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mercoledì, 07 ottobre 2009
numero identificativo: 21455346

Poi vi dico com'era...

Shelidon ha disegnato su celluloide, tracce di vecchie ossa, a soggetto storico, appunti di antropologia
data astrale ottobre 07, 2009 17:26 |
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giovedì, 11 gennaio 2007
numero identificativo: 10522578

In morte di Jean-Pierre Vernant

Martedì è scomparso a Sèvres l'antropologo e storico Jean-Pierre Vernant, che rivoluzionò lo studio del pensiero greco delle origini  della mitologia. Ecco qualcosa dedicato a lui dal Manifesto di ieri.

La sua organizzazione dell’universo simbolico - Massimo Stella
Sono dello stesso Jean-Pierre Vernant le parole che meglio chiariscono il senso del tanto lavoro critico e scientifico da lui svolto in più di mezzo secolo d’attività. Citando polemicamente – nella prefazione all’edizione francese dell’Antropologia della Grecia antica di LouisGernet – il Foucault delle Parole e le cose, allora uscito da solo un anno, così scriveva: «Nel momento in cui si è arrivati a intravedere la scomparsa dell’uomo come oggetto di scienza e si è scritto che ’ai nostri giorni non possiamo pensare che dentro il vuoto dell’uomo scomparso’, la ricerca di Gernet assume ai nostri occhi valore esemplare». L’annuncio provocatorio di Foucault circa la «scomparsa dell’uomo» aveva evidentemente turbato e irritato la coscienza di un intellettuale che fu e restò, sostanzialmente per tutta la vita,un umanista. Un comunista umanista. È in questa prospettiva che si deve guardare complessivamente all’opera di Jean-Pierre Vernant e specialmente a quella formula da lui adottata nell’introduzione al suo libro chiave e più rappresentativo, Mito e pensiero presso i Greci, nota come «psicologia storica». Presentandosi dunque come uno psicologo della storia e al contempo come uno storico della psicologia umana, Vernant dichiarava: «cerchiamo che cosa sia stato l’uomo stesso, l’uomo greco antico», precisando da convinto marxista «che non si può separare dal contesto sociale e culturale di cui è il creatore e insieme il prodotto». È facile oggi, forse troppo facile, e persino malevolo liquidare questa prospettiva come ingenua. Perché è altrettanto evidente, oggi, che del metodo praticato da Vernant e dagli studiosi che accanto e intorno a lui hanno scritto e pensato, raccogliendosi al Centro LouisGernet da lui fondato, si è nutrita in un modo o nell’altro, fedelmente o infedelmente, dichiaratamente o dissimulatamente, l’intera comunità scientifica degli antichisti, sul suolo europeo e, anche se in misura minore, d’oltreoceano. Importante, invece, è capire che cosa ci fosse di così tenacemente vitale nella psicologia storica di Jean-Pierre Vernant da colonizzare e di fatto rivoluzionare in senso veramente copernicano gli studi di Scienze dell’Antichità. Lo si vede bene proprio nel suo Mito e pensiero presso i Greci. Vernant ha saputo rinnovare, nella seconda metà del ’900, la fecondità di alcune straordinarie ricerche del secolo che lo precedono, tra la metà avanzata dell’800 e la prima del ’900, ricerche quali quelle di Bachofen, di Frazer, di Rohde, di Cornford, di Murray, di Jane Hellen Harrison, di Benveniste, di Gernet, di Mauss, perché in questi nomi, nei loro metodi e nei loro percorsi, stanno le radici del  pensiero di Vernant. E di questa vera e propria genealogia di studiosi Vernant è stato fino ad oggi, di fatto, l’ultimo strenuo rappresentante, forse anche fuori tempo (come dimostra la sua reazione negativa alle Parole e le cose, uno dei libri che più tempestivamente hanno colto l’animo del secondo ’900) ma senz’altro dotato di un dinamismo e di una carica intellettuale che ha convinto e si è guadagnata un enorme successo. La psicologia storica di Vernant funziona come un dizionario della cultura umana. Quando non ha firmato con altri, ha sostanzialmente sempre lavorato per «voci» (articoli), raccogliendole poi sapientemente in volume. I capitoli di Mito e pensiero sono come «nomi» di una enciclopedia: «Aspetti mitici della memoria e del tempo», «L’organizzazione dello spazio», «Il lavoro e il pensiero tecnico», «La categoria psicologica del doppio», «La persona nella religione», «Dal mito alla ragione », a loro volta rubricati in sotto-voci che illustrano a titolo di esempio e di «caso» la voce principale.
Nel leggere Vernant si rimane impressionati dalla eccezionale vastità di questo effetto enciclopedico e dalla sua efficacia, dalla sua indubitabile tenuta complessiva. Tanto più perché oggi tutti noi abbiamo la sensazione che manchino grandi libri, libri magistrali, quelli che ci fanno accostare con l’interesse caldo dello scopritore e non con il freddo tecnicismo del compilatore di bibliografie. Sicché, quando ci troviamo a leggere o a rileggere Mito e pensiero o Mito e società che sulla falsa riga del primo è costruito, abbiamo l’impressione di imparare qualcosa di fondamentale sulla formazione e la produzione del pensiero. Se è vero che Vernant ha rivoluzionato gli studi di Scienze dell’Antichità nella seconda metà del ’900, non ne ha, tuttavia, rinnovato il pensiero, né c’era da attenderselo. Come un certo tipo di grandi libri, i libri di Vernant non contengono sostanzialmente nessuna rivelazione e nessuna provocazione. Di fatto ripercorrono una via antica: organizzare, visitare e rivisitare l’ipotetico «universo simbolico» dell’uomo: in questo è consistito il suo lavoro di psicologo della storia. In quali termini, poi, si possa parlare di «universo simbolico » e di «uomo» è cosa che Vernant non ha, sapientemente, voluto chiedersi.

