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contagiri

# *loading* giri oziosi
giovedì, 25 ottobre 2007
numero identificativo: 14443135

Oggi caccia grossa

Procedevo spedita nel mio soprabito da Eletto attraverso i corridoi del Politecnico di Milano, questa mattina, assaporando da un lato il primo raffreddore della stagione e dall'altro il gargantuesco peso del pc sulle mie spalle, il tutto addolcito dalla perenne atmosfera pre-apocalittica che si respira nei corridoi della mia università.
Stavo navigando il mio programma di cinque miliardi di anni destinato a restituire la domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto (ovvero una qualunque domanda la cui risposta risolutiva fosse 42), e il metronomo dei miei tacchi sul marmo era accompagnato dal ticchettare ritmico che la punta dell'ombrello produceva accompagnando i miei passi.
All'improvviso, mentre mi sentivo prossima a comprendere la ragione intrinseca al mio spirito che induce ogni test su internet a restituirmi uno psicopatico come risultato, qualcosa è intervenuto a turbare la consueta quiete di quell'ordinaria mattinata di follia. Non gli strepiti isterici dei poverini in fila al Centro (dis)Orientamento Studenti. Non il fragore assordante di armadietti che collassano sotto il peso di plastici al di là dell'umana comprensione. Non l'urlo demoniaco di macchinette del caffé ormai possedute da demoni lovecraftiani. Nulla di tutto questo. Qualcosa di insolito che non si era ancora udito echeggiare per quei corridoi. Qualcosa come uno squittio, o un lamento, subito seguito da delle urla ed un botto.
"Fermatelo, fermatelo!"
In cima alle scale per il secondo piano, l'immagine stessa della disperazione: uno studente, emaciato e con gli occhi cerchiati di nero, stringeva tra le mani un fucile di precisione ormai scarico e da una benda stretta al braccio due rivoli di sangue scorrevano, lenti ma costanti, fino al gomito e di lì a gocciolare sull'orrida gomma nera del pavimento. Il suo sguardo esprimeva un'angoscia che prima d'ora avevo visto solo negli esaminandi di Teoria e progetto di costruzioni e strutture. "Fermalo!"
Due colpi dell'ombrello, uno di punta al basso ventre e uno di taglio sulla nuca. La bestia era al suolo, tramortita. "Così?"


Seguii lo studente al piano di sopra, mentre angosciato ricaricava la doppietta. Per i corridoi era il caos. Più del solito, intendo. Studenti a terra, stremati, erano assistiti dai compagni che si avvicendavano al loro capezzale armati di pezzuole calde e fazzoletti per prestare il poco soccorso possibile ai malcapitati. Dall'interno delle aule, urla disumane e spari si confondevano in un'atmosfera densa di terrore. "Datele un'arma! - ordinò il mio compagno, mentre infilavo l'ombrello alla cintura e toglievo il soprabito, gettandolo di lato.
"Che cosa sta succedendo? - domandai, imbracciando la doppietta e preparandomi a spalancare con un calcio la porta della N.2.1.
"Nessuno lo sa. Questa mattina siamo arrivati e..."
Spalancammo la porta e una di quelle orride bestie tentò di lanciarsi addosso a noi, subito abbattuta da un proiettile a bruciapelo. All'interno, uno studente in piedi sulla cattedra sparava nel mucchio, coprendo le spalle di un ragazzo che armeggiava nell'impianto di areazione. "Copriteci! - ci gridò, mentre iniziavamo a farci largo nell'orda di bestie.
Finalmente, la ventola venne spenta. L'aria si stabilizzò. I pinguini scomparvero.
"Ma a chi è venuto in mente di accendere l'aria condizionata con questo freddo? - riuscii finalmente a domandare.
Il mio compagno d'armi allargò le braccia. "Nessuno lo sa."
Un poderoso starnuto mi impedì di fare qualunque altra domanda.

