La tecnica moderna dell'origami usa pochi tipi di piegature combinate in una infinita varietà di modi per creare modelli anche estremamente complicati. In genere, questi modelli cominciano da un foglio quadrato, i cui lati possono essere di colore differente e continua senza fare tagli alla carta, ma l'origami tradizionale era molto meno rigido e faceva frequente uso di tagli, oltre a partire da basi non necessariamente quadrate. Alla base dei principi che regolano l'origami, vi sono senz'altro i principi shintoisti del ciclo vitale e dell'accettazione della morte come parte di un tutto: la forma di carta, nella sua complessità e fragilità, è simbolo del tempio shintoista che viene ricostruito sempre uguale ogni vent'anni, e la sua bellezza non risiede nel foglio di carta. Alla morte del supporto, la forma viene ricreata e così rinasce, in un eterno ciclo vitale che il rispetto delle tradizioni mantiene vivo.
1. Storia
11. Le origini
L'origine dell'origami giapponese è strettamente legata alla religione shintoista e la valenza sacrale della carta è anche testimoniata dal fatto che in giapponese la parola carta e dei si pronunciano entrambe kami: le prime forme di origami, dette go-hei, erano costituite da semplici strisce di carta piegate in forme geometriche e, unite ad un filo o ad una bacchetta di legno, utilizzate per delimitare gli spazi sacri.
A causa dell'estrema semplicità di queste prime forme di piegatura della carta, alcuni fanno invece risalire l'origine dell'origami all'epoca Muromachi (1392-1573), riconducendola alle cerimonie del dono augurale del noshi-awabi ai samurai: questo particolare mollusco, simbolo dell'immortalità, veniva offerto all'interno di un astuccio di carta, che con il passare del tempo divenne piegato in modo sempre più complesso fino ad acquistare dignità di dono in sé.
1.2 Il periodo Heian
Il periodo di affermazione dell'origami nella religione shintoista e nella cultura giapponese è riconducibile al periodo Heian, durante il quale la corte imperiale raggiunse l'apice della propria raffinatezza. E' in questo periodo che si afferma, durante quella che sarebbe poi diventata l'Hinamatsuri o festa delle bambine, la tradizione della bambola fluttuante (雛流し, Hina-nagashi): una bambola di carta veniva posta su una barca, anch'essa realizzata ad origami, e lasciata trasportare dalla corrente di un fiume fino al mare. Succesivamente quest'usanza venne sostituita da quella, più complessa, di ricostruire ritualmente con l'origami la corte imperiale, con i suoi personaggi negli abiti rituali: per questo tale festa, detta festa delle bambine, viene anche indicata con il termine festa delle bambole (雛祭り, Hina-matsuri appunto). Le bambole rituali di carta (雛人形, hina-ningyō), oggi sostituite da vere e proprie bambole in stoffa e porcellana, venivano sistemate su piattaforme di stoffa rossa secondo un rigido ordine gerarchico che vedeva, dall'alto verso il basso:
Analogamente, al periodo Heian viene ricondotto anche il coinvolgimento dell'origami nelle cerimonie per la festa Kodomo no hi (子供の日), dedicata ai bambini. Il nome originario della cerimonia, Tango no Sekku (端午の節句), la rende identificabile con una versione giapponese della festa cinese della barca in forma di drago (端午節, Duānwǔ Jié) e fa riferimento ad un chiaro rapporto con l'acqua. Durante la festa, era uso che i bambini fabbricassero bandiere di carta in forma di carpa da appendere fuori dalla porta di casa, usanza conservata ancora oggi. Queste strutture si inseriscono nella tradizione dei kusudama, o sfere medicinali, insieme di ramoscelli ed erbe mediche che veniva appeso fuori dalla porta di casa per tenere lontani gli spiriti maligni e le malattie: anche questa abitudine, con il tempo, si è trasformata in un'usanza che coinvolge l'origami. Oggi il kusudami è realizzato assemblando vari fiori di carta o, con una tecnica relativamente recente e più complessa, da un unico grande foglio. Inoltre, le feste del Kodomo no hi e della Hinmatsuri nella sua forma originaia, sono strettamente legate alla festa del Bon, tradizionale festività primaverile durante la quale venivano affidate alle acque di un fiume tradizionali barchette di carta che, secondo l'usanza, avrebbero recato le anime dei morti tra i vivi per tre giorni di celebrazioni, prima di essere ricondotte al loro mondo.