L’uomo greco che è in noi - Marco Pacioni
Scomparso ieri a Sèvres, all’età di novantatré anni, Jean-Pierre Vernant era uno dei più grandi studiosi del mondo greco antico, che sapeva animare di imprevedibili contrasti interpretandolo attraverso concetti capaci di contraddire la vulgata relativa alla perfezione idealizzante, quella delle raffigurazioni artistiche compassate e monocrome del neoclassicismo. Il punto di vista della comparazione rendeva sfaccettato il suo campo d’indagine: quelli che venivano presi in considerazione non erano più soltanto i grandi distillati concettuali della cultura greca, secondo un’ottica tipicamente classicistica, ma i singoli elementi che portarono alla loro nascita. Il metodo di Vernant non proce
deva tanto a una storia delle idee assunte come se esse fossero «naturalmente» infuse dentro quella grande astrazione che chiamiamo «civiltà greca», e che sviluppandosi secondo una supposta linea di continuità avrebbero raggiunto noi contemporanei. Piuttosto, cercava di restituire il contesto che aveva dato origine a quelle idee e, attraverso di esso, provava a misurare l’inevitabile distanza dell’«uomo greco» rispetto a noi, suoi supposti eredi. Un progetto ambizioso che mirava, come disse lo stesso Vernant, non a costruire una storia evenemenziale, bensì una «storia interiore dell’uomo greco». Sin dall’inizio degli anni sessanta definiva il suo progetto con queste parole: «Che si tratti di fatti religiosi (miti, rituali, rappresentazioni figurali), di scienza, di arte, di istituzioni sociali, di fatti tecnici ed economici, noi li consideriamo sempre quali opere create dall’uomo, espressione di un’attività mentale organizzata. Attraverso queste opere noi cerchiamo che cosa è stato l’uomo greco in sé, quest’uomo greco inseparabile dal quadro sociale e culturale di cui egli è insieme l’artefice e il prodotto». Negli anni successivi, Vernant continuò a sottoscrivere le linee della sua ricerca pur informandole di una maggior moderazione, senza tuttavia arrivare mai a contraddire le sue più remote convinzioni. Vennero eliminati dai suoi studi i residui più scopertamente classicistici che caratterizzavano la sua impostazione iniziale. Del resto, essi suonavano all’apparenza simili a quelli contenuti nel progetto di studio, divergente quanto all’ impostazione, dello studioso tedesco Max Pohlenz, di cui nel 1962 era stato pubblicato L’uomo greco (trad. italiana, 1986, La Nuova Italia) e nel quale così esordiva: «Al di là di tutte le differenze c’è un unico uomo greco ed è lui che noi vogliamo cogliere nella sua vera essenza: compito, questo che non ha un significato esclusivamente storico. Infatti, solo qualora riusciamo a comprendere realmente l’uomo greco, potremo rispondere alla domanda se la grecità ha ancora un valore attuale per i popoli civili della nostra epoca»; e concludeva: «Gli Elleni sono il popolo che nel periodo del suo massimo splendore, proprio attraverso lo sviluppo della sua natura, ha portato le più nobili energie del genere umano a dispiegarsi così armoniosamente come, nella storia, non avvenne mai più. Per questo ancora oggi gli Elleni possono indicarci una via e valere come un modello di vita». A parziale rettifica di quanto aveva affermato all’inizio degli anni sessanta, nel volume collettivo da lui curato e che porta lo stesso titolo del libro di Pohlenz L’uomo greco (Laterza, 1991) Vernant scriveva: «Tralascio i risultati – certamente parziali e provvisori, come sempre per qualsiasi studio storico – della ricerca da me condotta in merito ai mutamenti che nell’uomo greco, tra l’VIII e il IV secolo a.C. hanno investito l’intero quadro delle attività e delle funzioni psicologiche: rappresentazioni dello spazio, forme della temporalità, memoria, immaginazione, volontà, persona, pratiche simboliche e utilizzazione dei segni, modi di ragionamento, strumenti intellettuali. Vorrei collocare invece il profilo di cui tento di definire i lineamenti sotto il segno non dell’uomo greco, ma dell’uomo greco in noi. Non il greco qual è stato in sé, impresa impossibile perché l’idea stessa è priva di significato, ma il greco quale a noi oggi appare al termine di un percorso che, in mancanza di un dialogo diretto, procede