Qualcuno vuole un po' del primo raffreddore della stagione?
Shelidon ha disegnato fatiche universitarie, bozzetti intimisti
data astrale ottobre 25, 2007 21:02 |
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venerdì, 02 marzo 2007
numero identificativo: 11187845

Statica 2

Nell'affrontare quello che è sicuramente l'esame più difficile del semestre, dell'anno, dell'intero corso di laurea (almeno per me), mi sento un po' così:



Che sia un bene o un male non lo saprei dire.
Incrociate le dita per me!
Shelidon ha disegnato fatiche universitarie, bozzetti intimisti
data astrale marzo 02, 2007 12:34 |
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venerdì, 02 febbraio 2007
numero identificativo: 10810271

Il caffé fa male

Sottotitolo: l'avevo promesso e lo faccio.

Ora, dovete sapere che il caffé è il motore del politecnico, una facoltà in cui sia gli studenti che i professori sono quotidianamente costretti a passare le notti in bianco per terminare gli uni il lavoro ordinato dagli altri e gli ultimi per terminare i progetti con cui arrotondano lo stipendio e per cui trascurano l'insegnamento. La macchinetta del caffé diviene quindi luogo salvifico per tutti coloro che necessitino di una botta di caffeina ogni cinque minuti a meno di collassare al suolo.
Le malefiche macchinette offrono una scelta che si può così riassumere:
  1. caffé corto;
  2. caffé lungo (del tutto uguale ad un caffé corto, ma maggiore in quantità e quindi preferibile);
  3. cappuccino (tantissimo, così tanto che raggiunge l'orlo del bicchiere e spesso straborda, bollente sulle mani e che, simpaticamente, fagocita regolarmente la povera palettina di plastica che qualcuno ha fatto della lunghezza esattamente uguale all'altezza del bicchierino);
  4. bevanda al gusto di cioccolato (sempre inquietante);
  5. bevanda al gusto di thé al limone (con accento sbagliato e ancora più inquietante);
  6. mocaccino (ovvero cappuccino con cioccolato);
  7. bevanda al gusto di latte (la cosa più raccapricciante dopo l'acqua del nilo dopo essersi tinta di rosso e dopo la pioggia delle rane);
  8. bicchiere.
La vasta gamma di scelta nasconde però dei problemi. Innanzitutto il caffé lungo e il caffé corto sono uguali: stesso sapore, stessa densità, stesso colore, stessa concentrazione di caffeina (giurano quelli del dipartimento di chimica che l'hanno analizzato). Varia la quantità. Ma costa uguale. Quale scemo prende il caffé corto? Non bisogna però lasciarsi ingannare dalla parità di sapore, perché il discorso vale anche per il cappuccino (anche se, lo concedo, varia la consistenza). Stesso sapore del caffé. Inutile dire che vale anche il mocaccino. La faccenda si fa più strana quando si scopre che anche la "bevanda al gusto di cioccolato" ha lo stesso sapore. E anche la "bevanda al gusto di latte". Che fare? Io odio il té al limone, ma bisognava fare una prova. Stesso sapore. La cosa è rimasta inspiegabile a lungo, finché qualche ingegnere di passaggio non ha fornito un interessante contributo: "provate a mettere acqua calda nel semplice bicchiere". Aveva ragione. Il sapore che si sente altro non è che quello del bicchiere. Composto di plastica scadente, con il liquido caldo è probabile che rilasci particelle della materia di cui è composto, che donano alla bevanda quell'indefinibile sapore di papille gustative bruciate. Un giorno si scoprirà che la materia plastica era cancerogena e che quel bicchiere ci ha uccisi tutti.
Ma non ha importanza.
Saremo già morti.
Uccisi dalle macchinette del caffé.
Perché...
...al Politecnico...
...le macchinette del caffé...
...sono senzienti.