Anche la rana è una tradizionale forma origami di origine Heian, che trova significato nel doppio significato della parola kaeru, che significa sia "rana" che "ritorno a casa" e che indicava quindi l'animale come un buon augurio per coloro che stavano per intraprendere un lungo viaggio. L'epoca Heian (e il periodo Nara in particolare) vede infine l'importazione del [buddismo]] di numerose feste cinesi, tra cui il Tanabata, che vede la celebrazione attraverso decorazioni urbane originariamente realizzate ad origami e oggi ricavate dalla plastica, e lo Hanami (花見), durante il quale si realizzano lanterne e decorazioni di carta e fiori. Il loto in particolare è una forma origami legata al buddismo e a queste feste.
1.3 Il periodo Edo
La fioritura dell'origami nel periodo Edo è generalmente esemplificata con la storia della figura della gru, oggi uno degli origami tradizionali giapponesi più noti e la cui tecnica venne perfezionata proprio attorno al XVIII secolo: al 1797 appartiene infatti uno dei più noti libri sull'origami, Piegatura delle mille gru di Sembazuru Orikata. La pratica fa riferimento al particolare valore della gru come simbolo di immortalità e alla leggenda secondo la quale chiunque pieghi mille gru vedrà i desideri del proprio cuore esauditi. Realizzare per sé o regalare i tradizionali "grappoli" di mille gru (折鶴 oridzuru) è quindi considerata una pratica simile gli ex-voto della cultura cattolica: l'aneddoto più noto legato a questa tradizione è quello di Sadako Sasaki, esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima e sul proprio letto di morte a causa della leucemia. La bambina iniziò allora a piegare le mille gru, ma morì prima di riuscire a portare a compimento la propria opera: le venne eretta una statua nel Parco della Pace di Hiroshima, una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita, ed ogni anno questo monumento è viene adornata con migliaia di corone di un mille gru.
La storia di Sadako è diventata soggetto di molti libri e film ed ha portato la gru da simbolo di immortalità a simbolo di pace. In una versione della storia, Sadako scrive un haiku che tradotto in italiano suona cosí:
In un'altra versione, un suo compagno di classe piega il numero restante di modelli in modo che lei possa essere sepolta con 1000 gru: è questa la versione riportata nel romanzo Il gran sole di Hiroshima, di Karl Bruckner.
L'origami conserva inoltre un ruolo preponderante in numerose altre festività giapponesi. Durante il capodanno, ad esempio, è usanza realizzare a origami e kirigami le cartoline augurali (年賀状, nengajō), le buste di denaro per i bambini (お年玉, otoshidama) e i supporti per il Kagami mochi (鏡餅): il giorno precedente, l'Ōmisoka (大晦日), viene celebato sostituendo gli origami conservati in casa e i pannelli di carta alle pareti. Anche il primo lavoro realizzato durante il nuovo anno (仕事始め, shigoto-hajime) è spesso una figura tradizionale dell'origami. Durante la festa di San Valentino, durante la quale in Giappone sono le donne a eseguire il dono rituale di cioccolatini (義理チョコ, giri-choko), gli astucci per i dolci sono spesso realizzati ad origami in una forma che può riecheggiare il noshi: il corrispettivo maschile è il cosiddetto White Day.
L'opera del giapponese Akira Yoshizawa, un creatore prolifico di origami e scrittore di libri sull'argomento, ha ispirato un moderno rinascimento di questa pratica. L'origami moderno ha attirato un seguito mondiale, con modelli sempre più intricati e nuove tecniche come il wet-folding, la pratica di inumidire il foglio durante la piegatura in modo che il prodotto finito mantenga meglio la forma, o il soft-folding, in cui la carta viene piegata in modo più deciso o più morbido per creare effetti particolari. Una variazione dell'origami semplice è l'origami modulare, in cui molti modelli sono assemblati per formare un unico insieme decorativo.