secondo un incessante andare e venire, da noi a lui, da lui a noi, coniugando assieme analisi obiettiva e volontà di simpatica; giocando sulla distanza e sulla vicinanza; allontanandoci per farci più vicini senza il rischio della confusione e accostandoci per meglio cogliere le distanze e insieme le affinità». In queste parole, che vogliono anche segnare ilbilancio di un’attività di studio e di metodo, si percepisce l’intensificarsi della problematicità, nel passare degli anni, con la quale l’umanesimo di Vernant si metteva in relazione al mondo antico. E si legge, tra quelle righe, anche la conferma dell’orientamento comparativo e la volontà di ritrovare la vicinanza di noi moderni con la cultura greca soltanto dopo aver tenuto presenti tutte le diversità che nessun salto ideologico ha il diritto di colmare idealmente. Un orientamento, questo, che suona più che mai importante ricordare in questo momento storico nel quale i processi di appropriazione, ad uso politico, dei fattori identitari di civiltà diverse dalla nostra prescindono completamente dal rilievo delle loro specificità. Una parte della cultura che propaganda la difesa dell’occidente sembra infatti assumere da un lato la custodia della civiltà greca antica e la riattualizzazione forzata di alcuni suoi portati che si pretenderebbero senza cesure; e d’altro canto non risparmia alcun facile sincretismo a fronte di diversità troppo pronunciate per essere trascurate, per esempio per quel che riguarda il rapporto con il cristianesimo. Per parte sua, proprio a proposito della cesura del nostro mondo occidentale con le sue origini, Vernant era intervenuto, osservando quanto fosse illegittima una tendenza alla attualizzazione della cultura greca. E così scriveva: «Nella nostra epoca l’uomo espresso dalla tragedia greca ha più che mai rilievo: voglio dire l’uomo enigmatico, l’uomo preso in un flusso che lo supera, l’uomo che calcola, decide e giudica, che esita tra due vie, posto nei bivi dell’azione, che sceglie consapevolmente – e che poi alla fine si accorge di aver scelto in realtà il contrario di quel che lui credeva fosse il bene. Questo sentimento ’tragico’ è oggi più forte perché molte cose che sembravano certe sono oggi in crisi... Ci si è infatti accorti che lo sforzo per programmare il futuro, lo sforzo per inscrivere in anticipo nella storia i fini ultimi dell’uomo, è qualcosa di incredibilmente incerto. In questo caso l’uomo – proprio come gli eroi tragici antichi – volendo costruire un mondo veramente ideale può fare il contrario di quel che credeva di fare». Il curriculum di Vernant ha seguito una strada complessa: dopo gli studi secondari nei licei Carnot e Louis-le-Grand di Parigi e quelli universitari alla Sorbonne, aveva ottenuto l’agrégation in filosofia nel 1937. Richiamato sotto le armi allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo la smobilitazione delle forze armate francesi nel 1940, era entrato nella resistenza assumendovi ruoli di primaria importanza. Durante la sua attività clandestina aveva assunto lo pseudonimo di «colonnello Berthier». Intanto, ufficialmente, insegnava filosofia in un liceo di Tolosa, inaugurando un doppio binario esistenziale che, nel dopoguerra, sarebbe proseguito affiancando la professione di studioso-insegnante alla militanza politica. Si iscrisse al Pcf, e collaborò alla rivista «Action» curando una rubrica di politica estera, che lo vide in prima fila fra i contestatori delle guerre d’Indocina e d’Al geria. Nella sua carriera di studioso, il 1948 segnò una svolta decisiva: entrò nel Cnrs e, influenzato da Louis Gernet e da Ignace Meyerson, volse decisamente i suoi studi sulla cultura del mondo antico verso l’antropologia e la psicologia. Nel 1957 diventò direttore dell’École Pratique des Hautes Études e mantenne l’incarico fino al 1975. Erano passati due anni dalla pubblicazione del suo primo libro importante, Le origini del pensiero greco, che apparve nella collana «Miti e religioni» diretta da Georges Dumézil, quando fondò il Centro di Ricerche Comparate sulle Società Antiche: era il 1964. Membro di diverse accademie, ricoprì la cattedra di studi comparati delle religioni antiche al Collège de France fino ai suoi ultimi giorni.