Sì. E si stanno ribellando.
Il primo segno si è manifestato qualche anno fa, quando una giovane matricola si è recata alle macchinette del quarto piano della nave e ha inserito le proprie monetine e ha selezionato il caffé corto (essendo matricola non aveva ancora conquistato la conoscienza necessaria a comprendere che conviene di più il caffé lungo). Immaginatevi quindi la sua sorpresa nel vedere lo sportello automatico aprirsi e il caffé scendere senza il bicchierino. Le imprecazioni contrariate della matricola hanno presto attirato l'attenzione di altri studenti, che insieme si sono messi ad anlizzare la macchinetta ribelle e ne hanno riscontrata l'avversione per la caffeina. Probabilmente vittima di qualche campagna governativa, la malefica macchinetta aveva infatti deciso di dispensare il bicchiere solo per il té, la cioccolata e il latte. Nessuno le aveva spiegato che tanto le bevande sono tutte insapori. Non voleva sentire ragioni. E, essendo una di quelle macchinette di ultima generazione, non era possibile selezionare il bicchiere e lasciarlo al suo posto per poi selezionare una bevanda a base di caffé. La macchinetta non lo consentiva. La breccia nel sistema fu individuata nuovamente da un ingegnere, che diventò bravissimo ad infilare un bicchiere sotto il getto di bevanda nonappena la macchinetta apriva lo sportello, salvandone almeno la metà. Sconfitta, la macchinetta si arrese. E pochi mesi dopo venne sostituita. Avevamo sconfitto il Sistema, ma le Macchine tornarono alla carica, più agguerrite.

Accadde qualche mese dopo. Un mio amico selezionò tranquillamente il suo caffé lungo dalla macchinetta e questa dispensò sia il bicchiere che la bevanda. Lui ritirò il bicchierino come gentilmente invitava il segnale, lo portò alle labbra e si trovò a dover risputare la disgustosa bevanda al gusto di latte che la macchinetta gli aveva propinato. Effettuammo diversi test e ci si rivelò uno scenario raccapricciante:
  1. selezionando "caffé corto", la macchinetta dispensava un bicchiere vuoto (più corto di così...);
  2. selezionando "caffé lungo", ci si ritrovava del simil-latte;
  3. selezionando "cappuccino", ci si ritrovava fregati con del caffé corto;
  4. selezionando "bevanda al gusto di cioccolato" ci si trovava il té al limone (sempre bevanda al gusto di);
  5. selezionando "bevanda al gusto di thé al limone" ci si ritrovava il caffé lungo;
  6. selezionando "bevanda al gusto di latte" ci si ritrovava la simil-cioccolata;
  7. selezionando "bicchiere" ce lo si trovava pieno di cappuccino.
Comparve quindi un foglio attaccato alla macchinetta, che consigliava il percorso da seguire. Non tutti si fidavano al primo colpo, ma i più acuti capirono immediatamente che quel gran casino poteva avere un risvolto positivo e si poteva ritorcere contro la macchinetta: il cappuccino costava solo 5 centesimi. Non abbiamo mai bevuto così tanto cappuccino, e qualcuno deve essersi insospettito per l'esaurirsi delle scorte e gli scarsi guadagni. La macchinetta venne riparata.
"Riparata" è una parola grossa, perché qualche mese dopo si mise a inglobare sistematicamente le monete senza restituire nulla in cambio. Dopo molte proteste, chiamammo alcuni intraprendenti amici, che si collegarono alla macchinetta e la indussero a restituire tutto il maltolto. E la macchinetta ribelle venne sostituita.
Ci ritrovammo nuovamente in stato di emergenza a settembre dell'anno successivo. Ogni tipo di bevanda era una brodaglia marroncina e fredda. Tentammo con le minacce, ma niente. Qualcuno provò con la forza bruta ma si scoprì che la resistenza meccanica delle macchinette è superiore a quanto ci si aspetterebbe. Qualcuno iniziò a costruire un congegno per lanciare un impulso elettromagnetico, ma per fortuna giunse in tempo uno studente da medicina a spiegare che quell'impulso avrebbe fritto anche la corteccia cerebrale a ogni essere vivente nel raggio di due chilometri. Non era più una situazione tollerabile, bisognava risolvere il problema alla radice. Doveva esserci un'Intelligenza Superiore dietro a questi fenomeni ed eravamo ragionevolmente certi che il pacioso omino addetto alla manutenzione non c'entrava niente o che comunque attenderlo alla sera, circondarlo, gonfiarlo di legnate e abusare di lui non sarebe servito a nulla se non a sfogare qualche selvaggio istinto. E poi sposta le macchinette da solo: non eravamo certi, seppur in grande numero, che saremmo riusciti a tenergli testa. Eppure il problema andava risolto. Che cosa sarebbe successo? Il caffé avrebbe iniziato ad essere dispensato dal basso? La macchinetta avrebbe iniziato a pretendere favori sessuali? Avrebbero sequestrato qualcuno di noi e l'avrebbero sciolto nel caffé? Non ci saremmo accorti di niente (anche se forse il sapore del caffé sarebbe migliorato)! Iniziarono a comparire manifesti accanto alle macchinette: evita il nemico! Moriremo tutti!
Fu a questo punto che arrivò Quello Studente. Giunse a noi dal fondo dell'aula e disse "Voi avete un problema e io sono la soluzione".
Ci condusse al piano delle macchinette e inforcò gli occhiali da sole.
"Ma sei pirla? - domandò uno di noi. - Basta spegnere una delle luci".
Non si curò di lui e si diresse a colpo sicuro verso una delle macchinette. Si voltò. "Ora dovete aprire la mente per quello che sta per succedere" disse, porgendoci delle pillole blu.
Lo guardammo con sospetto.
"Ho finito quelle rosse", si giustificò.
Dopo averle ingerite lo vedemmo quindi dirigersi verso la macchinetta ed aprirla a mani nude. Al suo interno, non il normale groviglio di tubi di plasticaccia sporca e macchinari, ma tutto un mondo in cui ci condusse. "Infedeli! Chi osa disturbare il mio riposo?!", tuonò la macchinetta.
"Sono l'eletto", rispose lui.
Quello che avvenne dopo non posso raccontarlo. Dopo uno spettacolare combattimento contro il vero agente di manutenzione delle macchinette, il nostro eletto trionfò.