1.4 L'origami moderno e l'occidente
Come si è detto, la diffusione dell'origami in occidente si può ricondurre al libro di Sembazuru Orikata, affiancato dalla sezione sull'origami del testo enciclopedico Kan no mado (letteralmente, Finestra sulla sagione fredda): per il primo libro occidentale sull'origami, tuttavia, bisognerà attendere il 1928 con Fun with Paperfolding di Murray e Rigney, seguito dal Paper Magic di Robert Harbin (in gran parte basato, a sua volta, sugli studi Gershon Legman). Alla base di questi volumi vi è la prima teorizzazione occidentale riguardo all'origami, ad opera di Joseph Albers, padre della teoria moderna dei colori e della corrente minimalista. All'interno del proprio progetto pedagogico, insegnò l'arte della piegatura degli origami tra il 1920 ed il 1930 adottando fogli circolari che venivano piegati in spirali e forme ricurve. Le sue opere hanno influenzato visivamente gli artisti di origami moderni come Kunihiko Kasahara, mentre le sue teorie si inseriscono nella pedagogia moderna attraverso l'opera di Friedrich Fröbel (1782 - 1852), che riconobbe il potenziale educativo degli origami e lo introdusse come strumento nel suo 'kindergarten system' nei primi anni del 1800.
The Art of Chinese Paper Folding di Maying Soong (1948) è stato invece il primo libro a individuare le differenze tra l'origami e l'arte cinese di piegare la carta, sostanzialmente riconducibile all'interesse dei giapponesi per gli animali e a quello cinese per oggetti inanimati come le barche e gli edifici. Tra le tecniche di base, la base busta viene individuata come originaria della Cina: tra le forme tradizionali che prendono forma da essa, il più noto è il cosiddetto cappello dello studente.
L'opera di Akira Yoshizawa ha imposto definitivamente il termine "origami" come sinonimo della piegatura della carta e in tutto il mondo solo alcuni ambienti conservatori cinesi utilizzano un alto termine, ovvero l'originario Zhe Zhi. Oggi, l'origami si è sviluppato come arte a sé ma ha contaminato anche altri ambiti, sia artistici che scientifici.
Questo articolo del Manifesto di due giorni fa (sì, continuo a essere indietro con la lettura della rassegna stampa) mi ha ricordato quel periodo in cui ho letto tutto il leggibile sui viaggi per mare per il libro che mi ero messa a scrivere. E che, come al solito, è diventato tutt'altro, mi sono messa ad illustrare ecc. ecc.
Un interessantissimo articolo dal Manifesto di due giorni fa (sì, ieri ho avuto da fare, scusate), che parla di un'altrettanto interessantissima iniziativa. Si tratta di una mostra a Siena, curata dall'ottima Cristiana Franco, che parla dell'ingerenza animale nella letteratura e nell'arte umana. Naturalmente come specchio dell'essere.La condizione umana allo specchio delle altre specie –R. Marchesini
Un radicato luogo comune vuole che l'animale rappresenti per l'uomo una sponda di regressione, da leggersi di volta in volta come «specchio oscuro», ricettacolo di tutte le lordure da cui l'umano si è faticosamente ripulito, o come «età dell'oro», concreta immagine di quel passato edenico in cui la nostra specie viveva in piena assonanza con la natura. Non è importante la valenza attribuita - sia essa negativa o positiva - quanto piuttosto il preconcetto secondo cui l'uomo raggiunge il suo compimento distanziandosi dagli animali, epurando da sé qualunque contiguità o contaminazione con loro. Secondo questa lettura, progredire vuol dire prima di tutto spogliarsi da ogni teromorfia (da teros, «animale») che di conseguenza rappresenterebbe il polo oppositivo, sfondo per far emergere l'essenza uomo nel suo carattere di unicità e superiorità. Antinomie pretestuose. La condizione umana viene pertanto raffigurata come un processo di elevazione (antropopoiesi) che ha una direzione divergente dall'animalità: di conseguenza nella tradizione occidentale andare verso l'animale significa per l'umano regredire, contaminarsi, degradarsi. Dalle altre specie l'uomo, in questa visione antropocentrica, non ha nulla da acquisire: anzi, se ne dovrebbe separare evitando qualunque forma di condivisione. Tale idea si basa su due pregiudizi di fondo: innanzitutto su una arbitraria correlazione tra i caratteri animali e il