Shelidon ha disegnato appunti di antropologia
data astrale gennaio 11, 2007 12:20 |
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martedì, 12 dicembre 2006
numero identificativo: 10208557

Homi Bhabha e la multiculturalità

Lo splendido museo dell'Ara Pacis


Dal Manifesto di oggi, che come sempre invito caldamente a comprare o a sottoscrivere on-line. Sono piuttosto d'accordo con quanto afferma Bhabha, soprattutto quando afferma: «E' proprio dei monumenti siglare la fine delle guerre. Ma nel portarne la memoria, essi ne perdono l'essenziale: trascendono in una idealizzazione eroica il vissuto della violenza e della sofferenza» e fa riferimento alla endless war. Meno d'accordo sono con gli autori dell'articolo quando si riferiscono al padiglione di Richard Meier come «molto discusso dal punto di vista architettonico». E' abbastanza falso. Il padiglione è stato sì molto discusso, ma principalmente da un punto di vista politico, con tutto il bailamme sul concorso non fatto, sulle modalità di assunzione dell'incarico ecc. ecc. Da un punto di vista architettonico, in realtà, le discussioni sono state assai poche, con Sgarbi da una parte che - per una volta - a mio parere è in torto (ma che fosse negato per l'architettura moderna lo aveva già dimostrato elogiando l'intervento di Botta alla Scala) e il resto del mondo dall'altra.

Per inciso, la notizia che sto finalmente lavorando sul template del blog (e dopo un anno di template provvisorio, non è male: com'era quella faccenda delle cose provvisorie che diventano sempre definitive?). Il template del sito mi sa che attenderà ancora che sia terminato il CMS, ma spero di riuscire a farli uniformi. E chissà quando finiremo di dare gli ultimi ritocchi al sito dell'arsT. Nessuno ha mai l'impressione che la propria vita corra sempre un metro avanti a sé?

Da Bombay a Boston, i luoghi di Homi Bhabha
Homi K. Bhabha, figura eminente degli studi post-coloniali e della traduzione culturale, è direttore dello Humanities Center dell'università di Harvard. Nato a Bombay nel 1949 da famiglia Parsi, ha studiato nella sua città e poi a Londra, Princeton, Chicago. E' autore fra l'altro di «The Location of Culture» (Routledge 1994, trad. it. «I luoghi della cultura», Meltemi 2001),in cui articola la teoria dell'ambivalenza inscritta nel rapporto colonizzatore-colonizzato e l'idea che la produzione culturale nello scenario post coloniale si situi in uno spazio ibrido, liminale, di continua negoziazione dell'identità. Ha curato il volume «Nation and Narration» (Routledge 1990, trad. it. «Nazione e narrazione», Meltemi 1997). Di prossima pubblicazione sono «Measure of Dwelling» (Harvard University Press) e «The Right to Narrate» (Columbia University Press). A marzo del 2005, in occasione della riedizione per la Grove Press de «I dannati della Terra» di Frantz Fanon, Bhabha ha pubblicato sulla «Chronicle Review» un saggio sull'intellettuale martinicano intitolato «Is Frantz Fanon Still Relevant?» Con W. J. T. Mitchell, il direttore di «Critical Inquiry»,ha inoltre curatola raccolta «Edward Said: Continuing The Conversation» (Chicago University Press, 2005). E' stato più volte in Italia, invitato dal Festival della Filosofia di Roma 2005, all'Università Roma 3 e al convegno della Fondazione Basso dov'è stata raccolta questa intervista.