E cambiammo finalmente fornitore.
Shelidon ha disegnato fatiche universitarie, bozzetti intimisti
data astrale febbraio 02, 2007 19:02 |
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mercoledì, 31 gennaio 2007
numero identificativo: 10777833

Ultimo messaggio prima della fine

Sarebbe stata una mattinata come tutte le altre, se non fosse per il fatto che mi sono svegliata alle 8, il che è sufficiente per stroncarmi l'intera giornata. Prima di uscire, ho controllato la posta elettronica come al solito, cosa che reputavo inutile, dato che sono andata a letto alle 2 e si presume che nessuno sano di mente mandi e-mail dalle 2 alle 8 del mattino. Sbagliavo. Ho trovato in casella un messaggio del mio tutor per la tesi che recita: "pregasi presentarsi ore 11.00 del 31/01 al terzo piano della Nave per revisione". Panico.
Panico per vari motivi, tutti validissimi.
  1. Il mio tutor è pazzo;
  2. il mio tutor è pazzo a mandare e-mail alle 6 del mattino;
  3. il mio tutor è pazzo a mandare e-mail alle 6 del mattino dello stesso giorno in cui vuole fissare un appuntamento;
  4. non avevo nulla di presentabile ad una revisione;
  5. il terzo piano della nave non esiste.
E' un problema complesso, che è stato sviscerato più volte da varie angolazioni senza successo. La Nave è un edificio del Politecnico, di sette piani. Se dal primo ascensore si schiaccia il pulsante del terzo piano, questo condurrà irreparabilmente al quarto, se si effettua la stessa selezione dal secondo ascensore, l'operazione non sortirà alcun risultato, metre il terzo ascensore si limiterà a chiudere e riaprire le porte. Salendo a piedi le due rampe di scale (assolutamente identiche e poste l'una accanto all'altra e sviluppatesi per sdoppiamento, si vocifera, a causa di un esperimento nucleare), si passerà senza alcuna soluzione di continuità dal secondo al quarto piano.
A questo punto ci si potrebbe anche domandare che cosa ci spinga a pensare che quello che noi chiamiamo quarto piano non sia effettivamente il terzo e che la nave non sia formata da soli sei piani. Gli indizi che porterebbero a pensare alla non esistenza del terzo piano sono molti. Primo fra tutti, la numerazione delle aule. Tutti i nomi delle aule del Politecnico sono formate da tre cifre: una lettera (che indica in che edificio si trova l'aula), un numero (che indica il piano dell'edificio). Orbene, la lettera che contraddistingue la nave è la B, essendo la N già occupata per il padiglione Nord di ingegneria (e si sa che ingegneria viene sempre prima di noi). Le aule al secondo piano sono la B.2.1 e la B.2.2, e le aule al quarto piano (che a questo punto potrebbe essere denominato terzo) sono le B.3.1, B.3.2 e B.3.3.

