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contagiri

# *loading* giri oziosi
lunedì, 16 novembre 2009
numero identificativo: 21707573

Aveva ragione Elderion

Più della metà del film è gente malvestita che risponde in modo incoerente
alle domande di altra gente malvestita.
L'altra metà è un gigantesco stacchetto dei Monty Python.


Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale novembre 16, 2009 19:52 |
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lunedì, 26 ottobre 2009
numero identificativo: 21574039

Sì, mi ispira

Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale ottobre 26, 2009 19:55 |
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domenica, 25 ottobre 2009
numero identificativo: 21563937

Il principe mezzosangue è mia nonna

Il principe mezzosangue potrebbe anche essere mia nonna, e nell'economia del film cambierebbe poco o niente. Ormai è una costante: proprio quando sembra che Harry Potter non possa andare peggio di così, si tratti di libro o di film poco importa, si viene puntualmente smentiti. E pensare che Il Principe Mezzosangue non era nemmeno così male, come libro. Certo, se alla complessità dell'intreccio ed ai toni cupi avesse unito la sintesi del Prigioniero di Azkaban, sarebbe stato forse il mio preferito, ma pur con tutte quelle tonnellate di lezioni inutili e fastidiosi intrecci amorosi, restava un'opera dignitosa. Specie dopo quella immonda zozzeria che era l'Ordine della Fenice.
Non nutrivo quindi grandi speranze sul film (ho smesso), ma comunque non ero completamente disfattista a riguardo. In fin dei conti era una buona occasione di dar prova di sé sia per Alan Rickman, sul cui talento non ci sono dubbi sin dai tempi di Ragione e Sentimento, sia per Michael Gambon, sul cui talento (Godsford Park a parte) qualche dubbio è anche lecito. Certo, il regista nel precedente film era stato un cane assoluto, con tutti il rispetto per i cani cinefili, e la scelta del professor Kirke come Slughorn non è che mi entusiasmasse. Eppure, mi dicevo, vale la pena di concedere una chance anche a questo film.
Sbagliavo.
Non vale la pena, per tutta una serie di motivi, primo fra tutti - ancora una volta - una totale mancanza di struttura e di criterio nel trasporre o, se vogliamo, reinterpretare la trama del libro. E badate bene che non sono affatto una purista: se un concetto chiave del libro è inadatto ad essere portato su schermo, non vedo perché tralasciarlo. Ma se si decide di trascurare uno dei concetti chiave del romanzo, questo dovrà pur essere sostituito da qualcosa. E se quel concetto chiave che si decide di trascurare è ciò che motiva il titolo... beh, il film inizia a traballare.
Ma fosse solo questo!
Il film pecca di ciò che già aveva inficiato Il Prigioniero di Azkaban: una totale incapacità di costruire il soggetto intorno al soggetto originale (per tacere della banalità di sceneggiatura e della regia assolutamente insipida che in questo caso ci mettono il carico). Una totale incapacità di discernere tra ciò che è importante e ciò che non lo è ai fini della trama, ciò che è necessario per raccontare una storia e ciò che non lo è, ciò che caratterizza un personaggio e cò che lo rende una macchietta unidimensionale, ciò che va a creare l'atmosfera e ciò che invece è completamente fuori luogo. E di cose completamente fuori luogo ce ne sono parecchie: la lunga inutile scena nel grano, la lunga inutile scena in metropolitana, la lunga inutile scena di Ron sotto filtro d'amore... le stesse pene d'amore di Ron, per quanto anche nel libro avessero entusiasmato ragazzine di tutte le età, non si sarebbero forse potute ridurre a beneficio delle manovre di Voldemort per conquistare il mondo, dei tentativi di Silente di rivelare il suo segreto, delle ombre del passato che continuano a gettare la loro impronta? Difficile immaginare una più impropria scelta di contenuti a partire da un romanzo. Due ore e mezza buttate. Vergogna.