Il passato che non vuole passare, il futuro che non vuole aspettare -Ida Dominijanni e Brett Neilson
«Non c'è alcun documento della civiltà che non sia al contempo un documento della barbarie». Ritornando su questo giudizio di Walter Benjamin, Homi Bhabha, ospite d'onore al convegno sul meticciato organizzato giovedì scorso al Centro di studi americani di Roma, ha parlato del rapporto fra ambivalenza della trasmissione culturale, ambivalenza strutturale dell'esistenza personale e politica nel mondo globale, costruzione di una società ibridata alternativa al multiculturalismo identitario di marca liberal-pluralista. La tensione fra trasmissione di civiltà e «trasmissione barbarica» che i monumenti comunicano evoca la tensione fra «appropriazione carica di orgoglio e alienazione carica di vergogna» che sentiamo nei confronti delle narrative storiche da cui proveniamo: l'elaborazione di questa tensione è un passo necessario per fare spazio a un'eredità globale che le decostruisca e le superi. Homi Bhabha sviluppa il suo ragionamento a partire da una sua recente visita allo Zeppelinfeld di Norimberga. Ma poiché siamo a Roma, tanto vale ripercorrerlo a partire dall'Ara Pacis di Augusto, da poco riaperta al pubblico nel nuovo padiglione di Richard Maier, molto discusso dal punto di vista architettonico, meno dal punto di vista del messaggio memoriale. La Pax Augustea sigla il passaggio dalla Repubblica all'Impero romano, dopo una lunga era di guerre. Guardando l'Ara Pacis con gli occhi di oggi viene da chiedersi: ci sarà mai un monumento che segni la fine della «endless war», come tu stesso l'hai chiamata, nell'Impero globale di oggi? E come te lo immagineresti? E' proprio dei monumenti siglare la fine delle guerre. Ma nel portarne la memoria, essi ne perdono l'essenziale: trascendono in una idealizzazione eroica il vissuto della violenza e della sofferenza. C'è un narcisismo dei monumenti, che risponde al bisogno di autocelebrazione dei sopravvissuti. Un memoriale della endless war in cui siamo precipitati con l'11 settembre, ammesso che essa avrà mai appunto una fine, dovrebbe restituirne le caratteristiche specifiche. Una guerra che da ambo le parti assume la forma di una guerriglia, e che da ambo le parti ha come obiettivo principale i civili: i cittadini comuni, che continuano a vivere «normalmente» sotto l'ingiunzione di lavorare, produrre e consumare, e che rischiano di esplodere mentre tutto viene deciso in nome della loro sicurezza. Degli orrori e dei dolori di questa guerra abbiamo già molti documenti: le foto di Abu Ghraib, delle atrocità di Saddam Hussein, degli ostaggi sgozzati, dei danni collaterali dei willing, dei musei saccheggiati, di Donald Rumsfeld che liquida tutto col suo «stuff happens». Un monumento dovrebbe restituire questa particolare condizione dei civili, di una vita quotidiana «normale» che è diventata obiettivo e posta in gioco. Nella tua conferenza hai parlato del rapporto fra «trasmissione barbarica» e costruzione di una «eredità globale». Tema cruciale, perché invita a ripensare la globalizzazione come un processo che non riguarda solo il presente e il futuro, ma anche il passato, o il passato anteriore. Il tempo globale è un tempo complesso e disgiunto, che tento di rappresentare con questa formula: un passato che rifiuta di passare, un futuro che rifiuta di aspettare. Sia il passato sia il futuro esercitano dunque una pressione sul presente e sulla nostra posizione etica nel presente. Agire eticamente richiede per un verso di scrivere la storia mai scritta del mondo globale, per l'altro di collocarsi nel futuro chiedendosi «come avrei dovuto agire oggi sapendo ciò che saprò domani». Credo che questo rapporto fra passato e futuro restituisca la temporalità della globalizzazione più di quella che David Harvey chiama «compressione spaziotemporale». Dobbiamo vedere lo spazio globale come uno spazio in transizione, intendendo la transizione come una prospettiva sul presente. Guardiamo appunto al nostro presente. Oggi, tu dici, sono in atto due forme di «trasmissione barbarica»: l'islamizzazione tramite terrorismo e la democratizzazione tramite guerra. Che sono anche due forme di quella che tu definisci «politica della morte». Aldilà dell'evidenza, cosa intendi precisamente per «politica della morte»? Una politica che è la negazione della politica. Io penso, con Hannah Arendt , che la politica sia costruzione della polis, legame, interlocuzione, in-between, scommessa sulla nascita. Se la morte diventa moneta corrente della politica, che a batterla sia lo stato o una rete terrorista, si ribaltano le basi e il senso della politica. Se al tavolo della politica lo stato o attori non statali giocano al rialzo con le fish della morte, si entra nell'età del terrore e dell'errore, in cui il potere per un verso produce e alimenta il senso del pericolo, per l'altro rischia continuamente la fallacia nell'uso delle informazioni. Una situazione storicamente e moralmente molto compromessa, in cui collassano trasparenza e responsabilità. D'accordo, ma la politica della morte è da sempre l'altra faccia della politica della vita: tanatopolitica e biopolitica vanno assieme, diceva Derrida... ...e anche, e diversamente, Foucault: il passaggio dal potere di dare la morte e lasciar vivere al potere di far vivere e lasciare morire, che segna l'era biopolitica, lascia intatto un nocciolo di morte, una killing zone fatta di razzismo e esclusione. E' bene però individuare il salto e la specificità di ciò che accade oggi, sotto questo cosiddetto «scontro di civiltà» che rende molto cheap il valore della vita. Nell'Ottocento, la domanda del mondo ricco ai paesi poveri era: siete in grado di intraprendere la strada del progresso? Durante la guerra fredda la domanda delle democrazie occidentali al resto del mondo era: siete in grado di mettere l'individuo al di sopra della comunità? Oggi la domanda che