Il tabellone di disposizione delle aule concorre però a complicare le cose, recitando:
secondo piano: aule B.2.1 e B.2.2
terzo piano: dipartimento di matematica
quarto piano: B.3.1, B.3.2 e B.3.3
Il che, come si può ben comprendere, aggiunge un interessante elemento.
"Mi scusi - ti chiede gente mentre sosti alle macchinette del quarto piano - non trovo l'aula B.4.1..."
E tu sei costretto a rispondergli "Sono al quinto piano", con il rischio di fare la figura di chi lo sta prendendo in giro.

Ma torniamo al terzo piano. Oltre all'enigmatico tabellone, che ci informa che un tempo esisteva un dipartimento di matematica ora andato perduto, altri fattori concorrono alla credenza che esista un terzo piano nonostante le apparenze. Essendo noi architetti, abbiamo affrontato il problema da un punto di vista geometrico e abbiamo fatto dei rilievi dall'esterno e dall'interno dell'edificio. Spazio per un terzo piano non c'è. Ma attenzione: ad un osservatore attento è chiaramente visibile una sporgenza, a metà tra il secondo e il quarto piano, che potrebbe ospitare degli uffici o, addirittura delle aule. Il terzo piano, secondo quella che è ormai la teoria più accreditata, potrebbe essere quindi un piano ammezzato tra il secondo e il quarto, che avrebbe dovuto chiamarsi piano 2 ½, ma forse avrebbe fatto assomigliare il politecnico ad Hogwarts più di quanto già non accada.
Appurato con buona approssimazione il posizionamento fisico del terzo piano, rimangono alcune domande di non facile soluzione:
  1. perché chiamare terzo piano della Nave qualcosa che non è un terzo piano e non si trova, effettivamente nell'edificio nave?
  2. cosa contiene questo terzo piano, infine?
La prima domanda è palesemente il frutto ingenuo di qualcuno che non sa che tempo fa la direzione del Politecnico mise lo sportello matricole per il ritiro dei tesserini magnetici oltre uno sbarramento di tornelli (che naturalmente si può sperare di superare solo se si è in possesso del tesserino magnetico accuratamente pulito e non smagnetizzato da qualche amico buontempone del dipartimento di fisica).
Alla seconda domanda potrebbe essere difficile rispondere, anche perché non si è del tutto sicuri che le nostre menti mortali resisterebbero allo shock della soluzione. E' stato ipotizzato che il terzo piano sia stato espulso come una pustola dall'edificio stesso in un momento di presa di coscienza (probabilmente a seguito di un colloquio con i ragazzi del comitato leninista) e contenga delle aule vuote, ormai invase dalla polvere e da acari grandi come caddhos di Sardegna. Altri invece ritengono che si tratti di uno spazio metafisico, su un altro piano dell'esistenza un po' come una soffitta di lovecraftiana memoria, e che contenga le anime di tutti coloro che hanno stretto patti sacrileghi con il professore di Teoria e progetto di costruzioni e strutture per riuscire a passare l'esame. Si tratta in ogni caso di un luogo che tutti sognano di esplorare ma che nessuno vorrebbe visitare, soprattutto non per un colloquio di laurea di cui si è stati avvisati alle sei del mattino stesso.