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Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale ottobre 25, 2009 10:46 |
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domenica, 18 ottobre 2009
numero identificativo: 21521272

Flash forward


Dato che tutti ne parlano, alla fine mi sono decisa a guardare il pilot di questa serie, anche se la presenza del Fiennes sbagliato non mi faceva ben sperare. E, ahimé, devo trovarmi d'accordo con la maggioranza: Flash forward è decisamente una serie interessante, ben costruita, sapientemente sulla scia di quella frenesia da paradosso temporale innescata da Lost. Certo è preoccupante che io mi sia ricordata solo alla seconda puntata di aver letto il racconto... Certo, non era proprio facile riconoscere i collegamenti, dato che il racconto narra la vicenda di un gruppo di scienziati che inavvertitamente causa un flash forward di 21 anni, mentre la serie segue le vicende di un gruppo di agenti dell'FBI che indaga sul flash forward di 6 mesi. Ma che diamine è un flash forward, si domanderanno i più disattenti tra i lettori? Beh, lo spunto è semplice ed è, a tutti gli effetti fin'ora, l'unica cosa tratta dal racconto omonimo: lo stesso giorno, nel medesimo momento, l'intera umanità perde conoscienza e ha due minuti e diciassette secondi di visione sul proprio futuro, sei mesi nel futuro. C'è chi si vede in compagnia di un uomo che non conosce e chi in riunione con gente che confermerà questa visione, chi si ritrova braccato da misteriosi uomini con poco misteriose intenzioni e chi non vede assolutamente niente. La semplice ma sconvolgente esperienza getta l'intera umanità in un'improvvisa ansia per il futuro, tra chi desidera cambiarlo e chi non aspetta altro che si avveri. E l'agente dell'FBI Mark Benford (il Fiennes sbagliato, appunto), che si era visto indagare sul fenomeno, viene assegnato ad una squadra speciale per scoprire le cause del misterioso fenomeno. Insieme a lui, il coreano Demetri Noh (John Cho, già signor Sulu nell'ultimo Star Trek) e la nerdessa Tracy Stark (Genevieve Cortese, Supernatural), sotto la supervisione di Stanford Wedeck le cui esperienze durante il flash forward è meglio non ripetere. Quest'ultimo è interpretato da un Courtney Vance che da Law & Order è diventato quasi sexy. Da citare tra i personaggi, oltre alla moglie di Mark (Olivia Benford, ovvero Sonya Walger già in tutta una serie di telefilm di -scarso- rispetto tra cui Lost, Sleeper Cell, The Sarah Connor Chronicles), un tale Lloyd Simcoe che condivide il nome con il protagonista del racconto. Vedremo se i riferimenti al romanzo si ridurranno solo a questa citazione o ci sarà di più.
Racconto a parte, la serie fino ad ora sembra ben costruita, con un intreccio tra i personaggi ed un'architettura dell'episodio che ricorda un po' Heroes dei tempi migliori: futuro da cambiare, misteriosi personaggi che si aggirano nell'ombra e un regolare cliff-hanger alla fine sia della prima che della seconda puntata, giusto per tenere con il fiato sospeso e far parlare di sé. Chi sarà il misterioso personaggio immune alla trance collettiva? E chi è D Simmons? Come fa la figlia di Mark a sapere di lui? E, soprattutto, Olivia metterà a Mark le meritatissime corna? Certo, tanta suspance fa temere che il tutto venga risolto con una gigantesca magic turtle, specie date le scarsissime basi fantascientifiche del racconto e considerato il fatto che la serie è ambientata in una realtà... realisticamente plausibile. Ma non fasciamoci la testa prima di essercela rotta. E, soprattutto, cominciamo a pensare a cosa faremo il 29 aprile.

Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale ottobre 18, 2009 14:46 |
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sabato, 17 ottobre 2009
numero identificativo: 21516401

Il terzo segreto di Fatima

«Space is disease and danger wrapped in darkness and silence.»

