicesimo secolo, viene rafforzata da una interpretazione scorretta del darwinismo, ove si pone l'animale quale antenato dell'uomo. Si faccia riferimento per esempio alla tradizionale iconografia dell'evoluzione della nostra specie, espressa attraverso una lunga catena di preumani che dallo scimpanzé arriverebbe all'homo sapiens. Ma lo scimpanzé non è il nostro antenato, né alcun altro animale oggi presente sulla terra lo potrebbe essere: gli antenati per definizione appartengono al passato. D'altro canto, nella prospettiva antropocentrica le specie non umane vengono accomunate all'interno di un'unica categoria, chiaramente inesistente nel suo contenere animali troppo differenti tra loro, ma funzionale all'esaltazione dell'uomo nel suo essere speciale. L'animalità diviene così al tempo stesso la dimensione rigettata, quella da cui ci si deve allontanare per dare compimento ai caratteri distintivi dell'umano, e l'espressione di un dominio di cui l'uomo ha piena facoltà di riappropriarsi. In questo senso gli animali non avrebbero nulla da insegnarci, ma possono invece essere utilizzati come oggetti: a uso «semplicemente» alimentare, ma anche sperimentale, simbolico e via dicendo. All'ombra di Mister Hyde. D'altro canto l'ottica antropocentrica presenta in questo senso una curiosa asimmetria: se le altre specie non si possono porre come maestre dell'uomo - giacché nella sua superiorità la nostra specie contiene tutte le altre - viceversa l'animalità assume il profilo di una china pericolosa che rischia di condurre alla regressione. E proprio sull'ambiguo confine con il teromorfo può avvenire l'inversione di quel processo che ha realizzato i predicati umani, la caduta nella condizione ferina. La letteratura abbonda di riferimenti a questo stereotipo interpretativo, si pensi per esempio a romanzi come La bestia umana di Émile Zola, Cuore di tenebra di Joseph Conrad, Il Signore delle mosche di William Golding. Ma anche Il dottor Jekyll e mister Hyde di Robert Louis Stevenson e lo stesso Pinocchio di Carlo Collodi insistono sulla costante difficoltà dell'uomo di non cadere nel gorgo dell'animalità. E pure le saghe dei licantropi, dei vampiri, degli uomini selvaggi ritornano sul topos del farsi animale come perdita di qualità umane, disegnando la sponda animale come deriva involutiva e degradante. Umanità incompiuta. Nella classica visione umanistica il farsi animale o semplicemente il solo accostarsi agli animali ha sempre coinciso con il ritorno a una dimensione preumana o comunque con una perdita di qualità umane. Spesso si è data questa interpretazione al processo educativo, considerato proprio come il percorso attraverso cui si fa emergere l'uomo dall'animalità. E di conserva si è utilizzata la cifra teromorfa per indicare uno stato di umanità incompiuta nel razzismo, nel maschilismo, nella definizione della cosiddetta anormalità o devianza. Cesare Lombroso arriva così a desumere le tendenze criminali utilizzando la fisiognomica, dove il carattere «bestiale» diviene rivelatore di ancestralità e quindi di umanità parziale, da cui deriva la predisposizione a compiere delitti. In questo senso la cultura viene letta come dimensione antropopoietica e pertanto come percorso di divergenza dall'animalità. Negli ultimi decenni del Novecento, però, questa interpretazione è entrata in crisi, sia per le acquisizioni etologiche che con frequenza sempre maggiore riportano evidenze scientifiche circa la presenza di culture animali, sia soprattutto grazie all'emergere di un nuovo campo di ricerca o, se si vuole, di una diversa impostazione metodologica nell'analisi del rapporto uomo-animale: la zooantropologia. Mentre nelle consuete ricerche storiche e antropologiche l'animale è sempre stato considerato un materiale da utilizzare per dar forma alla creatività umana - e questa era la chiave di lettura dell'etnozoologia (il teromorfo nelle diverse culture) e della zoostoria (la trasformazione del simbolo animale nelle varie epoche) - per la zooantropologia l'animale diventa un partner di cultura, contraddicendo così il principio umanistico dell'autarchia umana nella produzione culturale. In altre parole, mentre ancora in Claude Lévi-Strauss l'animale «buono da pensare» è uno strumento - in linea con il canone zootecnico che, inserendo la preposizione «da» (animale «da» utilità o «da» compagnia, per esempio), ne fissa lo statuto reificato - per la zooantropologia l'animale è un interlocutore, un maestro, un referente. Lo slittamento è profondo, perché secondo questa nuova prospettiva la cultura diventa un frutto ibrido, realizzato attraverso l'incontro con l'animale. Una preziosa compagnia. Così come l'identità individuale si raggiunge attraverso il dialogo con le altre persone e l'identità culturale è l'esito del commercio con le altre culture, allo stesso modo l'identità umana non può definirsi autosufficiente ma è costruita nella relazione con le alterità animali. Secondo l'orientamento zooantropologico, insomma, il processo culturale non è affatto un percorso di divergenza dall'animale ma di convergenza, dal momento che si riconosce alle altre specie un ruolo attivo nella promozione di cultura. I non umani sarebbero stati cioè nella storia dell'uomo non semplici strumenti, ancorché simbolici, ma a tutti gli effetti compagni preziosi, capaci di suggerirci nuove dimensioni esistenziali, quelle stesse che oggi l'uomo considera proprie. All'interno di questa nuova prospettiva un doppio filo ci lega agli altri animali: il primo è il legame biologico della