Il problema di non avere materiale presentabile sarebbe stato risolto facilmente: con un po' di fortuna e di batteria, in mezz'ora di metropolitana si fanno miracoli.
Restava l'altro problema, ovvero: come raggiungere un luogo che non è su questo piano dell'esistenza? Non avevo tempo di sgozzare sei studentesse vergini, disegnare un pentacolo con il loro sangue, accendere ceri agli angoli e recitare ad alta voce le arcane formule di qualche librone ritrovato in biblioteca sotto Vitruvio (che nessuno legge mai).
Anzitutto non avevo quel libro (no, non leggo Vitruvio nemmeno io). Secondariamente, trovare una ragazza vergine alla facoltà di architettura del politecnico potrebbe essere un problema, figuriamoci sei. Avrei dovuto cercare tra i ciellini che gestiscono la copisteria e sono sempre chiusi a dispetto degli orari che la legge gli imporrebbe di rispettare (ma, si sa, loro riconoscono solo la legge di Dio). Se anche fossi riuscita a trovarli aperti, ho i miei seri dubbi che lì avrei trovato ragazze con i requisiti che mi occorrevano. Sarebbe stato assai più facile trovare dei ragazzi con gli stessi requisiti (con tutti i nerd che girano a ingneria) ma se io non facevo discriminazioni sessuali ero ragionevolmente certa che il rituale ne facesse eccome. Dovevo trovare soluzioni alternative.
Dato che a volte la soluzione più ovvia è anche quella giusta (come dicono almeno una volta in ogni telefilm poliziesco che si rispetti), decisi di recarmi alla portineria della nave. Guardandomi attorno circospetta bisbigliai: "Scusi... io dovrei andare al terzo piano."
"Con l'ascensore. - rispose il custode, senza alzare gli occhi dal giornale e sorseggiando da una grade tazza di Winnie the Pooh il suo caffé all'americana.
"No... devo andare al vero terzo piano."

Ciò che accadde dopo non posso dirlo per intero («ma lo spettacolo fu avvincente e la suspance ci fu davvero», continuerebbe De André, ma il paragone non farebbe onore né a me né all'anziano portinaio del politecnico). Mi trovai al terzo piano della nave, uno spazio alto almeno venti metri e inondato della musica di un invisibile organista pazzo. Alle pareti, bassorilievi marmorei raffiguravano studentesse unirsi a demoni serpentiformi, in una grande allegoria della carriera universitaria. Il pavimento, di lucida ossidiana e cristallo, lasciava intravedere al di sotto, in trasparenza, un groviglio di fiamme e corpi in cui mancava solo Keanu Reeves. Ora sapevo cosa mi attendeva, e sapevo cosa dovevo fare. Un uomo ammantato di scuro e celato da un cappuccio mi venne incontro, facendo rimbombare i propri passi come in una tomba vuota, e in lui riconobbi il mio tutor. "Ha portato il materiale per la revisione? - domandò, con una profonda voce che era sia maschile che femminile.
"Sì. - risposi, sfoderando il computer da sotto il cappotto. Ed il led blu del lettore di schede spezzò l'oscurità come la lama di Excalibur. E il mio tutor indietreggiò. E il Maligno fu sconfitto.
Mi risvegliò la luce sul marciapiede di via Ponzio.

Ora so che i miei giorni sono segnati, dopo aver visto ciò che nessuno dovrebbe vedere ed essere sopravvissuta. Non so se riuscirò a vincere anche questa volta. Trascrivo qui la mia esperienza perché altri dopo di me possano tramandarla, perché la conoscenza è potere e, finché viene tramandata, il Male non potrà mai prevalere.

Vi amo tutti.
Shelidon ha disegnato fatiche universitarie, bozzetti intimisti
data astrale gennaio 31, 2007 16:14 |
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giovedì, 14 dicembre 2006
numero identificativo: 10233007

Parole sante...