Così amabilmente sollecitata da Elderion, credo sia ampiamente il momento di parlare un po' di questo film.
Devo confessare che non sono mai stata una gran trekker: avrò visto una manciata sparsa della serie originale, qualche film qua e là, un paio di stagioni di Next Generation, qualche Deep Space Nine e due Voyager, anche se confesso che non riesco a distinguerli e a metterli in ordine cronologico senza Wikipedia (e anche così faccio fatica).
A questa doverosa premessa va aggiunto che, come già accaduto per Gran Torino, un film visto su un monitor 12'' a quattro sedili di distanza e con i sottotitoli in ebraico ha altissime possibilità di perdere parte del suo charme.
Con queste premesse, pochi film hanno delle chance di sopravvivenza. Eppure devo confessare che questa ultima fatica di JJ "magic turtle" Abrams non mi è dispiaciuta affatto, per molteplici motivi.
Primo fra tutti, sarà perché appare sin dalle prime sequenze, sarà perché ero favorevolmente prevenuta dalla recensione di Elderion e vi ho prestato attenzione, questo film presta grande attenzione alla sua ambientazione. E per ambientazione non intendo le architetture appese di Vulcan o la verde (?) terra, né tantomeno le distese di ghiaccio del pianeta satellite, né tantomeno i siderali interni dell'Enterprise o quelli ferrugginosi, quasi steampunk della Narada: mi riferisco ad un'altissima, quasi maniacale attenzione allo spazio, al comportamento dei corpi e delle navi in assenza di gravità, alla opprimente cappa che avvolge le scene nello spazio aperto. Space is disease and danger wrapped in darkness and silence. E nello spazio i corpi non si muovono di moto proprio, le voci e i suoni non si propagano, i concetti di "sopra" e "sotto" sono irrilevanti. E il punto di vista della camera non manca di sottolinearlo, volteggiando sopra e sotto le navi, al di qua e al di là di esplosioni e buchi neri, tra tempo e spazio.
E proprio riguardo al tempo, sarebbe parlare degli intrecci temporali di cui Abrams sembra star facendo la propria cifra distintiva: a essere del tutto sincera, li ho trovati piuttosto deboli, sviluppati con mestiere certo, ma abbastanza privi di quei colpi di scena e di quel sano pizzico di paradosso di cui ben altri maestri della fantascienza hanno dato prova. Questo Star Trek, in effetti, è proprio sul lato della fantascienza che pecca maggiormente: la creazione del buco nero è un surrogato di facile assimilazione, per un pubblico di bocca buona, e il teletrasporto a bordo di una nave che sta procedendo a velocità warp è un contentino per i trekker in sala. Eppure non è troppo disturbante: i punti di forza del film sono altri, e fortunatamente - a partire dallo sviluppo dei personaggi - non ci si concentra troppo né sul non deludere i trekker né sul compiacerli, e in questo senso l'idea di sviluppare l'intera trama attorno ad una realtà alternativa è decisamente brillante. Tuttavia, sarebbe stato facile farla scadere in un what if: Abrams sceglie una strada più sottile, coadiuvato anche da qualche attore decisamente attento a rendere un'interpretazione coerente con ciò che erano i rispettivi personaggi nella serie originale. In questo senso, incontriamo uno Zachary Quinto decisamente cresciuto rispetto ad una prima stagione di Heroes, ben spalleggiato da Zoe Saldana (ricordate la Anamaria di Jack Sparrow?) nei panni di Nyota già vestiti da Nichelle Nichols, poi nonna di Micah nella seconda stagione di Heroes. Anche John Cho fa il suo dovere come Sulu, e lo stiamo vedendo anche in Flash Forward (non dimentichiamo, per la cronaca, che Heroes è in qualche modo legato anche a Sulu, originariamente interpretato da George Takei aka Kaito Nakamura). Da citare la piccola parte di Winona Ryder come madre di Spock, quasi irriconoscibile, ed Eric Bana nei panni del tamarrissimo capitano romulano Nero, oltre a Karl Urban nei panni di McCoy. Con un cast del genere, un'assoluta tragedia sarebbe stata decisamente prevedibile. Eppure, l'unica vera tragedia è Chris Pine, praticamente incapace di articolare un'espressione. Per il resto, il film procede a ritmo più o meno costante incappando solo di striscio nell'effetto Smallville (Spock e Kirk giovani che litigano all'accademia), indugiando solo un poco nell'insensata necessità di combattimenti marziali alla giapponese e concedendosi almeno una stretta vulcaniana. Ed è più di quanto personalmente gli domandassi.
Shelidon ha disegnato su celluloide
data astrale ottobre 17, 2009 15:57 |
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