progenitura comune messo in luce dal darwinismo, che peraltro vede caratteri di affinità fra le diverse specie antropomorfe in ambiti importanti (come la cura, la socialità, l'uso di strumenti), mentre il secondo è il legame ontologico, riferito cioè ai prestiti che l'uomo ha assimilato dalle altre specie nella costruzione della propria cultura. Ed è questo l'aspetto evidenziato dalla zooantropologia. Rituali e coreografie. La nuova disciplina inaugura così un fecondo campo di ricerca che spiega la diversità culturale anche in relazione ai rapporti cui le diverse etnie hanno dato vita con la controparte animale. Non c'è ambito della cultura umana che non si presti a questa lettura: la zoomusicologia per esempio studia l'influenza delle melodie animali nell'emergenza degli indirizzi musicali, la zoomimica analizza l'importanza dei rituali animali nella costruzione delle diverse coreografie della danza e delle arti marziali, la bionica evidenzia il rapporto tra soluzioni tecnologiche adottate dall'uomo e strutture biologiche. Ma la zooantropologia mette in luce anche la grande attrattiva che le altre specie hanno sempre esercitato sull'uomo nella definizione estetica. Non a caso i giocattoli per bambini hanno forme animali e così pure i personaggi delle fiabe e dei racconti fantastici, le divinità, i supereroi, gli alieni, i mostri e persino le macchine. Anche i pubblicitari sanno bene che per attirare l'attenzione del consumatore devono rifarsi alla zoomorfia: un cartellone con un animale cattura inevitabilmente il nostro sguardo. Dall'araldica allo zoodiaco, dalle simbologie alle lettere dei diversi alfabeti, viviamo in una dimensione decisamente teromorfa. E se il filosofo Paul Shepard ha dimostrato l'esistenza nell'uomo di una sorta di gestalt animale, vale a dire di una tendenza percettiva elettiva verso le zoomorfie, l'etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt ha fatto notare che tra i caratteri comuni presenti nelle diverse culture c'è quello di dar forma animale all'incognito (per esempio alle nuvole o a un promontorio). Sembra proprio che se si togliesse la cifra teromorfa dalla cultura umana l'intero edificio crollerebbe: per la zooantropologia senza gli animali la nostra cultura diventerebbe improvvisamente muta. Ecco allora che si inverte la visione tradizionale di un'animalità come polarità regressiva per affermare al contrario come sia proprio sulla sponda dell'eterospecifico che l'uomo costruisce i propri predicati.

A scuola dagli animali, dal paleolitico ai cyborg -R. Marchesini
Nel segno della ricerca zooantropologica si può visitare in questi giorni a Siena, presso il complesso museale Santa Maria della Scala, la mostra Zoomania. Animali, ibridi e mostri nelle culture umane, curata da Cristiana Franco. Intorno al tema del «teromorfo» la mostra (che resterà aperta fino al 27 maggio), elabora un percorso all'interno del quale testi, immagini e oggetti illustrano la profondità e l'articolazione dei prestiti animali nella cultura umana. Dai reperti archeologici agli oggetti dell'età contemporanea, Zoomania illustra efficacemente come il tema animale sia stato centrale nel corso dei secoli, una centralità analizzata anche in senso etnologico, prendendo in esame le varie tradizioni culturali, dall'Oceania al Giappone, dalle società amerindie alle borgate rurali delle campagne italiane. Realizzata anche con la collaborazione di Alessandro Arrigoni, Loredana Mancini, Sabrina Tonutti e Cristiano Viglietti, la mostra di Siena offre un quadro assai esauriente dei richiami e dei rimandi alla teromorfia. L'immaginario umano, dalle pitture parietali del Paleolitico giù giù fino alle creature cyborg dell'età postmoderna, è infatti costantemente popolato di animali. E le otto aree tematiche su cui si scandisce il percorso espositivo - da «Predatori e prede» a «Ibridi e mostri» - mettono bene in risalto le diverse scansioni del rapporto fra l'uomo e le altre specie: dalla fascinazione all'utilizzo, dall'affiliazione alla conoscenza, dalla divinazione alla fantascienza. Come scrive la curatrice Cristiana Franco nel ricco catalogo (edito da Protagon), «l'interesse che l'uomo dimostra verso tutto ciò che è zoomorfo è uno dei tratti più tipici di Homo sapiens, una specie che ha avuto il singolare destino di costituirsi in un continuo dialogo con gli altri animali: imitandoli, emulandoli, sfidandoli, ospitandone alcuni all'interno dei propri domini di vita e di esperienza, facendosi ospitare da altri nei loro ambienti». Ma la mostra di Siena evidenzia anche il crescente interesse che negli ultimi anni si è manifestato in Italia nei confronti della zooantropologia, un interesse che ha trovato riscontro in campi più applicativi come la pet therapy (vale a dire l'utilizzo della relazione con l'animale a scopo co-terapeutico), o come la zooantropologia didattica che si è tradotta nella realizzazione di progetti destinati alle scuole dell'obbligo e basati sul rapporto con l'animale come volano didattico-formativo per i ragazzi. A questo proposito nel 2002, con il patrocinio del Ministero della Salute, è stato messo a punto un documento, la «Carta dei Valori e dei Principi sulla Pet Relationship», che ha riconosciuto la specificità dell'orientamento zooantropologico rispetto a quello più tradizionale di ordine zootecnico nella partnership con gli animali.

Shelidon ha disegnato tracce di vecchie ossa, a soggetto storico, sul retro di un dipinto
data astrale marzo 25, 2007 10:54 |
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