governa il conflitto globale è se la cultura dell'altro gioca con la politica della morte, se la tollera, se la vuole: «la tua cultura vuole uccidermi?». E' quello che chiamo complesso securitario. C'è la politica della morte, e c'è la morte della politica. Mentre vige questa politica della morte che tu descrivi, in molto dibattito filosofico-politico si parla sempre più insistentemente di «fine della politica». C'è un rapporto secondo te fra queste due rappresentazioni, «politica della morte» e «fine della politica», e quale? Per me, come dicevo poco fa, la politica della morte è la morte della politica. Ma con «fine della politica» - un tema che mi pare tipico del contesto italiano, un po' come la «fine del romanzo» - credo che si faccia riferimento a un grappolo più ampio di questioni: fine della partecipazione, manipolazione della rappresentanza, perdita della trasparenza democratica, illegalità, corruzione, fine dello stato. Tutti processi realmente in atto. Tuttavia, prima di decretare la fine della politica bisogna uscire dalla rappresentazione classica del teatro della politica come dinamica stato-antistato. Negli ultimi decenni, soggetti non statali e transnazionali, dal femminismo ai movimenti sull'Aids e la politica sanitaria, hanno modificato quel teatro portando nella sfera pubblica questioni prima confinate nella sfera privata. Nella fine della politica, c'è dunque anche una politica che comincia, incentrata su domande etiche. Questo ricorso supplementare all'etica però è a sua volta tipico del dibattito anglosassone, e talvolta suona come un modo per evitare i problemi della politica...in che rapporto stanno scelta etica e decisione politica? Etica e politica vanno assieme, sono, più che intrecciate, incastrate. L'etica non è un'aggiunta della politica, come i comitati etici nominati dai parlamenti in crisi: l'atto politico presuppone la scelta etica, e la scelta etica fa parte del teatro della politica. E la nostra posizione nel presente, fra il passato che non passa e il futuro che non aspetta, la intendo come posizione etica e politica. Questa posizione tuttavia, nel tuo discorso, è strutturalmente caratterizzata dall'ambivalenza, termine che tu prendi dichiaratamente dalla psicoanalisi. Nella tua lezione al festival di filosofia di Roma dello scorso maggio, hai detto che il lessico della politica è troppo stretto e va arricchito e modificato con categorie esterne. L'ambivalenza è una di queste? Sì. L'ambivalenza modifica il lessico politico in un luogo centrale, tradizionalmente occupato dalla categoria di contraddizione, che nello schema hegelo-marxiano si risolve sempre in una sintesi. Nell'ambivalenza invece non c'è sintesi, c'è solo il lavoro continuo dell'elaborazione e dell'interpretazione, in senso psicoanalitico. Questa svolta concettuale ha molto a che fare con il modo di pensare l'identità, la parzialità, le differenze, il multiculturalismo. Perché? Perché nell'accezione liberale prevalente il multiculturalismo si risolve in un pluralismo delle identità, che riproduce e alimenta senza alcuna consapevolezza filosofica la fissazione identitaria, e riproduce la logica uno-molti propria di tutta la tradizione occidentale. In sostanza, il multiculturalismo tratta le culture come fossero tanti stati sovrani. Il fatto è che invece la globalizzazione frantuma la logica dell'identità e quella, connessa, della sovranità. E nella globalizzazione non ci sono culture che si muovono compattamente l'una contro l'altra: ci sono legami e alleanze che si stringono trasversalmente su singole questioni, economiche, o di giustizia, o di voice. Quello che è all'opera nelle dinamiche globali non è un dispositivo di identità, ma di parzialità e ambivalenza, che dispiega una complessità che il multiculturalismo pluralista liberale non sa leggere. La pratica centrale che tu indichi per entrare in questa complessità è quella dell'interlocuzione. L'interlocuzione va intesa anche come inter-locazione? A febbraio presenterò What does a terrorist want?, un libro che sostiene che con i terroristi bisogna interloquire, differentemente da quanto fanno i governi occidentali e da quanto facevano Thatcher e Reagan con Mandela quando lo bollavano come terrorista. L'interlocuzione non è il dialogo habermasiano, che presuppone un orizzonte di riferimento comune. Nell'interlocuzione non ci sono fondamenti condivisi, la situazione è disgiuntiva, inuguale, non del tutto traducibile; l'interlocuzione non si basa su una lingua comune, ma su un trauma della lingua che domanda a tutti e due gli interlocutori, il carnefice e la vittima, di cambiare il proprio lessico. Quali sono le sedi di questa pratica dell'interlocuzione? Quando accenni a delle istituzioni cos'hai in mente? L'università, l'Onu, il Wef...?O dobbiamo inventarne di nuove? Non pensavo solo a nuove istituzioni, dobbiamo cominciare dai luoghi che già frequentiamo...ad esempio, noi stiamo facendo questa intervista per il manifesto, con un linguaggio diverso da quello canonico dei giornali. C'è una proliferazioni di istituzioni, corti di giustizia, sedi di elaborazione collettiva in cui si sperimentano forme di interlocuzione: in Ruanda, gli hutu e i tutsi hanno respinto il dispositivo che gli era stato proposto e hanno tirato fuori i loro tappeti per disegnare il territorio della riconciliazione. «We must love one another or die»: che cosa significa politicamente il verso di Auden che hai citato nella tua conferenza? Una politica dell'amore contro la politica della morte? Parlo di amore sociale, alleanza, solidarietà: il ventaglio complesso di identificazioni che l'amore suscita. Dal sisma della sovranità possono nascere nuove forme di affiliazione, tenute assieme non dalla razionalità del politico ma dall'intero lessico degli affetti che impronta la nostra esistenza pubblica e privata, le sue ambivalenze, il processo interminabile della loro elaborazione.