passato - quel passato da cui ci si sarebbe emancipati - e quindi su una altrettanto pretestuosa affermazione di antinomia tra la condizione umana e quella animale. Nell'immaginario collettivo l'uomo si eleva dal tellurico lasciandosi alle spalle l'animale o, per dirla con le parole di Giovanni Pico della Mirandola, ponendosi in una posizione intermedia tra la bestia e l'angelo. Questa lettura, già in nuce negli umanisti del quindicesimo secolo, viene rafforzata da una interpretazione scorretta del darwinismo, ove si pone l'animale quale antenato dell'uomo. Si faccia riferimento per esempio alla tradizionale iconografia dell'evoluzione della nostra specie, espressa attraverso una lunga catena di preumani che dallo scimpanzé arriverebbe all'homo sapiens. Ma lo scimpanzé non è il nostro antenato, né alcun altro animale oggi presente sulla terra lo potrebbe essere: gli antenati per definizione appartengono al passato. D'altro canto, nella prospettiva antropocentrica le specie non umane vengono accomunate all'interno di un'unica categoria, chiaramente inesistente nel suo contenere animali troppo differenti tra loro, ma funzionale all'esaltazione dell'uomo nel suo essere speciale. L'animalità diviene così al tempo stesso la dimensione rigettata, quella da cui ci si deve allontanare per dare compimento ai caratteri distintivi dell'umano, e l'espressione di un dominio di cui l'uomo ha piena facoltà di riappropriarsi. In questo senso gli animali non avrebbero nulla da insegnarci, ma possono invece essere utilizzati come oggetti: a uso «semplicemente» alimentare, ma anche sperimentale, simbolico e via dicendo. All'ombra di Mister Hyde. D'altro canto l'ottica antropocentrica presenta in questo senso una curiosa asimmetria: se le altre specie non si possono porre come maestre dell'uomo - giacché nella sua superiorità la nostra specie contiene tutte le altre - viceversa l'animalità assume il profilo di una china pericolosa che rischia di condurre alla regressione. E proprio sull'ambiguo confine con il teromorfo può avvenire l'inversione di quel processo che ha realizzato i predicati umani, la caduta nella condizione ferina. La letteratura abbonda di riferimenti a questo stereotipo interpretativo, si pensi per esempio a romanzi come La bestia umana di Émile Zola, Cuore di tenebra di Joseph Conrad, Il Signore delle mosche di William Golding. Ma anche Il dottor Jekyll e mister Hyde di Robert Louis Stevenson e lo stesso Pinocchio di Carlo Collodi insistono sulla costante difficoltà dell'uomo di non cadere nel gorgo dell'animalità. E pure le saghe dei licantropi, dei vampiri, degli uomini selvaggi ritornano sul topos del farsi animale come perdita di qualità umane, disegnando la sponda animale come deriva involutiva e degradante. Umanità incompiuta. Nella classica visione umanistica il farsi animale o semplicemente il solo accostarsi agli animali ha sempre coinciso con il ritorno a una dimensione preumana o comunque con una perdita di qualità umane. Spesso si è data questa interpretazione al processo educativo, considerato proprio come il percorso attraverso cui si fa emergere l'uomo dall'animalità. E di conserva si è utilizzata la cifra teromorfa per indicare uno stato di umanità incompiuta nel razzismo, nel maschilismo, nella definizione della cosiddetta anormalità o devianza. Cesare Lombroso arriva così a desumere le tendenze criminali utilizzando la fisiognomica, dove il carattere «bestiale» diviene rivelatore di ancestralità e quindi di umanità parziale, da cui deriva la predisposizione a compiere delitti. In questo senso la cultura viene letta come dimensione antropopoietica e pertanto come percorso di divergenza dall'animalità. Negli ultimi decenni del Novecento, però, questa interpretazione è entrata in crisi, sia per le acquisizioni etologiche che con frequenza sempre maggiore riportano evidenze scientifiche circa la presenza di culture animali, sia soprattutto grazie all'emergere di un nuovo campo di ricerca o, se si vuole, di una diversa impostazione metodologica nell'analisi del rapporto uomo-animale: la zooantropologia. Mentre nelle consuete ricerche storiche e antropologiche l'animale è sempre stato considerato un materiale da utilizzare per dar forma