disoccupati a Berlino durante la crisi del '29La precarietà distrugge la ricerca scientifica - Tommaso De Berlanga
Roma Nulla come la scienza permette di diradare le nebbie. Accade perciò che le teorie di moda su «flessibilità e precarietà» - che sarebbero «necessarie» per aumentare produttività e concorrenza - non hanno subito ancora nessuna verifica attendibile: sfornando cioè quantità, meccanismi, conseguenze. E soprattutto «misurando» il tutto con strumenti trasparenti, messi a disposizione di tutti. Non era accaduto - ed è paradossale - neppure nel campo della ricerca scientifica, a sua volta sconvolta da 14 anni di blocco delle assunzioni (per concorso) e sostenuta solo grazie a iniezioni massicce di precari plurilaureati. Quando la scienza decide di indagare il fenomeno, i risultati si vedono. Nella sala Marconi del Cnr, ieri mattina, oltre 150 ricercatori e scienziati si sono misurati con lo studio condotto da Carolina Brandi, che ha inaugurato la collana scientifica delle edizioni Odradek. Ne esce distrutto il leit motiv degli editorialisti-liberisti, secondo cui «il lavoratore (ricercatore) precario è altamente produttivo perché mantenuto costantemente sulla corda dalla precarietà contrattuale». Cominciò a proporlo, per gli enti di ricerca, Confindustria nel '95, in modo da «legare più strettamente ricerca e imprese»; nonostante le imprese italiane siano sempre meno interessate a fare e a utilizzare la ricerca scientifica (solo il 3%, ormai). Una «panzana», la definisce Enrico Pugliese. Il frutto di una «ubriacatura ideologica», nelle parole di Marco Broccati, della Flc-Cgil, che «però non è stata ancora smaltita» e che disegna un quadro negativo di lungo periodo. Persino studiosi Usa hanno ormai accertato che la «produttività» scientifica aumenta con la stabilità del contratto. Il perché è intuitivo, ma i dati statistici lo confermano in pieno: il precario, all'avvicinarsi della scadenza del suo impegno, dedica sempre più tempo e attenzione alla ricerca di un nuovo contratto. Anche la «mobilità» intersettoriale o territoriale - altro argomento ritenuto «forte» a favore della precarietà - risulta più alta tra i ricercatori «garantiti». Quanto all'autonomia, ben l'81% del campione dichiara di non aver neppure mai chiesto un finanziamento su un proprio progetto. Il mito della «concorrenza», però, è duro a morire. mal lavoro scientifico, però, la precarietà genera solo «rivalità» e gelosie tra partecipanti allo stesso gruppo, mentre la «sana competizione» per ottenere risultati migliori si palesa solo tra chi ha un contratto stabile. Le donne , infine, escono massacrate: hanno mediamente contratti a termine di durata inferiore e più lunghi periodi di precarietà prima di raggiungere l'agognata assunzione. Il precario, infine, risulta anche meno «flessibile», più «ancorato» allo stesso settore. La situazione internazionale dei paesi avanzati è praticamente identica quanto a dinamiche, l'Italia, però, «eccelle» in negatività: siamo l'unico paese Ocse in cui i ricercatori diminuiscono di numero e la spesa in ricerca delle imprese cala continuamente. Il risultato più importante della ricerca della Brandi è però un altro: la precarietà e la flessibilità non sono soltanto un'intollerabile gogna per le persone che vi sono costrette (e stiamo parlando di aspiranti scienziati che ammettono di aver fatto «una scelta di vita», rinunciando magari a posti di lavoro certamente più remunerativi), ma sono anche un cancro che mina le possibilità di sviluppo di un paese e della sua popolazione, preparando il degrado della conoscenza e quindi l'arretramento complessivo (economico, scientifico, culturale, sociale). Non c'è da sorprendersi, infatti, se dal combinato disposto di riduzione della spesa, precarietà contrattuale, autonomia erosa da una «stratificazione di divieti» di origine e motivazione ragionieristica, svalutazione industriale dell'impegno scientifico, venga fuori una percezione sociale diffusa che vede nella carriera scientifica un «salto nel buio». Da dove pensate che nascano fenomeni come la «crisi delle vocazioni» e la «fuga dei cervelli»? Le risposte che si pretendono dalla politica - in questo consesso di scienziati che non nasconde di aver inutilmente sperato nella vittoria del centrosinistra - non mirano a un «ritorno al passato», né alla «sanatoria ope legis» che non distingua tra ricercatori meritevoli e imboscati per via clientelare. Ma almeno a un'«inversione di tendenza» rispetto alla corsa ai tagli finanziari, e alla riapertura dei concorsi con criteri meno raccapriccianti di quelli attuali (solo il 25% del punteggio viene dai titoli e dalle pubblicazioni scientifiche), questo sì.

articolo dal Manifesto di oggi. Il grassetto è mio
Shelidon ha disegnato fatiche universitarie, logiche politiche
data astrale dicembre 14, 2006 10:41 |
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