mercoledì, 29 novembre 2006
numero identificativo: 10064908

They are all made of ticky-tacky



Attenzione, causa dipendenza (oltre ad essere tristemente vera). Il degrado della nostra società è quindi inevitabile? ;-p

Little boxes on the hillside,
Little boxes made of ticky-tacky,
Little boxes, little boxes,
Little boxes, all the same.
There's a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they're all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.

And the people in the houses
All go to the university,
And they all get put in boxes,
Little boxes, all the same.
And there's doctors and there's lawyers
And business executives,
And they're all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.
And they all play on the golf-course,
And drink their Martini dry,
And they all have pretty children,

And the children go to school.
And the children go to summer camp
And then to the university,
And they all get put in boxes
And they all come out the same.

And the boys go into business,
And marry, and raise a family,
And they all get put in boxes,
Little boxes, all the same.
There's a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they're all made out of ticky-tacky
And they all look just the same.
Shelidon ha disegnato in giro per milano, appunti di antropologia
data astrale novembre 29, 2006 11:39 |
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venerdì, 17 novembre 2006
numero identificativo: 9932076

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile...

Istanbul

Mi piacerebbe tanto vedere, un giorno, questa città «là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al
niente, e poi ritorna terra, e non è più occidente».

Da Liberazione di oggi:

Attraversare Istanbul, tra mosaici cristiani e versi del Corano

Marco Aime
Il viaggio, qualunque viaggio, è “attraverso”. Essere “tra” è forse il vero senso del viaggiare. Oggi l’aereo ha trasformato il viaggio, lo spostamento in un tempo vuoto di emozioni, un non-momento. Quasi non c’è percezione dello spostamento, del movimento. E’ invece il transitare, lentamente, a darci l’idea di una terra. L’attraversarla, magari a piedi, come scrive Cesare Pavese ne La bella estate: «A piedi avrei detto a Pieretto, vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro». Il movimento acuisce i sensi, la percezione, ci costringe a uscire da quella nostra condizione spazio-temporale di sedentari che riteniamo naturale e che naturale invece non è. E poi l’incontro con gli altri, anche questo “tra”. Perché per il viaggiatore, come per l’antropologo, il dialogo con l’altro si svolge sempre in una sorta di terra di nessuno che sta in mezzo alle due culture di appartenenza. In quella zona non delimitata, tra il “già” e il “non ancora”, dove i pensieri e i gesti trovano spazi comuni di comprensione, dove le differenze non entrano a disturbare un dialogo che è spesso più facile di quanto pensiamo. Ma si sa, poi c’è sempre qualcuno che traccia un confine, che ti impone di uscire da quella zona di non conflitto e ti obbliga a schierarti. «La gente - scrive Ryszard Kapucinski - non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque». Il viaggio, diceva Camus, è come una scienza più grande e grave, che ci riporta a noi stessi. «Se hai vissuto in giro hai perduto quel senso dell’assolutezza e della santità delle abitudini dei tuoi compatrioti, che una volta ti rendeva felice in mezzo a loro. Hai visto che esistono moltissime patriae nel mondo e che ciascuna di esse è piena di persone eccellenti per le quali le peculiarità locali sono la sola cosa che non è più o meno barbara» gli rispondeva Henry James. Il viaggio, lo spaesamento, l’incontro con l’altro finiscono per trasformare l’individuo e la sua percezione, perché il viaggiatore si abitua a confrontare, a cercare somiglianze e punti di differenza: il viaggio crea il comparativista e il relativista. Perché, come suggerisce Claudio Magris: «viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte». Il problema è che oggi i “viaggiatori” sono gli altri, non noi. Noi rimaniamo a casa nostra. Sono gli altri a essere stranieri e noi giudichiamo, perché siamo più forti, ci difendiamo da paure spesso indotte o comunque non causate solamente dalla diversità culturale. Quando incontriamo uno straniero, o meglio quando uno straniero arriva a casa nostra, sia camminando per le nostre vie, sia attraverso gli schermi della televisione, di lui vediamo il volto: è tutto ciò che conosciamo di quella persona. Quel volto ci pone inevitabilmente interrogativi, su di noi e sugli altri. Nel dicembre 2002 ero a Istanbul. Osservando dall’alto della collina di Sultanahmet la striscia grigia del Bosforo mi sono tornate in mente le parole del “Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio” della canzone di Francesco Guccini, Bisanzio. «Me ne andavo l’altra sera quasi inconsciamente, giù al porto Bosforeion là dove si perde, la terra dentro al mare, fino quasi al niente e poi ritorna terra e non è più Occidente». Che importa a questo mare essere azzurro o verde? Appunto. Europa, Asia, che importa? Tutte le guide turistiche e i libri sulla città enfatizzano il confine tra i due continenti, e il Bosforo assurge a simbolo di linea d’acqua tra due mondi, due civiltà, due culture. Di qua l’ellenica Europa, poi divenuta Occidente; di là il mondo ottomano, quello delle delizie degli harem e delle affilate scimitarre di sultani assetati di sangue cristiano. Eppure a Istanbul - già Costantinopoli, già Bisanzio - delle astrazioni dei geografi e degli storici, impegnati a separare continenti, e delle fantasie dei romantici esotici nulla importa. Esiste, uguale a se stessa, sulle due sponde. Nessuno deve aver detto ai suoi abitanti che vivono a cavallo di un orizzonte generato dagli occidentali, specialisti nel creare confini. Chiamarla Santa Sofia o Aya Sofya non fa differenza. Lo splendido edificio che domina la collina di Sultanahmet venne fatto costruire da Giustiniano in nome della Divina Sapienza nel 537, e fino al 1453, quando passò agli Ottomani, rimase la più grande chiesa della cristianità; poi divenne una moschea e tale restò fino al 1935. Oggi è un museo. L’impressione che si prova a visitare questa maestosa costruzione è ingannevole. Mosaici cristiani e versi del Corano sembrano inseguirsi; linee armoniose e contrafforti aitanti si confondono in un gioco di contraddizioni stilistiche, in un susseguirsi di affermazioni e negazioni architettoniche. Era il simbolo della cristianità, ma non è stata distrutta dai musulmani: anzi, furono proprio i fedeli di Allah a costruire i rinforzi che ne hanno impedito il crollo. Ecco perché, al razionale Filemazio, Bisanzio appare come «un simbolo insondabile, crudele e ambiguo, come questa vita. Bisanzio è un mondo che non mi è consueto». Anche a noi non è consueto pensare alla cultura come a quell’edificio: un sovrapporsi e un intrecciarsi di storie, idee, gusti, identità, sogni, scienze. E’ più facile pensare a linee nette che segnano confini precisi, frontiere che ci piace credere come naturali e pertanto difficili da cancellare. «Le frontiere? - ha affermato il grande viaggiatore norvegese Thor Heyerdhal - Esistono eccome. Nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli uomini».

Marco Aime incontrerà il pubblico nel corso del dibattito “Passaggio in Africa” in programma per domenica 19 alle ore 16.30 presso il Centro Incontri della Provincia (info: www.scrittorincitta.it)


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