alla creatività umana - e questa era la chiave di lettura dell'etnozoologia (il teromorfo nelle diverse culture) e della zoostoria (la trasformazione del simbolo animale nelle varie epoche) - per la zooantropologia l'animale diventa un partner di cultura, contraddicendo così il principio umanistico dell'autarchia umana nella produzione culturale. In altre parole, mentre ancora in Claude Lévi-Strauss l'animale «buono da pensare» è uno strumento - in linea con il canone zootecnico che, inserendo la preposizione «da» (animale «da» utilità o «da» compagnia, per esempio), ne fissa lo statuto reificato - per la zooantropologia l'animale è un interlocutore, un maestro, un referente. Lo slittamento è profondo, perché secondo questa nuova prospettiva la cultura diventa un frutto ibrido, realizzato attraverso l'incontro con l'animale. Una preziosa compagnia. Così come l'identità individuale si raggiunge attraverso il dialogo con le altre persone e l'identità culturale è l'esito del commercio con le altre culture, allo stesso modo l'identità umana non può definirsi autosufficiente ma è costruita nella relazione con le alterità animali. Secondo l'orientamento zooantropologico, insomma, il processo culturale non è affatto un percorso di divergenza dall'animale ma di convergenza, dal momento che si riconosce alle altre specie un ruolo attivo nella promozione di cultura. I non umani sarebbero stati cioè nella storia dell'uomo non semplici strumenti, ancorché simbolici, ma a tutti gli effetti compagni preziosi, capaci di suggerirci nuove dimensioni esistenziali, quelle stesse che oggi l'uomo considera proprie. All'interno di questa nuova prospettiva un doppio filo ci lega agli altri animali: il primo è il legame biologico della progenitura comune messo in luce dal darwinismo, che peraltro vede caratteri di affinità fra le diverse specie antropomorfe in ambiti importanti (come la cura, la socialità, l'uso di strumenti), mentre il secondo è il legame ontologico, riferito cioè ai prestiti che l'uomo ha assimilato dalle altre specie nella costruzione della propria cultura. Ed è questo l'aspetto evidenziato dalla zooantropologia. Rituali e coreografie. La nuova disciplina inaugura così un fecondo campo di ricerca che spiega la diversità culturale anche in relazione ai rapporti cui le diverse etnie hanno dato vita con la controparte animale. Non c'è ambito della cultura umana che non si presti a questa lettura: la zoomusicologia per esempio studia l'influenza delle melodie animali nell'emergenza degli indirizzi musicali, la zoomimica analizza l'importanza dei rituali animali nella costruzione delle diverse coreografie della danza e delle arti marziali, la bionica evidenzia il rapporto tra soluzioni tecnologiche adottate dall'uomo e strutture biologiche. Ma la zooantropologia mette in luce anche la grande attrattiva che le altre specie hanno sempre esercitato sull'uomo nella definizione estetica. Non a caso i giocattoli per bambini hanno forme animali e così pure i personaggi delle fiabe e dei racconti fantastici, le divinità, i supereroi, gli alieni, i mostri e persino le macchine. Anche i pubblicitari sanno bene che per attirare l'attenzione del consumatore devono rifarsi alla zoomorfia: un cartellone con un animale cattura inevitabilmente il nostro sguardo. Dall'araldica allo zoodiaco, dalle simbologie alle lettere dei diversi alfabeti, viviamo in una dimensione decisamente teromorfa. E se il filosofo Paul Shepard ha dimostrato l'esistenza nell'uomo di una sorta di gestalt animale, vale a dire di una tendenza percettiva elettiva verso le zoomorfie, l'etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt ha fatto notare che tra i caratteri comuni presenti nelle diverse culture c'è quello di dar forma animale all'incognito (per esempio alle nuvole o a un promontorio). Sembra proprio che se si togliesse la cifra teromorfa dalla cultura umana l'intero edificio crollerebbe: per la zooantropologia senza gli animali la nostra cultura diventerebbe improvvisamente muta. Ecco allora che si inverte la visione tradizionale di un'animalità come polarità regressiva per affermare al contrario come sia proprio sulla sponda dell'eterospecifico che l'uomo costruisce i propri predicati.
A scuola dagli animali, dal paleolitico ai cyborg -R. Marchesini
Nel segno della ricerca zooantropologica si può visitare in questi giorni a Siena, presso il complesso museale Santa Maria della Scala, la mostra Zoomania. Animali, ibridi e mostri nelle culture umane, curata da Cristiana Franco. Intorno al tema del «teromorfo» la mostra (che resterà aperta fino al 27 maggio), elabora un percorso all'interno del quale testi, immagini e oggetti illustrano la profondità e l'articolazione dei prestiti animali nella cultura umana. Dai reperti archeologici agli oggetti dell'età contemporanea, Zoomania illustra efficacemente come il tema animale sia stato centrale nel corso dei secoli, una centralità analizzata anche in senso etnologico, prendendo in esame le varie tradizioni culturali, dall'Oceania al Giappone, dalle società amerindie alle borgate rurali delle campagne italiane. Realizzata anche con la collaborazione di Alessandro Arrigoni, Loredana Mancini, Sabrina Tonutti e Cristiano Viglietti, la mostra di Siena offre un quadro assai esauriente dei richiami e dei rimandi alla teromorfia. L'immaginario umano, dalle pitture parietali del Paleolitico giù giù fino alle creature cyborg dell'età postmoderna, è infatti costantemente popolato di animali. E le otto aree tematiche su cui si scandisce il percorso espositivo - da «Predatori e prede» a «Ibridi e mostri» - mettono bene in risalto le diverse scansioni del rapporto fra l'uomo e le altre specie: dalla fascinazione all'utilizzo, dall'affiliazione alla conoscenza, dalla divinazione alla fantascienza. Come scrive la curatrice Cristiana Franco nel ricco catalogo (edito da Protagon), «l'interesse che l'uomo dimostra verso tutto ciò che è zoomorfo è uno dei tratti più tipici di Homo sapiens, una specie che ha avuto il singolare destino di costituirsi in un continuo dialogo con gli altri animali: imitandoli, emulandoli, sfidandoli, ospitandone alcuni all'interno dei propri domini di vita e di esperienza, facendosi ospitare da altri nei loro ambienti». Ma la mostra di Siena evidenzia anche il crescente interesse che negli ultimi anni si è manifestato in Italia nei confronti della zooantropologia, un interesse che ha trovato riscontro in campi più applicativi come la pet therapy (vale a dire l'utilizzo della relazione con l'animale a scopo co-terapeutico), o come la zooantropologia didattica che si è tradotta nella realizzazione di progetti destinati alle scuole dell'obbligo e basati sul rapporto con l'animale come volano didattico-formativo per i ragazzi. A questo proposito nel 2002, con il patrocinio del Ministero della Salute, è stato messo a punto un documento, la «Carta dei Valori e dei Principi sulla Pet Relationship», che ha riconosciuto la specificità dell'orientamento zooantropologico rispetto a quello più tradizionale di ordine zootecnico nella partnership con gli animali.